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L’omicidio di Kitty Genovese non andò come ce l’hanno raccontato

di Stephanie Merry – The Washington Post

È uno dei più famosi casi di cronaca della storia americana, citato come esempio dell'indifferenza delle persone: ma non fu proprio così

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Catherine Susan "Kitty" Genovese e Winston Moseley

Bill Genovese si rese conto di quante persone conoscessero il nome di sua sorella solo quando entrò nei Marines, nel 1966. Era in fila durante il periodo di addestramento, in attesa che arrivasse parte del suo equipaggiamento, due anni dopo che la 28enne Kitty Genovese era stata uccisa a coltellate nel distretto del Queens a New York, mentre 38 dei suoi vicini guardarono senza intervenire (questa perlomeno fu la versione raccontata all’epoca). «Genovese, William», disse un uomo che stava controllando i nomi dei soldati da un elenco. «Kitty è tua sorella?». «Lo guardai incredulo», ha ricordato Genovese, cinquant’anni dopo l’omicidio. Il marine aveva sentito il nome di Kitty durante una lezione di psicologia o sociologia, nello stesso modo in cui molte persone si sono imbattute nella sua storia nel corso dei decenni. In alcuni libri testo introduttivi, la morte di Kitty Genovese è usata come prova dell’apatia delle persone che assistono a un comportamento scorretto senza fare nulla, e come avvertimento che insegna come una responsabilità diffusa e condivisa possa provocare l’inazione dei singoli. Secondo questa teoria, un testimone da solo avrebbe maggiori probabilità di intervenire per soccorrere una persona rispetto a uno in un gruppo di 38.

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Catherine Susan “Kitty” Genovese nel 1956 (June Murle/The Witnesses Film, LLC/FilmRise)

Escludendo gli assassinii di persone famose, quello di Kitty Genovese è uno degli omicidi più famosi nella storia americana moderna. L’ultima terribile mezz’ora della sua vita ha ispirato diversi episodi di Law & Order, un canzone folk, romanzi, un musical e un episodio di GIRLS. Diversi psicologi hanno trovato il tema a cui dedicare il lavoro di una vita grazie a Kitty, che ha anche contribuito a ispirare la creazione del 911 – la linea telefonica americana per le emergenze – come strumento per chiedere aiuto. La sua morte ha avuto una grande eco e ha lasciato un segno. Conta qualcosa, quindi, che la maggior parte delle persone conoscano una storia sbagliata?

A partire dal 2004, Bill Genovese ha passato più di dieci anni cercando di capire come e perché sua sorella fosse morta e chi fosse veramente. Il nuovo documentario The Witness racconta le svolte e i colpi di scena della sua ricerca. Il film è stato diretto da James Solomon ed è coinvolgente quanto il podcast Serial o il docu-film Making a Murderer – entrambi tratti da storie vere – ma è più intimo ed emozionante. Come la maggior parte delle persone, anche Genovese venne a sapere inizialmente delle circostanze intorno alla morte di sua sorella da un articolo – oggi smentito – del New York Times, che finì in prima pagina il 27 marzo 1964 con il titolo “37 persone hanno assistito a un omicidio senza chiamare la polizia” (il numerò poi fu alzato a 38).

Genovese i suoi fratelli hanno passato i successivi trent’anni a proteggere la madre dagli articoli sulla storia, che venivano pubblicati in continuazione. La donna non si riprese mai emotivamente dalla morte della figlia maggiore. Quando nel 1992 sua madre morì, e il New York Times riconobbe le incoerenze delle sua versione con un articolo del 2004, Genovese decise di lavorare con Solomon, che lo aveva intervistato per un progetto mai realizzato del network americano HBO. «Non so perché, ma sono affascinato da queste storie iconiche, che tutti pensiamo di conoscere», ha detto Solomon, che ha scritto anche la sceneggiatura per The Conspirator, un film drammatico diretto da Robert Redford e incentrato su Mary Surrat, che aiutò l’assassino del presidente Abraham Lincoln, John Wilkes Booth.

In realtà non ci furono 38 testimoni oculari dell’omicidio, che iniziò per strada e continuò nell’androne di un appartamento, anche se molte più persone potrebbero aver sentito qualcosa. Solo una manciata di persone vide davvero l’assassino, Winston Moseley, aggredire Kitty. Una di loro urlò: «Lascia stare la ragazza». Almeno due vicini dicono di aver chiamato la polizia, che però non ha registri di quelle telefonate. Un’altra vicina, Sophia Farrar, corse ad aiutare Kitty e la sorresse mentre moriva. «Questa donna, alta più o meno un metro e cinquanta, si precipitò giù dalle scale alle 3:30 del mattino», ha detto Genovese. «Non sapeva a cosa andava incontro. Non pensò nemmeno un secondo al fatto che quell’uomo poteva essere ancora lì». L’atto eroico, però, non combaciava con la storia di indifferenza urbana raccontata dal New York Times, che non la riportò nell’articolo del 1964 .

Genovese intervistò anche A.M. Rosenthal, che nel periodo in cui Kitty fu uccisa era responsabile della cronaca cittadina del New York Times e contribuì a determinare la narrazione della storia. «Da dove prendeste quel 38?», gli chiese Genovese mentre girava il film. Rosenthal, che nel frattempo è morto, rispose con una risata beffarda. «Non posso giurare su Dio che ci furono 38 persone. C’è chi dice che furono di più e chi di meno», disse con un movimento disinvolto della mano. «Ma la verità è che le persone in tutto il mondo furono colpite dalla storia. Ha avuto qualche effetto? Puoi scommetterci, e ne sono contento». Lo stesso Genovese ammette che il messaggio di quell’articolo – in sostanza: se vedi qualcosa, non stare zitto – «andava detto: quell’anno a New York ci furono 636 omicidi». Il fatto che nella coscienza collettiva si sia radicata una storia falsa non frustra Genovese né Solomon. «Le parabole sono importanti: hanno una funzione», ha detto Solomon. «L’idea di Bill non era smentire una storia – il che dimostra che non avesse un piano predefinito riguardo al progetto – ma semplicemente ripercorrere gli eventi e dare voce alle persone che ne erano state colpite più profondamente».

La cosa che affascina tanto di The Witness, in definitiva, non è che arrivi alla verità. Non ci riesce, perché con così tante versioni contrastanti è impossibile. Il film dimostra che la diffusione di responsabilità può avere delle conseguenze sulle persone, ma soprattutto centra un altro aspetto della natura umana: le storie che ci raccontiamo per giustificare le nostre azioni. «Non la direi in modo così delicato», ha detto Genovese. «È come se inconsciamente ci inventassimo stronzate a cui poi finiamo per credere, perché ce le ripetiamo in testa così tante volte da farle diventare parte della storia della nostra vita». Una delle vicine di Kitty ha davvero chiamato la polizia? O è quello che racconta a se stessa per poter convivere con la sua coscienza? Moseley, che è morto quest’anno, confessò l’omicidio nel 1964, ma in età avanzata disse di aver solo fatto da autista al gangster che aveva ucciso Kitty. Secondo il figlio di Moseley, che Genovese intervista durante il film, suo padre uccise Kitty perché lei gli aveva urlato contro insulti razzisti. Le persone del quartiere che quella notte sentirono le urla di Kitty raccontarono di aver pensato che fosse solo una lite domestica (Kitty e Moseley in realtà non si conoscevano).

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Bill Genovese a una proiezione di The Witness durante il New York Film Festival, il 6 ottobre 2015 (Mark Sagliocco/Getty Images)

Nel bene e nel male, storie come questa influenzano profondamente le persone che ci credono. L’articolo del New York Times portò a grandi ricerche nel campo della psicologia e della sociologia, ma fece anche apparire un gruppo di abitanti del Queens come complici senza cuore di un omicidio. Sostituì la vita di Kitty Genovese con la sua morte: le persone non la ricordano come la vivace gestrice di un bar, una persona scherzosa e una sorella maggiore amata, ma come una vittima. Di sicuro la storia ha influenzato Bill Genovese, che dopo essersi diplomato si arruolò nell’esercitò invece di andare al college, mentre i suoi amici cercavano un modo per sfuggire alla leva. A Genovese, però, quest’idea ricordava tutte le persone che avevano guardato sua sorella morire senza fare niente. Così andò in Vietnam, dove perse entrambe le gambe. «Ero steso in mezzo a una risaia, completamente solo», racconta nel film. «Pensai a Kitty, a come deve essere stato per lei capire che nessuno l’avrebbe salvata». Non è mai arrivato così vicino a capire cosa deve aver provato sua sorella ad Austin Street nel 1964. Ma la storia di Bill ebbe un finale diverso: i Marines arrivarono a salvarlo e lo portarono al sicuro. «Sono sopravvissuto per raccontare questa storia», ha detto. La sua e quella di sua sorella.

© 2016 – The Washington Post

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