Cosa si dice del caso Apple

La decisione della Commissione europea sui 13 miliardi di tasse da pagare all'Irlanda non ha precedenti, e sta facendo discutere molto

Il CEO di Apple, Tim Cook (Tobias Hase/dpa)

Nel corso di un’intervista alla televisione irlandese RTE, il CEO di Apple, Tim Cook, ha definito «esasperante e deludente» la decisione della Commissione Europea, che vuole imporre all’Irlanda di recuperare circa 13 miliardi di euro di tasse che Apple non avrebbe pagato sfruttando regimi fiscali agevolati nel paese. Cook ha confermato che la sua azienda farà appello e di essere «fiducioso» sul risultato finale che potrà ottenere, in collaborazione con lo stesso governo irlandese che intende fare ricorso e non vuole esigere quei soldi, dato che pensa che Apple abbia pagato quanto dovuto. La decisione della Commissione, senza precedenti per la grandezza della somma in questione, sta facendo molto discutere e ha portato a numerose analisi soprattutto sui giornali statunitensi, con valutazioni sulle possibili ripercussioni dei rapporti commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea, già traballanti in seguito al probabile fallimento dei negoziati più importanti degli ultimi tempi, quelli per il TTIP.

Il caso Apple – UE in breve
Apple è presente da quasi 40 anni in Irlanda, a Cork, dove iniziò con una filiale in cui lavoravano 80 persone, diventate quasi 6mila negli ultimi anni. Sulla base dell’analisi delle attività fiscali di Apple dai primi anni Novanta in poi, la Commissione Europea ha concluso che l’azienda ha fatto confluire in Irlanda tutti i ricavi realizzati con le vendite negli altri paesi dell’Unione, sfruttando meccanismi previsti dal mercato unico europeo e dal regime fiscale irlandese per pagare pochissime tasse in rapporto agli utili prodotti. La Commissione dice che, nel dare consulenza ad Apple su come pagare le tasse, il governo dell’Irlanda di fatto ha dato condizioni di favore all’azienda nel 1991 e nel 2007, consentendole di pagare meno dell’1 per cento di tasse sui suoi utili in tutta Europa tra il 2003 e il 2014.

Apple lo ha potuto fare grazie a due sue aziende controllate attive in Irlanda, verso le quali faceva confluire i ricavi, e sfruttando alcune regole del sistema fiscale irlandese (oggi non più in vigore) che le consentivano di non pagare le tasse. L’Irlanda, secondo la Commissione, favorì questa condizione appoggiando un sistema “estraneo alla realtà economica”, facendo in modo che Apple si sentisse incentivata a restare e investire nel paese, aumentando la propria presenza. Le leggi fiscali erano naturalmente uguali per tutte le aziende irlandesi ma le decisioni prese ad hoc per Apple avrebbero, secondo la Commissione, favorito una sola azienda a scapito della concorrenza nel mercato unico europeo: quello dell’Irlanda si configura come un aiuto di stato, dice la Commissione, vietato dai regolamenti europei. Di conseguenza ora il governo irlandese deve procedere a recuperare le tasse che Apple non pagò. Apple e l’Irlanda hanno detto di essere contrarie alla decisione e che faranno entrambe appello.

Il fact-check del New York Times
Il tema è molto complicato da diversi punti di vista, a partire da quello fiscale e giuridico. In una lettera aperta pubblicata dopo la decisione della Commissione, Tim Cook ha contestato il metodo, ricordando che – giuste o sbagliate – Apple ha semplicemente applicato le regole in vigore all’epoca sulla tassazione e approvate dal governo irlandese. La lettera è stata analizzata dal New York Times per verificare l’attendibilità delle dichiarazioni del CEO di Apple.

Cook dice che in Irlanda, come negli altri paesi del mondo dove è attiva, la sua azienda segue le leggi locali per il pagamento delle tasse dovute. È vero, ma è indubbio che Apple, come le altre grandi multinazionali, approfitti della frammentazione tra diversi regimi fiscali nazionali per ridurre al minimo le tasse da pagare, e uno di questi modi è identificare paesi che ne hanno di più vantaggiosi: nel caso dell’Europa, l’Irlanda è stata a lungo la scelta migliore, grazie alla bassa tassazione sulle imprese. Analisti ed esperti concordano su quanto ha detto la Commissione Europea: l’Irlanda ha consentito ad Apple di stabilire quanto degli utili prodotti nel paese dovessero essere riconosciuti e tassati, mentre tutto il resto degli utili europei che confluivano nel paese finivano in controllate che non pagavano praticamente nulla di tasse. Quindi non è completamente vero che Apple “non ha beneficiato di alcun accordo speciale”, come sostiene Cook.

Lo stesso fact-check del New York Times aggiunge però che le regole del mercato unico europeo permettono ai governi di avere completa autonomia sulle loro politiche fiscali: possono decidere di abbassare le tasse alle aziende quanto vogliono – e non c’è un livello in assoluto giusto o sbagliato di tassazione sulle aziende: sono scelte politiche – e possono decidere di farlo solo per alcune aziende (vedi per esempio gli sconti fiscali a chi investe nel Sud Italia), allo scopo di incentivarle a creare posti di lavoro e ricchezza. Le grandi multinazionali che non hanno una collocazione territoriale definita approfittano delle differenti politiche fiscali tra i vari paesi europei per trovare le condizioni a loro più favorevoli.

La reazione negli Stati Uniti
Molti politici, membri del governo e analisti hanno accusato la Commissione Europea di volere riscrivere a posteriori le regole fiscali, imponendo tasse retroattivamente su un’azienda e creando un pericoloso precedente. Il paradosso è che in alcuni casi queste accuse arrivano da membri del Congresso, che solo pochi anni fa ha avviato verifiche sulle strategie fiscali seguite da Apple per pagare meno tasse anche negli Stati Uniti. L’azienda ha creato una rete molto complessa di società controllate e filiali in giro per il mondo, attraverso cui fa passare buona parte dei propri utili, riuscendo a ridurre le cifre dovute al fisco statunitense. Altri sono rimasti critici nei confronti di Apple ma sono comunque contrari alla decisione della Commissione, perché secondo loro i 13 miliardi di euro dovrebbero tornare negli Stati Uniti, dove ha la sede principale l’azienda e non restare in Europa. Come nota il New York Times, sono obiezioni poco consistenti, considerato che si parla di utili prodotti da Apple nel mercato unico europeo.

Non solo l’Irlanda
Gli analisti ritengono che la decisione della Commissione porterà all’avvio di verifiche fiscali nei confronti di Apple anche da parte di altri paesi, dove l’azienda vende i propri prodotti. Lo stesso documento della Commissione invita gli stati membri a farlo, ma in realtà alcuni paesi si sono già mossi, trovando accordi con Apple che implicitamente dimostrano l’esistenza di strategie fiscali creative per pagare meno tasse ma anche la volontà di Apple di collaborare e risolvere le ambiguità. Lo scorso dicembre Apple ha concordato il pagamento di circa 318 milioni di euro col fisco italiano, per risolvere una disputa legata proprio al pagamento delle tasse. Il Wall Street Journal ricorda però che sulla carta è più vantaggioso il recupero in un’unica soluzione dei 13 miliardi di euro, per lo meno dal punto di vista della Commissione: la maggior parte degli stati può esigere il pagamento di tasse non versate per pochi anni, mentre la Commissione ha potuto farlo per un periodo di dieci anni, stabilendo che si è trattato di un aiuto di stato.

Dare e avere
Il Washington Post scrive che numerose multinazionali seguono politiche simili a quelle di Apple per ottenere dai paesi in cui mettono le loro sedi regimi fiscali agevolati, in cambio della creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro. Il sistema non funziona sempre, ma nel caso dell’Irlanda è stato efficace se si considera la crescita negli ultimi anni del numero di impiegati di Apple. È difficile non mettere in relazione l’aumento dei dipendenti e la presenza così massiccia in Irlanda dell’azienda con le condizioni che ha potuto sfruttare per pagare meno tasse. Le multinazionali che seguono queste strategie hanno molto potere contrattuale nei confronti dei paesi dove vogliono stabilirsi, soprattutto se offrono la possibilità di ridurre la disoccupazione, tema su cui i governi sono tradizionalmente molto sensibili.

6%
Anche se perdesse l’appello e fosse obbligata a pagare, 13 miliardi di euro equivalgono al 6 per cento circa di tutto il denaro di cui dispone Apple, quindi non ci sarebbero grandi e immediate conseguenze per l’azienda. Apple è la società più ricca del mondo e solo nel 2015 ha prodotto ricavi per 234 miliardi di dollari. Ha 232 miliardi di dollari in cassa, quasi tutti in paradisi fiscali fuori dagli Stati Uniti. Nel 2015 ha pagato complessivamente 19 miliardi di dollari di tasse.

Cosa succede adesso
Il governo dell’Irlanda ora dovrà analizzare le accuse e le richieste della Commissione Europea, poi Apple potrà fare altrettanto. Da quando riceveranno la documentazione ufficiale, Irlanda e Apple avranno due mesi di tempo per ricorrere in appello. Dall’avvio del ricorso, potrebbe passare più di un anno prima della sentenza. Non era mai stato deciso un versamento di tasse non pagate di questa entità, quindi è un terreno nuovo per tutti e potrebbe essere uno svantaggio per Apple e il governo irlandese, considerato che i tecnici della Commissione si sono già fatti una certa esperienza con casi più piccoli ma comunque rilevanti che hanno coinvolto aziende come Starbucks e FCA per i regimi fiscali di cui hanno potuto beneficiare in Lussemburgo e Paesi Bassi.

Solo l’inizio
Secondo il Wall Street Journal, il caso Apple “è solo l’inizio” della nuova strategia che la Commissione Europea vuole seguire nei confronti delle aziende tecnologiche americane, che producono grandi ricavi in Europa, mantenendo buona parte dei loro servizi e centri dati fuori dal continente. Negli ultimi mesi le autorità europee hanno avviato verifiche e indagini su molte società statunitensi, come Alphabet per la predominanza sul mercato del suo sistema operativo Android, dubbi sulla tutela della privacy da parte di Amazon e Facebook, nuove regole che potrebbero imporre a servizi come Netflix di finanziare produzioni televisive in Europa e ancora nuove regole per i motori di ricerca che mostrano anteprime degli articoli dei giornali (quindi Google) e sulla tutela della neutralità della rete. La Commissione vuole regolamentare meglio la presenza in Europa delle grandi aziende tecnologiche, quasi tutte statunitensi, ma al tempo stesso dovrà fare in modo di non disincentivare investimenti e attività commerciali nel mercato europeo da parte delle stesse aziende. Il problema è che in Europa non ci sono società tecnologiche e di Internet paragonabili a Apple, Microsoft, Google o Facebook, e per ora non ci sono le condizioni perché possa emergere qualche concorrente credibile europeo.

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