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  • martedì 26 luglio 2016

Dobbiamo credere alle rivendicazioni dell’ISIS?

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti

È una domanda complicata e non c'è una sola risposta: dipende quanta responsabilità gli attribuiamo per gli attentati che non organizza ma ispira, per esempio

Nell’ultimo mese e mezzo lo Stato Islamico (o ISIS) ha rivendicato diversi attentati negli Stati Uniti e in Europa usando i suoi canali su Telegram, un servizio di messaggistica istantanea simile a WhatsApp ma con molte più funzioni in tutela della privacy degli utenti. Ha rivendicato le stragi in un locale gay di Orlando e sul lungomare di Nizza, per esempio, ma anche i recenti attacchi fuori da un concerto ad Ansbach (in Germania) e in una chiesa a Saint-Étienne-du-Rouvray (in Francia). La maggior parte di questi attacchi sono stati fatti da cosiddetti “lupi solitari”, cioè da persone senza legami diretti con lo Stato Islamico, ma che avevano giurato fedeltà al gruppo prima o durante l’attentato. Il giuramento di fedeltà è un processo molto semplice, non richiede particolari requisiti: basta farlo, comunicando pubblicamente a qualcuno la propria fedeltà ad Abu Bakr al Baghdadi, il leader dello Stato Islamico. Lo si può fare tramite Facebook, con un video o a voce, non fa differenza. Ma se le cose stanno così, possiamo davvero considerare questi attacchi come attentati dell’ISIS?

È un argomento molto complicato su cui hanno cominciato a discutere e confrontarsi anche i più esperti analisti e giornalisti che si occupano di terrorismo internazionale. Le questioni in ballo sono diverse e in parte si sovrappongono. Le rivendicazioni sono davvero tutte vere, oppure lo Stato Islamico si attribuisce cose che non ha fatto (e come se le attribuisce)? Dobbiamo considerare attentati dello Stato Islamico solo quelli organizzati e pianificati dai vertici del gruppo in Siria e in Iraq? Oppure anche quelli organizzati dai suoi sostenitori in Europa, nonostante i contatti con i combattenti in Siria e in Iraq siano stati sporadici e siano avvenuti solo tramite Internet? E gli attacchi compiuti dai cosiddetti “lupi solitari” dove li mettiamo? Per capire meglio di cosa si parla vale la pena partire dall’inizio e capire in breve come funziona una rivendicazione dello Stato Islamico.

Come rivendica lo Stato Islamico e cos’è Amaq
Lo Stato Islamico dispone di una complessa e ben strutturata macchina della propaganda, che usa sia per reclutare nuovi miliziani sia per rivendicare gli attentati che compie (qui la spiegazione estesa). Per diverso tempo i giornali occidentali hanno considerato credibile solo il materiale diffuso da uno degli organi ufficiali del gruppo, come al Furqan e Hayat Media Center. Poi a un certo punto si è cominciato a parlare sempre più spesso di Amaq, il cui nome sembra sia stato usato per la prima volta durante la battaglia per il controllo della città siriana di Kobane. Da allora Amaq ha cominciato ad anticipare le rivendicazioni “ufficiali” dello Stato Islamico, come nel caso della strage a San Bernardino, comportandosi come un’agenzia di news i cui “giornalisti” sono bene informati dei fatti riguardanti lo Stato Islamico. Negli ultimi mesi gli organi ufficiali dello Stato Islamico hanno avuto sempre più difficoltà a diffondere propaganda e rivendicazioni, soprattutto per le contromisure prese da alcuni governi occidentali, e Amaq ha cominciato ad avere un ruolo sempre più centrale. Gli attentati dell’ultimo mese e mezzo sono stati rivendicati tutti tramite Amaq.

Non c’è uno schema fisso per le rivendicazioni dello Stato Islamico: alcune volte il tempo passato tra l’attentato e la rivendicazione è stato pochissimo, altre volte sono trascorse parecchie ore. Non si sanno con precisione i motivi di questa variablità, anche se qualcuno ha provato a fare delle ipotesi. Uno degli obiettivi dello Stato Islamico è quello di mantenere molto alta l’attenzione su un attacco appena compiuto, e la tempistica della rivendicazione risponde esattamente a questo scopo. Aspettare a diffonderla può dare il tempo ai cosiddetti “fan boys” dello Stato Islamico – i sostenitori – di festeggiare su Twitter l’attentato, anche se poi viene fuori che l’ha fatto qualcun altro. Come ha scritto su Twitter Charlie Winter, esperto di terrorismo e Stato Islamico, «per l’ISIS una copertura mediatica senza sfumature e un’attività frenetica sui social network sono delle armi».

Le rivendicazioni dello Stato Islamico sono vere?
È una domanda complicata e non è facile rispondere bianco o nero: dipende cosa si intende per “vere”. Come ha scritto Rukmini Callimachi, giornalista del New York Times che si occupa di terrorismo islamista, lo Stato Islamico è piuttosto disciplinato in quello che rivendica e in passato ci sono stati pochi casi di rivendicazioni poi risultate false. Non è questione di onestà, ha aggiunto Callimachi, ma di opportunità: rivendicare un attacco compiuto da qualcun altro farebbe perdere credibilità al gruppo di fronte ai suoi sostenitori.

C’è poi la difficoltà di verificare la responsabilità diretta dello Stato Islamico in un attentato: se non ci si fida delle rivendicazioni diffuse dai suoi canali, l’unica altra strada è accertarsene tramite le indagini, che spesso richiedono tempo e non sempre riescono a raggiungere conclusioni definitive. In un certo senso è più facile attribuire responsabilità se dietro a un certo attentato c’è una rete di persone, come nel caso degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, quelli delle vie del centro, dello Stade de France e del Bataclan: si controllano le comunicazioni tra gli attentatori, si verifica dove sono i punti di contatto e si risale ai capi e ai loro contatti con i vertici del gruppo. In questi casi anche le rivendicazioni dello Stato Islamico sono molto più precise: vengono inseriti molti dettagli dell’attacco, le armi usate e a volte vengono diffuse foto di quello che sta succedendo quasi in tempo reale, come è successo per l’attacco a Dacca, in Bangladesh, dove tra l’1 e il 2 luglio sono state uccise 28 persone, tra cui 9 italiani. Al contrario è più difficile confermare quanto un cosiddetto “lupo solitario” sia stato influenzato dall’ideologia dello Stato Islamico, anche se gli investigatori trovano del materiale di propaganda sui suoi dispositivi elettronici, come successo diverse volte in passato. E anche in questo caso, se l’attentatore non ha avuto contatti col gruppo ma dice solo di essersi ispirato alla sua ideologia, si può parlare di attentato rivendicato dallo Stato Islamico?

Quando è attentato dello Stato Islamico e quando no?
È un’altra domanda a cui non è facile rispondere, dipende cosa s’intende per responsabilità. Se la si intende come coinvolgimento diretto nell’attacco, la risposta è facile: sono attentati dello Stato Islamico solo quelli che il gruppo ha contribuito attivamente a pianificare, oppure quelli compiuti da un miliziano che ha ricevuto addestramento militare in Siria o in Iraq per quello scopo specifico. Se la responsabilità viene intesa in senso più ampio, il discorso cambia. Dagli attentati di Parigi in poi – quelli che stupirono analisti ed esperti, che credevano che lo Stato Islamico non avrebbe fatto attentati in Occidente per concentrarsi sulla costruzione di un Califfato in Medio Oriente e in Nordafrica – il gruppo è diventato sempre più aggressivo e ha cominciato a chiedere ai suoi sostenitori di colpire Europa e Stati Uniti a casa loro. È cambiata la propaganda: andare a combattere in Siria e in Iraq insieme allo Stato Islamico non è più stata la priorità. Bisognava fare attentati in Europa usando qualsiasi mezzo (veicoli, coltelli, Kalashnikov, eccetera). Da questo punto di vista, come ha scritto Callimachi, per lo Stato Islamico non fa differenza che un attentato sia stato ordinato o solo ispirato dal gruppo. L’obiettivo è quello di creare paura, come fa qualsiasi gruppo terrorista.

Nei casi dei cosiddetti “lupi solitari” ci sono alcuni dettagli che si possono tenere d’occhio, anche se non sono troppo indicativi. Se la dichiarazione di fedeltà dell’attentatore è diretta ad Abu Bakr al Baghdadi, invece che genericamente allo Stato Islamico, può voler significare un livello maggiore di indottrinamento (come nel caso di Larossi Abballa, l’uomo che a giugno ha ucciso due persone nel quartiere residenziale Magnaville di Parigi e che ha giurato fedeltà con un video su Facebook Live). Un’altra cosa da tenere d’occhio è la terminologia usata dallo Stato Islamico nella sua rivendicazione dell’attacco.

Un caso interessante è quello di Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, il franco-tunisino di 31 anni che ha ucciso 84 persone sul lungomare di Nizza. Su Bouhlel lo Stato Islamico è stato molto cauto: l’attacco non è stato diretto dai vertici del gruppo e dalle indagini in corso sembra che sia stato organizzato da miliziani francesi di basso livello. I canali dello Stato Islamico su Telegram hanno temporeggiato per la rivendicazione e inizialmente alcuni si sono riferiti a Bouhlel con un termine diverso dal tradizionale “soldato”, per indicare una specie di presa di distanza. Come ha scritto Tam Hussein sullo Huffington Post, Bouhlel non era proprio un uomo da prendere ad esempio per il gruppo: non pregava, beveva alcol, fumava marijuana, aveva abbandonato la sua famiglia e picchiava la moglie. Quando ore dopo è arrivata la rivendicazione di Amaq, le cautele sono rimaste: Amaq ha usato l’espressione “soldato del Califfato” per riferirsi a Bouhlel, ma ha anche segnalato indirettamente una certa indipendenza delle sue azioni con altre espressioni.

Nelle rivendicazioni degli ultimi attentati compiuti in Europa, lo Stato Islamico si è sempre servito di Amaq e ha sempre usato l’espressione “soldato del Califfato”. Alcuni esperti di terrorismo hanno però notato una particolarità, ripresa anche nella rivendicazione per l’attentato nella chiesa in Normandia di martedì mattina: l’uso della formula “secondo una fonte” di Amaq, per attribuire l’attacco allo Stato Islamico. Un modo più ambiguo e meno diretto per rivendicare un attentato. J.M. Berger, esperto di comunicazione dello Stato Islamico, ha scritto che in questi casi sarebbe più corretto dire che il gruppo “aderisce” a un certo attentato, invece che “rivendica”. Sarebbe un modo per indicare l’inesistenza di una responsabilità diretta con l’attacco e in qualche modo risolvere alcuni dei dubbi di terminologia emersi nel corso degli ultimi mesi.

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