Perché si riparla della “Underground Railroad”

Grazie a libri e serie tv, è tornata attuale la rete segreta che negli Stati Uniti dell'Ottocento permise a migliaia di neri di fuggire dalla schiavitù

(AP Photo/Journal & Courier, John Terhune)

Quest’anno negli Stati Uniti si è tornati a parlare molto della “Underground Railroad”, letteralmente “Ferrovia Sotterranea”, cioè una rete fatta di sentieri, case e nascondigli che migliaia di schiavi neri utilizzarono prima dell’inizio della guerra di secessione per fuggire dagli stati schiavisti e arrivare in Canada. Una delle ragioni di questo ritorno d’interesse è un libro uscito il 2 agosto, The Underground Railroad di Colson Whitehead, un romanzo che racconta la fuga di una giovane schiava nera attraverso la “Ferrovia” (che non è una ferrovia vera, appunto). Il romanzo di Whitehead è anche uno dei cinque libri che Barack Obama ha annunciato di essersi portato in vacanza quest’estate.

Nel romanzo, la protagonista Cora si cala in una serie di caverne per raggiungere vere e proprie stazioni segrete, complete di banchine lungo i binari. L’idea di questi estesi cunicoli sotterranei percorsi da treni a vapore però è un frutto dell’immaginazione di Whitehead, che nel suo libro si prende più di una licenza storica per raccontare non tanto com’era l’America dello schiavismo, ma come avrebbe potuto essere. In realtà la “Underground Railroad” non era una ferrovia e non era nemmeno “sotterranea”: se non nel senso che era un’attività segreta e sconosciuta alle autorità.

La prima volta che comparve il termine “Underground Railroad”, racconta  in un articolo uscito questa settimana sul New Yorker, fu nel 1839 sulle pagine di un giornale abolizionista. Sei anni dopo Frederick Douglass, uno schiavo fuggito grazie alla Ferrovia e divenuto uno dei più importanti sostenitori dell’abolizionismo, utilizzò di nuovo il termine nella sua autobiografia, sottolineando come molti “agenti” della Ferrovia sotterranea abbiano rischiato di portarla “in superficie”, cioè di farla scoprire alle autorità, parlandone troppo apertamente in pubblico.

La Ferrovia ha la sua origine negli ultimi decenni del Settecento, quando alcuni stati americani del Nord proibirono la schiavitù e i movimenti abolizionisti iniziarono ad acquistare forza e seguito, soprattutto tra le comunità religiose dei Quaccheri e dei Metodisti. La Ferrovia non fu mai un’organizzazione gerarchica e strutturata, ma piuttosto una rete eterogenea, formata da centinaia di complici e simpatizzanti che offrivano ai fuggitivi un nascondiglio, provviste e le indicazioni necessarie a raggiungere la tappa successiva. Arrivare al nord rappresentava soltanto una salvezza relativa per gli schiavi in fuga: nel 1793, infatti, gli stati del sud avevano fatto approvare al Congresso una legge che imponeva alle autorità del nord di assistere i cacciatori di schiavi nel ricatturare gli schiavi fuggiti. Di fatto la schiavitù era illegale al nord, ma il diritto di proprietà sugli schiavi non cessava una volta oltrepassati i confini degli stati schiavisti.

Nel 1850, al momento di massimo sviluppo della Ferrovia, venne approvata una legislazione ancora più stringente. Ai cacciatori di schiavi venne concessa una libertà quasi totale nel catturare i sospetti fuggitivi e riportarli al sud. Di fatto tutto quello che gli era richiesto era un giuramento, in cambio del quale ricevevano un documento che certificava che la persona che avevano catturato era una proprietà che andava restituita. Al prigioniero non era concesso nemmeno di testimoniare in suo favore.

L’unico modo per sfuggire alla cattura era raggiungere il Canada, dove la schiavitù era stata abolita nel 1793. La Ferrovia operava soprattutto negli stati americani del nord, come collegamento verso il Canada, ed era utilizzata da coloro che, contando quasi esclusivamente sulle loro forze, riuscivano a raggiungere gli stati abolizionisti. Negli stati di confine tra nord e sud c’erano pochissimi “agenti” della Ferrovia e non ce n’era nessuno nel “Deep South”, la parte più meridionale del paese, formata da stati come Georgia, Alabama e le due Carolina.

Molti schiavi fuggiti si stabilirono nell’Ontario meridionale, il più accessibile degli stati canadesi. Sul fiume Niagara, al confine tra Stati Uniti e Canada, una statua celebra gli schiavi che riuscirono ad attraversare il fiume per raggiungere la salvezza. Gli storici calcolano che tra i 30 e i 100 mila schiavi riuscirono a raggiungere il Canada prima dell’inizio della guerra civile, mentre un numero inferiore si stabilì negli stati del Nord.

L’interesse per la Ferrovia è stato sempre vivo nella cultura americana. Se ne parla già nel romanzo La capanna dello zio Tom, pubblicato la prima volta nel 1852. Negli ultimi 15 anni questo interesse è cresciuto molto, con la creazione di una rete di monumenti, musei e siti storici. Soltanto negli ultimi anni sono stati pubblicati due romanzi sulla Ferrovia, tra cui quello di Whitehead, oltre a numerosi lavori storici e di non-fiction. Quest’anno il network televisivo WGN ha trasmesso la prima stagione di “Underground“, una serie tv dedicata a un gruppo di schiavi in fuga dalla Georgia. La Ferrovia è comparsa anche nel videogioco di fantascienza Fallout IV, uno dei più venduti dell’ultimo anno, in cui il giocatore può associarsi a un gruppo chiamato “The Railroad” che aiuta a fuggire i robot perseguitati dagli umani.

Schulz scrive che questo rinnovato interesse si spiega con il fatto che la Ferrovia è probabilmente uno dei momenti più commoventi e affascinanti della storia americana: una miniera di episodi di coraggio e abnegazione ai quali qualsiasi sceneggiatore può ispirarsi. Ma libri, serie e videogiochi non riescono a trasmettere la seconda e più cupa lettura che si può dare all’intera storia della Ferrovia. La grande maggioranza degli americani è riuscita a fare una difficile pace con il suo passato schiavista identificandosi come l’erede della tradizione del Nord abolizionista. «Ma se quella parte del paese era davvero animata da principi così saldi», scrive Schulz, «non avrebbe avuto bisogno di una rete clandestina per mettere in salvo gli schiavi oltre i confini di un’altra nazione». Secondo Schulz, la storia della Ferrovia mette in mostra il coraggio di migliaia di schiavi disposti a rischiare la vita per riacquistare la loro libertà e quello di coloro che li aiutarono. Ma sottolinea anche che fino alla guerra civile, la metà più nobile e avanzata della nazione era più che disposta ad aiutare la metà più arretrata a mantenere in vigore l’istituzione dello schiavismo.

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