La fine dell’AIDS forse non è vicina

L'ONU vorrebbe debellare la malattia entro il 2030 ma ci siamo convinti che vada tutto bene smettendo di fare abbastanza

(SIMON MAINA/AFP/Getty Images)

Uno degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU, la serie di traguardi che le Nazioni Unite sperano di raggiungere entro il 2030, è quello di debellare l’AIDS, l’acronimo con cui è conosciuta la sindrome da immunodeficienza acquisita, causata dal virus dell’HIV. Molti importanti leader politici internazionali, tra i quali il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, hanno detto di essere ottimisti riguardo a questo obiettivo, ma sempre più esperti stanno esprimendo cautele e perplessità sulle reali possibilità che l’AIDS scompaia in meno di 15 anni, e anzi temono che il numero di morti causati ogni anno dalla malattia, che ora è di circa 1,5 milioni di persone, potrebbe ricominciare ad aumentare.

Ogni anno si ammalano di AIDS circa 2 milioni di persone, per il 60 per cento ragazze e giovani donne. In tutto le persone portatrici del virus HIV sono 38 milioni, e di queste 17 milioni assumono farmaci per impedirne la trasmissione. Nei paesi in via di sviluppo, però, dove l’epidemia è più grave, il virus sta diventando resistente ai farmaci finora utilizzati, e spesso sostituirli è troppo costoso, anche perché i fondi donati nel mondo per combattere l’AIDS sono in calo: nel 2014 erano stati di 8,6 miliardi di dollari, nel 2015 di 7,5 miliardi. Nonostante i vasti sforzi della comunità scientifica internazionale degli ultimi trent’anni, a oggi chi ha il virus dell’HIV non può essere curato, cioè non può guarire completamente dall’infezione, né è stato trovato un vaccino davvero efficace per la malattia. L’assunzione regolare di farmaci retrovirali permette comunque di tenere sotto controllo la malattia, riducendo la possibilità di contagio e impedendo, per esempio, che una donna possa trasmettere il virus al proprio figlio durante la gravidanza.

Il Guardian ha intervistato Peter Piot, direttore del Programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV, che ha detto: «Non credo che lo slogan “la fine dell’AIDS nel 2030” sia realistico, e potrebbe essere controproducente. Potrebbe suggerire che va bene, tutto è finito e possiamo spostarci su qualcos’altro. No. L’AIDS è sempre uno dei più grandi assassini al mondo». Alla conferenza internazionale sull’AIDS che si è tenuta a Durban, in Sudafrica dal 18 al 22 luglio, Bill Gates, la cui fondazione ha donato molti soldi alla ricerca sull’HIV, ha detto che «se ci limitiamo a fare bene come abbiamo fatto finora, il numero di persone con l’HIV aumenterà superando perfino il picco precedente. Dobbiamo fare uno sforzo enorme per ridurre l’incidenza del numero di persone che rimangono infette. Per cominciare a scrivere la storia della fine dell’AIDS, sono essenziali nuovi modi di pensare alla cura e alla prevenzione».

Uno dei problemi principali nel tentativo di debellare l’AIDS è il parziale fallimento del metodo “test-and-treat”, che consiste nel curare le persone appena risultano positive all’HIV, senza aspettare il momento in cui si ammalano. Soprattutto in Africa, però, dove si registrano la maggior parte dei casi di AIDS nel mondo, molte persone malate non vogliono curarsi. Deenan Pilay, virologo e direttore dell’organizzazione no profit Africa Centre, ha spiegato che sono soprattutto gli uomini a decidere di non presentarsi alle cliniche per le cure, perché non vogliono mostrare di essere risultati positivi al test. Pilay ha detto che andrebbe contrastato più efficacemente il sistema dei “blessers”, come vengono chiamati gli uomini adulti che offrono soldi in cambio di sesso alle giovani donne in alcune zone dell’Africa.

A questo si aggiunge il fatto che, come ha spiegato Gates a Durban, «la più grande generazione nella storia sta per entrare nell’età in cui è più a rischio. Nel 1990 c’erano 94 milioni di persone tra i 15 e i 24 anni. Quel numero è già raddoppiato. Entro il 2030, ci saranno più di 280 milioni di giovani. La generazione nell’età a rischio nel 2030 sarà tre volte più numerosa rispetto al 1990». Nei paesi sviluppati, poi, si è contrastato la crescente resistenza a certi farmaci del virus HIV cambiando i farmaci, e sviluppandone di più efficaci e costosi. In media, il trattamento per una persona malata negli Stati Uniti costa 20mila dollari all’anno: in Africa ne costa 100. Il 35,7 per cento delle cliniche africane, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, rimane regolarmente senza almeno un tipo di farmaco: se le persone malate non assumono con costanza i farmaci retrovirali, il virus si trasforma e diventa resistente al trattamento.

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