• Mondo
  • martedì 5 luglio 2016

Tre mesi dopo i Panama Papers

Che fine ha fatto l'inchiesta sulle società off shore? Quali conseguenze ha avuto?

(Frank May/picture-alliance/dpa/AP Images)

Sono passati poco più di tre mesi da quando l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), un’organizzazione internazionale di giornalisti, ha cominciato a raccontare l’inchiesta sui cosiddetti “Panama Papers”: una serie di documenti trapelati da Mossack Fonseca, una delle più importanti società del mondo che si occupa di creazione e gestione di società off shore e in paradisi fiscali, cioè in paesi dove ci sono regimi fiscali molto agevolati. Che fine ha fatto l’inchiesta? Quali conseguenze ha avuto?

Panama Papers, in breve
I documenti dei Panama Papers erano stati ottenuti dal giornale tedesco Süddeutsche Zeitung da un dipendente della Mossack Fonseca che aveva voluto restare anonimo, ed erano poi stati condivisi con l’ICIJ, che a sua volta aveva chiesto aiuto a oltre 100 organizzazioni giornalistiche di 80 paesi diversi, tra cui il Guardian e BBC (e l’Espresso in Italia), per studiarli e analizzarli. I documenti riguardano le attività di migliaia di società, alcune controllate da politici, capi di stato e banche di tutto il mondo. Tra le persone coinvolte a vario titolo c’erano anche dodici tra attuali ed ex leader politici internazionali: tra gli altri c’erano anche il primo ministro britannico David Cameron e l’allora primo ministro islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson. Anche il presidente russo Vladimir Putin era rimasto coinvolto, nonostante il suo nome non comparisse direttamente nei documenti.

Lo scorso 10 maggio l’International Consortium of Investigative Journalists ha messo a disposizione sul proprio sito un motore di ricerca che consente di cercare informazioni sulle circa 200 mila società coinvolte nell’inchiesta, nonostante Mossak Fonseca avesse diffidato con una lettera l’organizzazione dal pubblicare il database.

Subito dopo la pubblicazione dell’inchiesta, diversi paesi hanno avviato una serie di indagini basate sulle informazioni ottenute attraverso i documenti: Stati Uniti, Francia, Germania, Australia, Austria, Svezia e Paesi Bassi, tra gli altri. Avere del denaro in una società off shore non è necessariamente un reato, ma spesso le società nei paradisi fiscali vengono create per evadere il fisco o riciclare del denaro. In qualche caso probabilmente non ci sarà alcuna conseguenza, in qualche altro c’è già stata e sono stati presi importanti impegni a livello internazionale.

L’Islanda, la FIFA e gli altri
Le conseguenze più importanti dei Panama Papers hanno riguardato l’Islanda. In Islanda c’è un nuovo primo ministro, Sigurður Ingi Jóhannsson, che ha preso il posto di Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, a cui era legata una società off shore fondata nel 2007 con l’aiuto di Mossack Fonseca, che aveva contratto un grosso credito nei confronti di tre banche islandesi. Nel 2008 queste tre banche erano state parzialmente nazionalizzate dopo che avevano dichiarato bancarotta. Nel frattempo, nel 2009, Gunnlaugsson era entrato in Parlamento. Dato che la società di Gunnlaugsson risultava essere ancora in credito dopo la nazionalizzazione, anche successivamente al suo ingresso in Parlamento, Gunnlaugsson era stato accusato di conflitto di interessi (oltre che di aver nascosto ai cittadini islandesi di essere legato a una società del genere). Sono state poi annunciate elezioni anticipate e il Partito Pirata oggi è dato per favorito.

L’Islanda ha anche un nuovo presidente, dopo che Ólafur Ragnar Grímsson, per i suoi rapporti con una società off shore nelle Isole Vergini Britanniche, aveva deciso di non ripresentarsi dopo cinque mandati. Lo scorso 25 giugno è stato eletto Gudni Johannesson, sconosciuto fino a qualche mese fa: è un ex professore universitario e si è candidato come indipendente.

In Argentina Mauricio Macri, il nuovo presidente conservatore che aveva vinto il ballottaggio delle elezioni nel novembre del 2015, sta affrontando un’indagine dopo la denuncia di un deputato dell’opposizione. Un giudice federale ha infatti ordinato di verificare eventuali discrepanze nelle dichiarazioni ufficiali fatte dal nuovo presidente, in particolare sul valore reale del suo patrimonio. Macri ha sempre negato irregolarità, ma ha ammesso che un gruppo di imprese di proprietà della sua famiglia aveva istituito una società off shore a Panama attraverso Mossack Fonseca.

Nel Regno Unito, in Ucraina, in Russia, in Marocco e in Cina l’inchiesta non ha invece avuto alcun impatto, nonostante i primi ministri di questi paesi o importanti funzionari di governo risultassero direttamente o indirettamente coinvolti.

Qualche conseguenza c’è stata invece nella dirigenza della FIFA. Dopo l’inchiesta l’avvocato uruguaiano Juan Pedro Damiani, uno dei membri del “Comitato etico” della FIFA, ovvero l’organo che ha il compito di indagare e giudicare le condotte dei membri dell’organizzazione, si era dimesso dal suo incarico. I documenti hanno rilevato che il suo studio legale era collegato ad almeno sette società off shore in cui è coinvolto Eugenio Figueredo, ex vice presidente della FIFA incriminato per frode e riciclaggio dalle autorità statunitensi che negli ultimi mesi hanno indagato sulla FIFA. I Panama Papers collegavano Damiani anche ad una società del Nevada, negli Stati Uniti, a sua volta riconducibile a Hugo e Mariano Jinkis, due imprenditori argentini accusati di aver pagato decine di milioni di dollari in tangenti per ottenere l’assegnazione dei diritti televisivi di alcuni eventi FIFA per l’America latina.

Il nuovo presidente della FIFA, Gianni Infantino, anche lui collegato alla vendita dei diritti televisivi della UEFA alla società off shore di Jinkis non ha invece subito conseguenze. Le notizie sui legami di Michel Platini con una società off shore non hanno invece portato a nessuna azione legale, ma certamente – scrivono diversi osservatori – non hanno deposto a suo favore nella decisione del Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna (TAS) di confermare la sua squalifica, seppur riducendola. Platini aveva poi dato le sue dimissioni dalla UEFA.

L’Europa
I Panama Papers hanno portato finora a molte dichiarazioni di intenti per prevenire casi di evasione e riciclaggio, ma ancora a molto poco di concreto. Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Spagna hanno chiesto a metà aprile, in vista del G20, di ripristinare la lista nera dei paradisi fiscali abolita nel 2011 e di prevedere sanzioni per i paesi non collaborativi. Questa lista potrebbe essere creata nel luglio del 2017 e contenere una dozzina di nomi, scrive Le Monde che aveva anticipato la notizia. La creazione di una “lista nera”, commenta Le Monde, sarebbe un netto cambio di direzione rispetto agli ultimi anni a cui potrebbe associarsi anche l’Unione Europea, che vorrebbe creare «la propria lista nera nel corso dei prossimi mesi», come ha anticipato il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici.

All’inizio di maggio al summit anticorruzione di Londra – che ha riunito i rappresentanti di 40 paesi con i rappresentanti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale – è stato presentato un appello firmato da più di 300 economisti per mettere fine alla segretezza delle operazioni finanziarie realizzate off shore. Al summit si è discusso soprattutto di frode e di evasione fiscale e alcuni paesi come Regno Unito, Olanda, Kenya, Nigeria e Francia hanno deciso di creare un registro pubblico nazionale dei beneficiari effettivi di beni e società. Il Regno Unito ha preso inoltre l’impegno di costringere le imprese straniere che acquistano beni immobiliari nel paese di rivelarne il reale beneficiario finale. Il governo francese, a fine giugno, ha tenuto fede agli impegni e ha reinserito Panama nella lista nera dei paradisi fiscali non cooperativi, dalla quale il paese era uscito nel 2012.

Lo scorso giugno il Parlamento europeo ha creato una commissione d’inchiesta che dovrà stabilire entro un anno se la UE stessa e i vari stati membri hanno fallito e in che modo nei loro obblighi di prevenire riciclaggio e evasione fiscale. Saranno molto probabilmente coinvolti alcuni banchieri, rappresentanti di Mossack Fonseca, rappresentanti del governo di Panama, oltre che diversi ministri europei. Nel frattempo, però, il Parlamento europeo ha approvato una direttiva molto criticata sui segreti aziendali, la 2013/0402, che si occupa di «protezione del know-how riservato e delle informazioni commerciali riservate (segreti commerciali) contro l’acquisizione, l’utilizzo e la divulgazione illeciti». I critici temono che con il pretesto di proteggere i segreti commerciali e le informazioni riservate delle imprese dell’UE, la direttiva possa impedire future rivelazioni circa pratiche commerciali e finanziarie poco chiare.

E Panama?
Il governo panamense inizialmente ha reagito con forza denunciando nei suoi confronti un complotto internazionale. Il presidente di Panama, Juan Carlos Varela, ha poi cambiato strategia dicendo che avrebbe nominato una commissione indipendente formata da esperti nazionali e internazionali con il compito di migliorare la trasparenza del settore finanziario del paese. Con il Venezuela è stata poi avviata un’indagine congiunta per individuare varie irregolarità emerse dai Panama Papers.

Mossack Fonseca ha già chiuso almeno sei filiali in paesi in cui sono in corso inchieste giudiziarie. Il co-fondatore Ramon Fonseca si era poi dimesso da consigliere del presidente Varela pochi giorni prima delle rivelazioni.

E John Doe?
Il caso “Panama Papers” ha avuto inizio da un messaggio anonimo inviato a un giornalista tedesco della Süddeutsche Zeitung: «Salve, mi chiamo John Doe (il nome che in inglese usa di solito chi vuole restare anonimo, ndr). Le potrebbero interessare alcuni dati?». Di John Doe non è mai stata rivelata l’identità, non si sa nemmeno se si tratti di un’unica persona e i giornalisti che hanno avuto contatti con lui non hanno raccontato molto di quello che sanno.

Lo scorso giugno un informatico impiegato nell’ufficio di Ginevra della Mossack Fonseca era stato arrestato con l’accusa di furto di dati e poi rilasciato con il divieto di lasciare la Svizzera. Sembra, tuttavia, che non corrisponda al John Doe dei Panama Papers e che si trattasse invece di un imitatore che ha cercato di rubare una serie di informazioni dopo la pubblicazione della famosa inchiesta.

Mostra commenti ( )