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  • giovedì 30 giugno 2016

Come sono andate le elezioni in Mongolia

Ha stravinto il partito di opposizione, e ha influito il grave rallentamento di quella che una volta era una delle economia più in crescita al mondo: c'entra la Cina

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(JOHANNES EISELE/AFP/Getty Images)

Mercoledì 29 giugno in Mongolia si è votato per rinnovare il governo e il parlamento: secondo i risultati preliminari ha stravinto il Partito Popolare Mongolo (MPP), cioè il maggiore partito di opposizione, che era stato al governo del paese per 69 anni durante il periodo comunista, fino al 1990 con il nome di Partito Rivoluzionario del Popolo Mongolo. Il responsabile della commissione elettorale ha detto che MPP ha ottenuto 65 dei 76 seggi del Grande Hural, il parlamento con una sola camera della Mongolia. Il Partito Democratico Mongolo al potere ha invece subìto una pesante sconfitta e ha ottenuto solo 9 seggi, rispetto ai 38 che aveva in precedenza. L’affluenza è stata poco più del 72 per cento.

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In molti consideravano queste votazioni come un test sulla politica economica del governo, e in campagna elettorale si è parlato soprattutto di economia. La Mongolia sta infatti attraversando una grave crisi: era uno dei paesi ad aver avuto la più rapida crescita economica degli ultimi anni, grazie alle preziose risorse minerarie del territorio, il cui sfruttamento su grande scala era iniziato solo da poco, e agli intensi rapporti commerciali con la Cina. Nel 2011 la crescita era oltre il 17 per cento, l’anno scorso è invece crollata al 2,3.

L’MPP ha promesso agli elettori di tagliare la spesa pubblica una volta al governo, ha insistito molto sul rallentamento della crescita economica e sul raddoppio del debito estero durante gli anni di governo del Partito Democratico. Gran parte del declino, secondo gli osservatori, può essere attribuito proprio al rallentamento dell’economia in Cina e al calo dei prezzi delle principali esportazioni della Mongolia (carbone e rame), ma gli elettori hanno accusato il governo di non aver fatto abbastanza e di aver aumentato il debito. La vittoria dell’MPP è stata interpretata come una chiara volontà di cambiamento rispetto al recente passato. Il capo del Partito Democratico, Enkhbold Zandaakhuu, ha ammesso la sconfitta dicendo che «gli ultimi quattro anni sono stati molto difficili».

La Mongolia ha meno di 3 milioni milioni di abitanti, sparsi su un territorio che è grande circa cinque volte quello italiano. È schiacciata tra la Cina e la Russia, senza sbocchi sul mare e poco popolata, ma è in una posizione strategica per le relazioni internazionali. La Mongolia è stata una provincia cinese fino al 1921, quando conquistò l’indipendenza anche grazie al sostegno che l’Unione Sovietica diede ai nazionalisti mongoli. Fino agli anni Novanta la nuova Repubblica mongola fu un paese comunista e un satellite dell’URSS guidato dal Partito Rivoluzionario del Popolo Mongolo, di ispirazione comunista. Il crollo dell’Unione Sovietica influì pesantemente sulla politica e sull’economia della Mongolia, che nel 1991 avviò una fase di transizione alla democrazia e all’economia di mercato.

La Mongolia è una repubblica parlamentare, quindi il popolo elegge il parlamento che a sua volta elegge il governo. Il presidente della Repubblica viene eletto direttamente dalla popolazione e ha un ruolo ampiamente simbolico. Al parlamento spetta il potere legislativo: è a una sola camera, si chiama Grande Hural, è composto da 76 membri ed è eletto ogni quattro anni. Nel 1992 è stata adottata una nuova Costituzione e nel 1996 il Partito Rivoluzionario perse le elezioni mantenendo comunque un ruolo importante nella politica del paese. Le elezioni del giugno 2012 furono vinte dal Partito Democratico, nato dalla fusione di altri piccoli partiti.

Il sottosuolo della Mongolia è uno dei più ricchi di minerali al mondo ed è pieno di rame, carbone, oro, ferro. Nella sud del paese, occupato in gran parte dal deserto del Gobi, c’è uno dei depositi di carbone più grandi del mondo, che ha cominciato a essere sfruttato solo qualche anno fa. Gli investimenti nel settore minerario hanno consentito alla Mongolia di diventare uno dei paesi con la più rapida crescita economica degli ultimi anni. Nel 2011 l’economia della Mongolia è cresciuta del 17 per cento e nel 2012 del 12 per cento. Lo sviluppo del paese è stato favorito anche dalla vicinanza con la Cina. Il carbone è fondamentale per le acciaierie e le centrali elettriche cinesi, mentre il rame viene utilizzato per realizzare i cavi elettrici delle città cinesi e per la produzione di batterie, legata al mercato in pieno sviluppo delle macchine elettriche.

La rapida crescita economica ha portato però ad alcune storture e non ha favorito il miglioramento delle condizioni di vita causando proteste e malcontento: la capitale è stata invasa dal lusso e dalle grandi firme della moda internazionale. Il contrasto tra la ricchezza del centro e le periferie appena fuori città è però impressionante e la maggior parte della popolazione (in buona parte ancora costituita da nomadi) vive ancora sotto la soglia della povertà.

Questo rapidissimo sviluppo ha subito poi un brusco arresto, è aumentato l’indebitamento del paese nei confronti degli investitori internazionali, le diverse offerte di titoli di Stato a lungo termine sono state un fallimento e il debito pubblico ha raggiunto oltre l’80 per cento del PIL alla fine del 2015. Nel 2012 il governo mongolo aveva deciso di stringere la regolazione sulle concessioni minerarie causando una brusca frenata nell’arrivo di capitali stranieri. A questo si devono aggiungere la crisi del mercato del carbone, la seconda risorsa più diffusa nel sottosuolo mongolo, e il rallentamento della crescita economica cinese, il principale partner della Mongolia.

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