I guai delle banche italiane, spiegati

Secondo l'Economist sono un problema più grave di Brexit, ma salvarle non sembra affatto semplice: una guida per capirci qualcosa

Questa settimana, tutti i principali giornali economici internazionali hanno dedicato ampio spazio alla crisi delle banche italiane, che dopo il referendum su Brexit hanno perso moltissimo valore in borsa come già capitato altre volte in concomitanza di altri guai economici mondiali. L’Economist ha persino dedicato alla questione l’articolo di copertina di questa settimana. Secondo il noto settimanale britannico le banche italiane sono da anni in pessime condizioni, e il crollo in borsa ha solo evidenziato una situazione che non è stata risolta: «Un’altra minaccia finanziaria, potenzialmente persino più pericolosa del referendum britannico, incombe sull’Europa: le banche italiane sono ad un passo da una crisi finanziaria». Bisogna davvero preoccuparsi?

Dall’inizio
Sono anni ormai che il sistema finanziario italiano si trova in cattive condizioni, ma la crisi è arrivata sulle prime pagine di tutti i giornali soprattutto a partire dall’autunno scorso, quando dopo il fallimento di quattro banche popolari (Banca Etruria, Carichieti, Banca Marche e Cassa di Risparmio di Ferrara) è divenuta particolarmente visibile e preoccupante.

Da un lato la parziale applicazione della direttiva europea BRRD (il cosiddetto “bail in”), ha portato perdite tra azionisti e investitori, tra cui molti risparmiatori comuni che hanno contestato la perdita dei loro risparmi, sostenuti da numerose forze politiche. Dall’altro, le banche italiane hanno cominciato a soffrire ad ogni guaio del mercato più delle loro concorrenti europee. All’inizio dell’anno, con i timori sul rallentamento dell’economia cinese, le banche italiane hanno perso decine di punti percentuali in pochi giorni. La stessa situazione si è di nuovo ripetuta nelle scorse settimane, dopo il referendum britannico. Governo, Banca d’Italia e l’associazione di categoria delle banche (l’ABI), sono tutti d’accordo su qual è la soluzione da adottare: usare soldi pubblici per salvare le banche, sospendendo la BRRD per evitare che azionisti e investitori ci vadano di mezzo. Ma si tratta di una soluzione molto difficile da percorrere.

Qual è il problema, esattamente?
Le banche italiane sono in difficoltà oramai da parecchi anni. I loro problemi sono noti e sono in buona parte di origine locale: dirigenti un po’ antiquati, frequenti collusioni con la politica, molte più filiali e dipendenti di quanti siano giustificati dalle loro dimensioni, e una sorte di campanilismo finanziario che ha portato alla nascita di decine di istituti minuscoli e spesso poco efficienti. Ma il problema di cui si parla in questi giorni, direttamente collegato a quelli di più lunga durata, è quello dei cosiddetti NPL, cioè i crediti deteriorati che “pesano” sui bilanci delle banche e rendono difficile erogare nuovi prestiti.

Questi crediti “deteriorati” sono frutto in parte della crisi economica, che ha fatto sì che diversi privati e imprenditori non fossero più in grado di ripagare gli interessi sui prestiti ricevuti. Altre volte sono il frutto di scelte imprudenti e sconsiderate da parte degli amministratori delle banche, che hanno prestato ad amici o alleati politici somme che difficilmente avrebbero potuto essere restituite. Una fetta significativa del totale dei crediti deteriorati è detenuta da un numero relativamente ridotto di debitori. Di fatto, oggi e per varie cause, circa il 17 per cento del totale dei crediti erogati dalle banche italiane rischia di non essere restituito.

A causa delle regole che impongono un rapporto tra patrimonio e prestiti erogati, questi NPL bloccano la capacità delle banche di prestare nuovi soldi e quindi causano un grave danno a tutto il sistema economico, oltre a far temere per la solidità delle banche più deboli ed esposte a questo problema. Il problema è emerso con sempre più chiarezza anche grazie alle ispezioni e agli stress test della BCE, che hanno rivelato la difficile situazione italiana. I risultati di un nuovo round di stress test sono attesi entro fine luglio e potrebbero rivelare ulteriori buchi di capitale e quindi rendere ancora più urgente una soluzione. Le possibilità, in quel caso, sono sostanzialmente due: aumentare il patrimonio delle banche oppure ridurre la quantità di NPL.

Qual è la soluzione?
Il governo vorrebbe fare tutte e due, ma usando soldi pubblici. È una soluzione che è appoggiata da tutti quelli che in genere vengono chiamati “poteri forti”: la Banca d’Italia, l’associazione delle banche, Confindustria e persino il Fondo Monetario Internazionale. Anche l’Economist, nell’articolo di questa settimana, dice che l’unica soluzione per le banche italiane è quella di mettere in campo soldi pubblici. Il problema è come farlo. Non solo la soluzione pratica è ancora piuttosto incerta, ma c’è un altro grosso ostacolo da superare: la BRRD, cioè la procedura di bail-in.

Le nuove regole europee concedono agli stati la possibilità di salvare le banche, ma – semplificando molto – la concedono solo nella misura in cui parte del salvataggio viene fatta pagare ai proprietari (cioè gli azionisti) e agli investitori della banca (cioè gli obbligazionisti) e, in casi estremi, anche a coloro che hanno depositato nella banca grosse somme di denaro (i depositi fino a 100 mila euro sono assicurati e in teoria non rischiano nulla, tranne in caso di eventi enormemente negativi).

A occhio è una norma più che sensata: prima di usare i soldi di tutti i cittadini per salvare una banca è bene che il conto venga pagato da chi quella banca l’ha gestita, cioè gli azionisti, e poi da chi ha scommesso sulla sua solidità, cioè gli obbligazionisti. In questo modo si “responsabilizzano” queste figure, che sapendo che dovranno pagare parte del fallimento, sono incentivate ad amministrare in maniera efficiente. Per questa ragione, la BRRD è stata votata anche dall’Italia nel 2013, senza che all’epoca nessuno avesse da ridire.

Dopo l’applicazione parziale della direttiva nel caso delle quattro banche, le critiche però sono arrivate da quasi tutte le forze politiche, oltre che da giornali e singoli commentatori. Questa settimana, il presidente dell’ABI Antonio Patuelli è arrivato a dire che la BRRD è “anticostituzionale”. Uno dei problemi della BRRD, e che è stato evidente nel caso delle quattro banche popolari, è che un numero elevatissimo di obbligazioni subordinate (le prime a subire perdite in caso di dissesto di una banca) non sono state vendute a investitori “normali”, che possiedono la competenza necessaria ad acquistare questi strumenti, ma sono state acquistate da privati cittadini, pensionati o risparmiatori senza alcuna conoscenza specifica. L’Economist ricorda che circa 200 miliardi di obbligazioni bancarie italiane sono oggi nelle mani di privati cittadini. Come riassume il settimanale: «Costringere persone normali ad accettare di nuovo delle perdite danneggerebbe gravemente Matteo Renzi, rovinando le sue possibilità di vittoria al referendum costituzionale del prossimo autunno».

La scappatoia
Per questo il governo da giorni sta cercando di ottenere dall’Europa la possibilità di salvare le banche italiane senza applicare la BRRD, un’ipotesi che è già stata nettamente respinta dal Cancelliere tedesco Angela Merkel, ma su cui la Commissione Europea sembra in qualche misura più aperta. Ma se anche questo ostacolo venisse superato, ce ne sono come minimo altri due, altrettanto ripidi. Il primo è decidere di quanto capitale avranno bisogno le banche. Per stabilirlo è necessario dare un prezzo ai crediti deteriorati. Secondo le banche, è possibile recuperare circa il 40 per cento del loro valore rivalendosi sulle garanzie sottostanti (in genere immobili per l’acquisto dei quali la banca ha concesso un mutuo). Ma al momento, chi prova a rivendere davvero questi crediti sui mercati ottiene tra il 10 e il 20 per cento del loro valore.

Se anche la Commissione decidesse di dare il via libera a una ricapitalizzazione di stato, concedendo solamente un’applicazione parziale della BRRD, bisognerebbe accordarsi su quanto capitale sarebbe necessario: poco, secondo la valutazione dei banchieri italiani, molto di più secondo i prezzi fatti dal mercato sui crediti attuali. L’ultimo problema infine è quello trovare il denaro necessario. È possibile che il governo riesca a trovare le risorse per mettere in sicurezza una delle banche in difficoltà, probabilmente MPS, quella che si trova in una delle situazioni più gravi. Trovare le decine di miliardi per mettere in sicurezza tutto il sistema, ripulendolo delle centinaia di miliardi di crediti deteriorati, sembra essere invece molto più complicato.

 

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