I fanatici di Trump su internet

di Caitlin Dewey e Abby Ohlheiser – The Washington Post

Quelli che lo sostengono, con enorme successo e seguito, su Facebook, Twitter e YouTube: dal famoso complottista alle due gemelle 20enni

(John Moore/Getty Images)

A febbraio, il MIT Media Lab, un centro di ricerca del Massachusetts Institute of Technology, ha pubblicato una classifica delle personalità che influenzano maggiormente le elezioni presidenziali negli Stati Uniti su Twitter. Sono gli account a cui – in termini di popolarità – la maggior parte degli elettori americani dà ascolto. Le prime dieci posizioni sono abbastanza scontate: ci sono Donald Trump, Hillary Clinton e Bernie Sanders. Scorrendo la classifica si incontrano poi i profili di CNN, del Partito Repubblicano e del comico e conduttore televisivo Bill Maher. Dei 150 account presenti nell’elenco, però, 42 appartengono a persone che non sono candidati, politici, celebrità né a rappresentanti dei media, ma a privati cittadini o a persone che gestiscono un blog per passione e che sono diventati un potente fattore nella politica nazionale americana, grazie esclusivamente al potere di Twitter. Ovviamente la tendenza non si esaurisce con Twitter: su YouTube una coppia di vlogger che si fanno chiamare Diamond e Silk è riuscita a mobilitare così tanti sostenitori di Trump da essere arrivate oggi ad aprire alcuni dei suoi comizi. Su 4chan, una famosa piattaforma di forum anonimi, un gruppo disorganizzato di troll pro Trump ha trasformato l’antisemitismo in un tema importante in queste elezioni. Su qualsiasi piattaforma e in qualsiasi momento, sui social network queste persone guidano il racconto delle elezioni presidenziali americane del 2016 quasi quanto i media tradizionali o gli stessi candidati.

Di seguito, il profilo di nove sostenitori di Trump che hanno avuto un forte impatto su internet.

Il generatore di meme

Probabilmente, il nome Richard Flint risulterà sconosciuto anche ai più convinti seguaci della comunità di Trump su internet. Questo perché il 53enne creatore di meme usa raramente il suo vero nome online e di solito si fa chiamare “fishbonehead”. Dal 2011, Flint delizia la sua nicchia della destra alternativa americana schierata con Trump con foto ritoccate di politici progressisti, commenti ironici volutamente offensivi e “ALLARMI” scritti in maiuscolo su eventi mai accaduti, come l'”invasione” dei musulmani negli Stati Uniti. Flint, però, ha attirato l’attenzione dei media tradizionali solo di recente, quando ha twittato un meme che sovrapponeva la faccia di Hillary Clinton a una serie di banconote, con a fianco una stella rossa a sei punte. Il meme è stato giudicato offensivo e antisemita, soprattutto dopo essere stato ripreso dagli account ufficiali di Trump.

Senza titolo
(Twitter)

Negli ultimi cinque anni, Flint – che non ha voluto rilasciare dichiarazioni al Washington Post – ha lasciato una serie di tracce che non sono difficili da seguire. L’account Twitter @fishbonehead1 è stato registrato usando un account Gmail che ha praticamente lo stesso nome, e l’indirizzo è stato usato anche per registrare diversi siti internet a nome di un uomo della Virginia settentrionale chiamato Richard Flint. Stando ai dati pubblici, Flint è co-proprietario di un appartamento in un condominio insieme alla madre e ha due figli. In una recensione su Amazon del 2014, Flint si è definito come uno «chef esperto», ma sembra avere anche altri interessi professionali: è stato proprietario di un URL oggi disattivato che si occupava di commercio in Asia, compravendita di case e strumenti musicali. Al di là della sua occupazione, le sue tendenze politiche non sono difficili da intuire. Sul suo account Twitter, che ha poi cancellato, e nelle sezioni dei commenti in siti di news di orientamento conservatore come Twitchy, Daily Caller e Breitbart, Flint critica regolarmente femministe, progressisti, sostenitori dei pari diritti sul matrimonio e membri del movimento Black Lives Matter.

Ma a rendere davvero famoso Flint sono stati i suoi meme provocatori, che sembra abbia usato spesso per “trollare” su internet. Flint ha creato meme che contengono svastiche e stelle di David, ma ha anche difeso Israele. Nonostante secondo molti dei suoi oppositori il soprannome “fishbonehead” sia riferito ai “bonehead”, una sottocultura punk di sostenitori della supremazia dei bianchi, in realtà alcuni indizi sembrano legare il nomignolo al gruppo musicale dei Fishbone, composto interamente da afroamericani. Sulla sua bio su Twitter, prima che l’account fosse disattivato, si definiva come «comico». «Se siete dei progressisti, politicamente corretti, femministe, democratici o Piers Morgan, probabilmente vi offenderò».

Le star di YouTube

«Le persone si aspettano che ci vergogniamo di Trump. Ma noi non ci vergogniamo di lui»

Diamond e Silk, che nella vita reale si chiamano Lynette Hardaway e Rochelle Richardson, sono salite sul treno di Trump un anno fa, e da allora per loro – e per Trump – è cambiato tutto. Lo scorso agosto, una loro invettiva piena di attacchi alla giornalista di Fox News Megyn Kelly ha reso le due vlogger delle istituzioni nel mondo dei sostenitori online di Trump. Diamond (che nella coppia di solito è quella che parla per più tempo) – infuriata per via delle domande che durante un dibattito televisivo Kelly aveva rivolto a Trump a proposito di alcuni commenti sessisti fatti in passato – aveva detto che la giornalista sarebbe dovuta «tornare a lavorare per Sesame Street [un famoso programma televisivo per bambini con i Muppet, conosciuto in Italia come Sesamo Apriti]». «Lascia in pace Donald Trump», dice Diamond nel video, che ha oltre 1,6 milioni di visualizzazioni. «Se hai qualcosa da dire, se hai qualcosa che vuoi dirgli, passa prima da noi».

Durante una recente intervista telefonica, Diamond e Silk hanno riportato la conversazione su Donald Trump a praticamente ogni domanda. Sono delle donne in missione per Trump, e l’obiettivo della loro missione è esattamente quello che i fan della coppia si aspettano e quello per cui le adorano. Per loro, Diamond e Silk sono la prova vivente che i sostenitori di Trump non sono un esercito di bianchi razzisti. Diamond e Silk sono nere, donne, ed ex elettrici democratiche che, dicono, voteranno per la prima volta il Partito Repubblicano per sostenere Trump. Usano la loro identità come arma contro il principale bersaglio delle loro critiche: i media.

«Le persone si aspettano che ci vergogniamo di Trump», ha detto Diamond, «ma noi non ci vergogniamo di lui». A dicembre, Diamond e Silk hanno incontrato Trump durante un raduno in North Carolina, il primo comizio di Trump a cui siano mai state. Trump ha chiacchierato con loro prima dell’evento, in cui sono state trattate come ospiti VIP. Sono poi salite sul palco con Trump, che le ha invitate a fare «un piccolo numero» per il pubblico. A sentire Diamond, la coppia non aveva idea che sarebbe salita sul palco con Trump quella sera. Durante una sessione di domande e risposte, un dipendente della campagna di Trump le ha incoraggiate a fare una domanda. «Quando Donald Trump si è girato e ha visto che eravamo noi, ci ha chiesto di salire sul palco», ha raccontato Diamond. «Non sono fantastiche?», ha chiesto Trump al pubblico che le acclamava. «Una sera accendo la televisione e vedo queste due. Mi son detto: “sono le migliori, ma che cos’è?”», ha raccontato Trump, con il braccio intorno a Diamond. «Spero ci abbiate fatto dei soldi».

Oggi Diamond e Silk si mantengono lavorando a tempo pieno come vlogger, ma quanto guadagnino grazie ai loro video e al negozio online «non sono affari vostri», come hanno detto al Washington Post. «Donald Trump dice che riporterà i posti di lavoro negli Stati Uniti», ha detto Silk, «e lo sta già facendo, visto che abbiamo un lavoro grazie a lui». Da quel comizio di dicembre, Diamond e Silk hanno aperto un altro paio di comizi di Trump e hanno in programma di continuare a pubblicare video anche dopo le elezioni.

Il boss di Twitter

«Sento di essere parte di qualcosa di storico».

Senza titolo

Un anno fa di questi tempi, Bill Mitchell aveva solo 149 follower su Twitter e «niente di particolarmente interessante da dire». Oggi, secondo un recente studio di MIT Media Lab, è il privato cittadino più influente a twittare sulla campagna. «Sento di essere parte di qualcosa di storico» ha detto Mitchell dalla sua casa di Charlotte, in North Carolina, dove oggi pubblica una media di 73 tweet su Trump al giorno. «Penso che tra 30 o 40 anni gli storici riguarderanno questa elezione e la giudicheranno come il momento in cui l’America si è allontanata dal baratro. Sono orgoglioso di esserne parte». Mitchell, che ha 56 anni, si è sempre interessato di politica: si definisce un «conservatore da tutta la vita», che ha iniziato a battibeccare rumorosamente con i telegiornali. Prima di giugno 2015, quando Trump si è candidato alla primarie Repubblicane, però, non era mai stato davvero coinvolto in politica.

Secondo Mitchell, a cui l’idea di avere un imprenditore come comandante in capo piace (negli ultimi 30 anni, si è occupato di ricerca del personale per posizioni dirigenziali), c’era qualcosa che mancava nel modo in cui i media tradizionali raccontavano la candidatura di Trump: non c’era nessuno che spiegasse in modo davvero efficace dei concetti complessi alle persone non esperte di politica che avevano iniziato a sostenere Trump. Nonostante sui giornali gli «esperti pagati profumatamente» prevedevano la caduta di Trump, Mitchell credeva che si sbagliassero. Così, decise di iniziare a twittare: articoli dalle sue fonti preferite (Breitbart, Gateway Pundit, Conservative Treehouse, DC Whispers e Truthfeed), commenti sintetici e analisi politiche concise. Al culmine delle primarie Repubblicane, l’account di Mitchell raggiungeva 25mila retweet al giorno e 60 milioni di persone al mese. «Ho dovuto disattivare le notifiche», ha raccontato mestamente, «se tenessi acceso il live feed, sarebbe come guardare un film da 60 fotogrammi al secondo».

Non mi sorprende che Hollywood penda a sinistra. Il movimento progressista è come il set di un film: è costruito per sembrare bello, ma è tutto finto 

Sia su internet che nelle conversazioni Mitchell si presenta come una persona loquace, sicura di sé e sempre allegra, che aggiunge ai suoi tweet delle faccine sorridenti. Nonostante non nasconda il suo disprezzo per i liberal e i progressisti, Mitchell non entra nei battibecchi su Twitter e non insulta le persone. Le rare volte in cui impreca, censura le parolacce con degli asterischi. E per quanto riguarda gli account che pubblicano tweet antisemiti o politicamente scorretti nella comunità di sostenitori di Trump su internet, Mitchell dice di stare «alla larga da quella gente. C’è un sacco di positività in questa campagna». Di recente Mitchell ha iniziato a diffondere questo messaggio anche al di fuori di Twitter, sui suoi nuovi account YouTube e Facebook. Cinque settimane fa, ha iniziato un programma su una web radio chiamato Your Voice Radio, che è già diventato il principale talk show politico su Spreaker, la piattaforma su cui trasmette. Mitchell ha ospitato tra gli altri la portavoce di Trump Katrina Pierson, Paul Nehlen – lo sfidante dello speaker della Camera Paul Ryan – e Juanita Broaddrick, nota per aver accusato Bill Clinton di stupro. Mitchell ha raccontato di aver passato oltre 14 ore al giorno a lavorare al suo programma, imparando da solo come regolare l’audio da YouTube, progettare un nuovo sito e filtrare le telefonate degli ascoltatori che arrivano a un numero sempre attivo («sono single e non ho una relazione», ha scherzato. «Se ne avessi una, probabilmente verrei scaricato, perché non avrei tempo da dedicare all’altra persona»). Come per la sua attività su Twitter, Mitchell spera che la sua trasmissione vada avanti per molto tempo anche dopo le elezioni, e che il programma, che ha 50mila ascoltatori ogni mesa, venga assorbito da una stazione radio satellitare. «Dopo le primarie in Indiana, le cose sono rallentate parecchio», ha raccontato Mitchell. «Ma con la convention dei Repubblicani la situazione tornerà a essere movimentata. I prossimi mesi saranno folli». Mitchell è parso sinceramente entusiasta alla prospettiva di altre giornate da 14 ore su Twitter.

Il cattivo

«La mia carriera è decollata in modo esponenziale»

trump mafia Una foto pubblicata da Milo Yiannopoulos (@milo.yiannopoulos) in data:

Milo Yiannopoulos potrebbe essere visto come una sorta di Caesar Flickerman del Gamergate, una figura della destra alternativa americana studiata meticolosamente, che si diverte a prendere in giro i nemici femministi e progressisti del suo movimento. Chiama Trump «paparino», e si definisce un «trumpsessuale». Trump è «la combinazione perfetta di tutto quello che amo della vita», ha scritto Yiannopoulos in un’email al Washintgton Post, «non si spaventa davanti alla stampa ostile e parla in modo convinto e chiaro. Il suo amore per l’America e il popolo americano è profondo ed evidente». «E poi, ovviamente, è incredibilmente ricco», ha aggiunto, «probabilmente avrei dovuto metterlo come prima cosa».

Yiannopoulos è un giornalista britannico che dirige Breitbart Tech, una sezione del sito di news pro-Trump Breitbart, che pubblica un misto di notizie di tecnologia, commenti e inchieste su progressisti attivi nel settore dei videogiochi. E poi ci sono gli articoli che parlano dello stesso Yiannopoulos. Gli aggiornamenti di Breitbart Tech che parlano di Milo sono così frequenti che fa strano ricordare come l’autore lavori per un sito che prende il nome da un’altra persona. La settimana scorsa, Breitbart ha pubblicato un articolo su un servizio fotografico di Yiannopoulos. Tra i suoi articoli c’è un pezzo che simpatizza con il confuso movimento americano di destra alternativa alt-right, legato ai molti recenti episodi di antisemitismo contro persone viste come nemici di Trump. Yiannopoulos descrive il movimento come un gruppo di giovani nativi digitali che cercano soprattutto di divertirsi. Nonostante questa definizione abbia attirato alcune critiche da uno dei suoi alleati, Yiannopoulos non ne ha preso le distanze, per la gioia del movimento alt-right. «La mia carriera è decollata in modo esponenziale perché sono uno dei pochi giornalisti che capisce questi simpatici burloni di internet che hanno generato così tanta eccitazione intorno alla campagna di Trump», ha raccontato Yiannopoulos, facendo riferimento a un suo recente articolo intitolato La mia fama: un aggiornamento, in cui illustra molti dei suoi recenti successi. Forse Yiannopoulos ricorda più una specie di Gilderoy Lockhart.

Yiannopoulos ha reso il farsi notare un’arte, in un modo che ricorda l’ascesa della campagna presidenziale di Trump. Si circonda dei segni distintivi che contraddistinguono successo e fama. Nega o ignora le accuse dei critici, secondo cui il suo lavoro sarebbe offensivo e inciterebbe alle molestie online. Accuse come questa – indipendentemente dal fatto che siano mosse dai media tradizionali, dai conservatori dell’establishment, o da progressisti – porteranno solamente la sua base a compattarsi ancora di più al suo fianco. Yiannopoulos non è diventato un parafulmine: ha scelto di fare quello che fa. Per usare la sue parole, Yiannopoulos si è guadagnato almeno parte del suo credito riunendo le diverse fazioni del Gamergate a sostegno di Trump, che ha definito come il «candidato di internet». «Per certi esponenti conservatori del Gamergate – il movimento di giocatori di videogame che si oppongono a una maggior rappresentanza di genere nei videogiochi – sostenere Donald Trump è stata una decisione facile», ha scritto. Ma per altre persone dall’orientamento politico diverso, Yiannopoulos ha detto di credere «che il mio lavoro abbia avuto un effetto nel preparare il campo al sostegno a Trump». «Tutti i candidati hanno commesso quelli che i gamer definirebbero degli errori fatali», ha scritto Yiannopoulos, citando alcuni episodi delle campagne elettorali di Clinton, Sanders e Cruz. «Tutti tranne Trump, che alimenta costantemente la cultura di internet nata intorno alla sua candidatura». Pochi giorni fa Yiannaopoulos è stato sospeso a tempo indeterminato da Twitter dopo aver avviato una campagna di attacchi razzisti contro l’attrice nera Leslie Jones, che ha recitato nel recente reboot del film Ghostbusters.

Le ragazze di Trump

«E poi ho pensato che forse è una cosa positiva. La gente saprà che ci sono delle donne che sostengono Trump»

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Una foto pubblicata da S A M M Y H A G M A Y E R (@shagmayer) in data:

Sarah e Samantha Hagmeyer saranno anche diventate famose per le loro belle facce, ma le due gemelle di 20 anni sono più di questo. In fondo, molto prima di posare con bikini e cappelli promozionali della campagna elettorale di Trump, le due ragazze si davano da fare per Students for Trump, un’iniziativa gestita da studenti per mobilitare gli elettori conservatori nei campus dei college americani. «Sono sempre stata una fan di Trump», ha raccontato Sarah. Ora che finalmente è grande abbastanza da votare per lui, è determinata a «coinvolgere altri studenti nella politica». Le due ragazze al momento studiano economia al Rowan College del New Jersey, il che – racconta Sarah – ha solo aumentato il loro rispetto per Trump. Sarah è la coordinatrice delle pubbliche relazioni di Students for Trump, mentre Samantah si occupa dei social network del gruppo. Tra gli account Twitter, Instagram e Snapchat e le varie organizzazioni di news tradizionali e online che le hanno cercate per avere dei commenti, la coppia gestisce un pubblico di oltre 100mila persone, un numero che comunque impallidisce se confrontato alla quantità di persone che ammirano i selfie a tema Trump in cui le ragazze posano con pochi vestiti addosso. Queste immagini sono diventate uno dei simboli delle elezioni del 2016: c’è la foto in cui le due ragazze sono in piedi in mezzo alla neve con dei bikini che riprendono la bandiera americana (Hashtag #twinsfortrump, gemelle per Trump), e ce n’è una in cui Samantha distende le braccia davanti alla bandiera indossando un top con la scritta “America”. Quando a fine giugno, l’hashtag #TrumpGirlsBreaktheInternet è diventato il trending topic più popolare di Twitter, le foto delle Hagmeyer sono apparse ovunque. In testa al feed dell’account Twitter @BabesForTrump è fissata un’immagine in cui le due ragazze posano vicino a una piscina con un cartello della campagna elettorale di Trump. «Le foto ormai sono quasi diventate un modo per fare clickbait o clip art», ha raccontato Sarah, che ha una risata leggera e piacevole e risponde a tutte le domande con un enfatico: «Certo!». «Continuavo a pensare: è una cosa positiva o negativa? Su internet si trovano dappertutto nostre foto in bikini. E poi ho pensato che forse è una cosa positiva. La gente saprà che ci sono delle donne che sostengono Trump. E ora ci sono tutte queste persone che vogliono parlare con noi».


È una delusione che la prima donna candidata alla presidenza per un importante partito americano sia una criminale che dovrebbe andare in prigione.

Le ragazze sono cresciute con la politica: a cena i genitori, soprattutto il padre (che si imbatte regolarmente nelle foto delle figlie nei gruppi di Facebook, una cosa che può sembrare un po’ imbarazzante) parlano spesso di Fox News. Alle superiori, le gemelle facevano parte del consiglio degli studenti e hanno iniziato a votare per le elezioni locali non appena hanno potuto. Sono entusiaste all’idea di poter votare per Trump, ha raccontato Sarah, che lo definisce come l’unico candidato «che c’è davvero per il popolo americano». Le lezioni riprenderanno a settembre e Sarah riconosce che durante le elezioni probabilmente sarà impegnata con l’università. Insieme ad altri organizzatori di Students for Trump, però, sta progettando di fondare una nuova organizzazione per i giovani conservatori, Generation Onward, poco dopo le elezioni. Fino ad allora, Sarah continua a fare il giro tra diversi podcast, canali YouTube, programmi in radio e tv, incarnando allegramente la sostenitrice donna ideale di Trump. «Una donna e una studentessa con una passione per Trump», ha scritto Kevin Scholla di Breitbart in un’intervista a Sarah. «Questo sfata un altro falso mito sulla campagna di Trump, che tu sei riuscita a fare a pezzi!».

Il complottista

«Donald Trump, fammi dire questa cosa: del mio pubblico, direi che il 90 per cento ti sostiene»

Internet è piena di cospirazioni e Alex Jones, il conduttore radiofonico che gestisce Infowars.com, urla al complotto più forte di chiunque altro. È convinto che la strage alla scuola elementare Sandy Hook sia stata un’operazione segreta del governo americano, la stessa teoria che Jones e Infowars – dove oggi lavora una squadra di giornalisti – hanno applicato a molte altre sparatorie di massa negli Stati Uniti. A dicembre, poi, Alex Jones ha intervistato Donald Trump. Il tono dell’intervista è stato amichevole da entrambe le parti. «Donald Trump, fammi dire questa cosa: del mio pubblico, direi che il 90 per cento ti sostiene», ha detto Jones a Trump, che ha risposto: «Per finire, voglio solo dire che la tua reputazione è fantastica. Non ti deluderò. Rimarrai molto, ma molto colpito. Spero e credo che parleremo molto io e te, ma in uno o due anni vedrai… dammi solo un po’ di tempo per gestire le cose».

Jones ha iniziato a costruire il suo impero complottista molto prima che Trump si candidasse alla presidenza, anche se la comunità di Trump su internet lo ha aiutato a trovare un nuovo pubblico. Il suo canale YouTube è passato da 20 milioni di visualizzazioni mensili all’inizio di quest’anno, a 40 milioni a giugno, secondo l’analisi fatta da Socialblade. Dal 2011 fino alla fine del 2015, le visualizzazioni mensili del canale erano abbastanza stabilmente intorno ai 15 milioni. Infowars si è intrufolata gradualmente nella cerchia dei sostenitori di Trump online diventando una fonte di informazione legittima. Guardando dove gli utenti di Reddit hanno postato di recente dei link di Infowars, si scopre che molti articoli estremamente negativi del sito sul movimento Black Lives Matter e Hillary Clinton sono finiti su r/The_Donald, il più importante gruppo di reddit dedicato a Trump, e sul gruppo collegato r/UncensoredNews. Nella stragrande maggioranza dei casi, gli utenti di Reddit postano molto di più i link di Infowars su r/The_Donald che sul gruppo dedicato ai complotti, o in quello molto più piccolo su Infowars.

Il mese scorso, Jones ha fatto un “Ask Me Anything” (AMA, una sessione in cui su Reddit una persona si sottopone a qualsiasi tipo di domanda degli utenti) molto movimentato su r/The_Donald, in cui i partecipanti gli hanno dato alcune dritte e parlato male dei loro nemici comuni: i progressisti, i media e il governo. «A volte Alex può essere un po’ pazzo, ma i giornalisti e Paul Joseph Watson sono sicuramente la parte migliore di Infowars», ha scritto un sostenitore di Trump di recente in una discussione su r/AskTrumpSupporters. «Mi piace il fatto che Infowars si occupi di argomenti di cui i media tradizionali non parlano, quindi so cosa cercare».

Gli aggregatori

«Ci sono giorni in cui penso che il numero delle persone che raggiungiamo su Facebook sia più alto di quello di Trump»

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Sam Oriyavong (per gentile concessione di Sam Oriyavong)

Prima di inizare a gestire il più grande gruppo di sostenitori di Trump, Sanh Oriyavong era conosciuto soprattutto per essere un esperto nella caccia a Bigfoot. Per molti anni, il blog del 37enne Oriyavong, Bigfoot Evidence, è stato il più grande sito al mondo dedicato a Bigfoot. «Non è un caso che Redstate Watcher abbia avuto successo», ha detto Oriyavong del suo popolare aggregatore di notizie, di orientamento conservatore. «Il sito su Bigfoot mi ha reso molto orgoglioso, e l’ho usato come trampolino». Oriyavong e suo fratello Sam hanno creato Redstate Watcher e la pagina Facebook associata al sito, Donald Trump For President, nell’agosto del 2015. All’epoca nessuno dei due era particolarmente interessato alla politica, nonostante siano sempre stati di orientamento conservatore, un retaggio del fatto che da bambini erano fuggiti dal regime comunista del Laos. Inizialmente, Sahn si era avvicinato al mondo dei blog per provvedere al mantenimento di sua moglie e dei loro tre figli piccoli, dopo che la moglie aveva perso il lavoro. Sam, invece, lavora nelle forze dell’ordine nella zona di Sacramento, in California.

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Sam Oriyavong e Donald Trump a un comizio a Reno, in Nevada (per gentile concessione di Sam Oriyavong)

Quando però Trump ha annunciato la sua candidatura, Sanh – che dopo il successo di Bigfoot Evidence aveva continuato la sua carriera in siti di nicchia – ha chiesto a Sam se fosse interessato a realizzare un progetto online ispirato a Trump. Redstate Watcher, il loro sito, mette insieme notizie di stampo conservatore prese da Twitter, YouTube e una serie di importanti società di media, come CNN, Fox News, AP e Washington Post. Negli ultimi otto mesi, il sito ha avuto un successo enorme. e secondo la società di analisi su internet Similarweb supera costantemente il milione di pagine visualizzate al mese. Il pubblico di Redstate Watcher, però, non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello di Donald Trump For President, la pagina di Facebook associata al sito, che ha quasi 1,2 milioni di iscritti molto attivi e pubblica tra gli 80 e 90 post al giorno (Sahn lavora fino alle due di notte tutti i giorni, mentre Sam riprende a gestire la pagina alle 5 del mattino del giorno dopo). I post ricevono in media 1.600 tra “mi piace” e condivisioni, mentre le immagini indignate come quella qui sotto possono arrivare senza difficoltà a centinaia di migliaia.

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Stando ai fratelli Oriyavong, la settimana scorsa la pagina ha raggiunto 30 milioni i visualizzazioni. «Non so bene come valutare questa cosa», ha raccontato Sahn, «ma ci sono giorni in cui penso che il numero delle persone che raggiungiamo su Facebook sia più alto di quello di Trump». Sahn potrebbe non avere tutti i torti: nonostante la pagina personale di Trump abbia molti più iscritti e i suoi post ottengano più reazioni, non ce sono molti che siano stati condivisi tanto quanto i meme degli Oriyavong. La loro pagina Facebook è cresciuta a tal punto che potrebbero tenerla aperta anche dopo le elezioni. «Le persone si informano sui social network, e noi cerchiamo di tenerle informate il più possibile», ha detto Sam. «Prendiamo molto sul serio questa responsabilità» , ha aggiunto Sahn. «Anche se volessimo fermarci, non lo faremmo».

© 2016 – The Washington Post