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  • sabato 27 agosto 2016

L’obitorio di Amatrice

Mattia Feltri racconta sulla Stampa le storie tremende di chi riconosce i corpi e di chi aspetta notizie

I vigili del fuoco trasportano il corpo di una donna che era sotto le macerie ad Amatrice, il 26 agosto 2016 (AP Photo/Andrew Medichini)

Il giornalista Mattia Feltri, che in questi giorni è inviato della Stampa ad Amatrice, in provincia di Rieti, dopo il terremoto che ha colpito il Centro Italia lo scorso 24 agosto, ha raccontato come funziona l’obitorio temporaneo allestito nella città per riuscire a identificare i corpi di chi è morto nel terremoto, spesso resi irriconoscibili a causa delle gravi ferite. Ad alcune persone è stato chiesto di riconoscere i propri famigliari a partire dagli anelli ancora sulle dita, oppure da una cicatrice. Per ogni salma – identificata da un numero – si fanno fotografie e si cercano documenti, gioielli, abiti scarpe o altri oggetti recuperati dai vigili del fuoco e dai volontari che possano aiutare nell’identificazione. Queste operazioni, racconta Feltri, sono molto dolorose per i parenti dei morti, che inoltre in alcuni casi sono rimasti per giorni in attesa di sapere cosa ne è stato dei corpi dei loro famigliari.

All’improvviso un’esultanza. Una donna sui quaranta, piccina, corre e dice «Lo hanno trovato! Lo hanno trovato!». Lo ripete all’infinito, intermezzo meccanico di una sibilante risata isterica. «È all’ospedale di Rieti», dice, e noi che siamo qui, sotto il sole bruciante dell’obitorio all’aperto di Amatrice, nei giardini della Casa di riposo di cui, a ogni scossa, cade un pezzo in più, ci guardiamo allibiti. In questo luogo dolente, di attesa sfiancante e senza speranza, la nota stonata è bellissima ed è un urlo di vita. Un bambino? Davvero un bambino? Ed è vivo? All’ospedale di Rieti? La donna ci guarda e non ascolta, resta lì con la bella bocca socchiusa, si gira verso il comandante dei carabinieri di Rieti: «Per il riconoscimento dobbiamo andare a Rieti?».

Benvenuti ad Amatrice. Ecco che cosa è la felicità, qui: aver trovato un bambino. Morto, ma averlo trovato. Finalmente. Fine di una pena – quella dei morti senza nome – e via libera a tutte le altre. Ci spiegano: i bambini erano in realtà due, piccoli, meno di dieci anni, estratti morti dalle macerie poche ore dopo il terremoto. Estratta anche la madre, lei viva. Voleva i suoi bambini. Non sarebbe mai salita in ambulanza senza di loro. Li hanno caricati con la madre e poi non sappiamo più niente. Sappiamo soltanto che la mamma è morta vicina ai suoi bimbi appena arrivata in ospedale. Hanno registrato il decesso della donna e i piccoli sono rimasti lì, senza l’atto finale di una procedura che si pensava già fatta. Ecco perché li cercavano, sapendo qual era il destino, e perché non li trovavano.

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