La battaglia di Little Bighorn, 140 anni fa

Quella del generale Custer, dei Lakota e dei Cheyenne, diventata un simbolo della nascita degli Stati Uniti

("The Custer Fight" di Charles Marion Russell)

Il 25 giugno del 1876, nei pressi del torrente Little Bighorn nel Montana, Stati Uniti, ci fu una delle battaglie più conosciute delle Guerre indiane, combattute tra il Settecento e l’Ottocento tra i nativi americani e i coloni prima e le autorità statunitensi poi. Le Guerre indiane, che terminarono intorno al 1890, segnarono la conquista delle nazioni indiane e in molti casi la decimazione dei loro abitanti, e sono considerate uno degli eventi fondanti degli Stati Uniti per come li conosciamo oggi, e allo stesso tempo tra gli episodi più tragici della storia americana. A Little Bighorn gli indiani Lakota e i loro alleati, i Cheyenne, vinsero contro il 7° Reggimento di cavalleria dell’esercito statunitense comandato dal tenente colonnello George Armstrong Custer, che morì durante la battaglia, diventata leggendaria grazie ai molti film, romanzi e fumetti che la raccontarono. Negli ultimi anni ricerche e studi hanno smontato in parte il mito di Little Bighorn, rivelando errori tattici e inadeguatezze di Custer, e ridimensionando il mito sul suo eroismo nella battaglia.

Prima di Little Bighorn
La battaglia di Little Bighorn fu un episodio della Guerra delle Black Hills, le montagne sacre per gli indiani Lakota (Sioux) e loro terreno di caccia. La guerra precedente, quella di Nuvola Rossa, aveva portato alla firma di un trattato tra nativi americani e colonizzatori statunitensi che aveva marcato i confini della Grande Riserva Sioux e sancito che un’ampia porzione di territorio non fosse reclamata dal governo né riconosciuta come parte della riserva. Era una sorta di zona franca, dove i nativi erano liberi di muoversi, accamparsi e cacciare, a patto che lasciassero fare lo stesso anche agli statunitensi. La mancanza di regole chiare, però, portò a frequenti attriti e fraintendimenti sull’appartenenza di questi territori.

little bighorn-3I rapporti tra nativi e statunitensi peggiorarono nel 1874, quando si scoprì che nelle Black Hills c’era l’oro. In poco tempo centinaia di cercatori entrarono nei territori della riserva per sfruttarli senza averne il diritto: l’esercito degli Stati Uniti provò più volte a cacciarli oltre il confine, senza però ottenere grandi risultati. Per sbloccare la situazione, il governo cambiò strategia e offrì circa 6 milioni di dollari ai Lakota per acquistare le terre frequentate dai cercatori d’oro. Ma a causa della ferma opposizione di alcune tribù indiane, a partire da quella molto influente guidata da Toro Seduto, non fu possibile trovare un accordo. Si stima che a un anno dalla scoperta dell’oro, nelle Black Hills ci fossero circa 15mila cercatori abusivi. La situazione era piuttosto caotica e il governo provò a risolverla a suo vantaggio, con la forza, intimando a tutti i nativi di lasciare i territori che secondo i trattati non appartenevano né agli indiani né agli Stati Uniti, obbligandoli a raggiungere la Grande Riserva Sioux entro l’inizio del febbraio del 1876.

I preparativi per la battaglia
L’ultimatum era pretestuoso e impraticabile per vari motivi, a cominciare dall’impossibilità di avvertire per tempo tutte le tribù, soprattutto quelle nomadi: l’obiettivo era fare la guerra ai nativi per ottenere i territori in cui erano attivi i cercatori. Nella primavera – a ultimatum ormai scaduto – dal Montana, dal North Dakota e dal Wyoming partirono tre colonne dell’esercito dirette verso i territori delle Black Hills. Il governo aveva sottostimato il numero dei nativi, pensando che le tribù ribelli fossero solo quelle dei nomadi invernali che non accettavano l’esistenza della riserva, come quelle di Cavallo Pazzo e Toro Seduto, e che quindi comprendessero al massimo 800 guerrieri. Il numero si rivelò in realtà molto più alto perché, verso l’estate, erano arrivate nei territori anche le tribù dei nomadi estivi, convinte che fosse un loro diritto cacciare nella zona. I guerrieri erano quindi nell’ordine di alcune migliaia e non di centinaia.

Una prima colonna subì una sconfitta già a metà giugno dopo un attacco condotto da Cavallo Pazzo con guerrieri Sioux e Cheyenne. I responsabili delle altre due colonne, il colonnello John Gibbon e il generale di brigata Alfred Terry, che era partito da Fort Abraham Lincoln nel North Dakota con Custer e il 7° Cavalleria, si incontrarono per decidere il da farsi. Custer era reduce della Guerra di Secessione e considerato un eroe per i suoi successi in battaglia, seppure fosse stato sanzionato dalla Corte Marziale per la sua cattiva disciplina. Nonostante questi presupposti, Terry concesse a Custer di mantenere il comando del 7° Cavalleria, e gli ordinò di spostarsi a sud per trovare e superare l’accampamento dove i nativi si stavano radunando nella valle del fiume Little Bighorn. L’idea era di aggirarlo per attaccarlo da ovest, mentre Gibbon con la sua fanteria avrebbe bloccato la ritirata dei nativi.

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Gli ordini di Terry non erano semplici da eseguire, soprattutto considerate le grandi distanze da coprire per la manovra di aggiramento. Il 7° Cavalleria, per lo più costituito da giovani soldati con un’età media di 22 anni e soprattutto emigrati dall’Europa, era già stremato per il lungo viaggio che aveva compiuto dal North Dakota. Custer era comunque determinato a fare in fretta: partì il 22 giugno e a tappe forzate arrivò ad alcune decine di chilometri dall’accampamento indiano, impiegando tre giorni invece dei quattro previsti. Trovò un punto di osservazione per studiare da lontano l’accampamento, ma non gli fu possibile farlo a causa delle cattive condizioni di luce e del brutto tempo.

Sebbene non avesse idea della posizione e delle dimensioni effettive dell’accampamento, Custer decise di dividere il 7° Cavalleria in quattro colonne, pensando in questo modo di contenere meglio i nativi durante l’attacco per evitarne la fuga: affidò 115 uomini a Frederick Benteen, 141 a Marcus Reno e 128 uomini a Thomas Mower McDougall con il compito di badare a munizioni e viveri, e riservò per sé il comando della quarta colonna di 211 uomini.

A poco più di 20 chilometri dall’accampamento, Custer ordinò a Benteen di condurre la sua colonna verso sud, attaccando chiunque avesse trovato lungo il tragitto per coprire la sua avanzata. Proseguì con Reno e gli ordinò di guadare un piccolo affluente di Little Bighorn e di attaccare direttamente i nativi, promettendogli un appoggio. Custer però non mantenne l’impegno: si separò da Reno e proseguì con la sua colonna, convinto di potere attaccare l’accampamento da una serie di alture.

Sul Little Bighorn
I soldati erano costretti a seguire percorsi tortuosi in terreni accidentati, che richiedevano tempo e affaticavano i cavalli già provati dagli spostamenti a tappe forzate imposti da Custer. Per questo, Reno ci mise quasi un’ora per coprire gli ultimi 4 chilometri e mezzo necessari per avvicinarsi ai nativi: intorno alle tre del pomeriggio avviò la carica, mentre Custer stava salendo un crinale per portare avanti il suo piano di attacco. I nativi erano più del previsto e, preoccupato dalla forza del loro contrattacco, Reno ordinò ai soldati di fermare la carica a cavallo e di creare una linea difensiva a piedi, sfruttando la tecnica della “schermaglia”. Sparare da cavallo non era semplice, quindi accadeva di frequente che i soldati smontassero da cavallo, si posizionassero ad alcuni metri l’uno dall’altro e iniziassero a sparare verso i nemici. Il problema di questa tecnica, insegnata nei manuali di guerra dell’epoca, era che sottraeva circa un quarto dei soldati dalla battaglia, costretti a badare ai cavalli dei loro compagni per evitare che fuggissero.

General George Armstrong Custer

La schermaglia ordinata da Reno fu superata dai nativi che iniziarono ad attaccare i soldati sparando loro alle spalle. Reno ordinò ai soldati di rifugiarsi in un piccolo bosco, poi andò in confusione, ordinando spostamenti che favorirono ulteriormente l’attacco da parte dei nativi e provocando la morte di quasi metà dei suoi soldati. Reno trovò rifugio con i superstiti su un promontorio, dove rimase nascosto fino al giorno dopo, bloccato dai nemici.

Custer aveva assistito da lontano alla disfatta di Reno, dalle colline dove aveva fatto passare la sua colonna, ma aveva comunque deciso di attaccare l’accampamento da nord: solo quando si avvicinò comprese quanto fosse grande, con centinaia di tende abitate da donne, bambini e guerrieri. Sapeva di avere bisogno di più uomini, così incaricò il trombettiere John Martin di trovare Benteen e di condurlo da lui, in modo da avere più munizioni e risorse per l’attacco. Martin – che in realtà si chiamava Giovanni Martini ed era italiano – aveva davanti a sé il compito molto difficile di trovare Benteen, che si era separato per primo dagli altri ormai tre ore prima. Seguì il percorso inverso fatto da Custer, con la prospettiva di cavalcare per ore prima di trovare Benteen, non sapendo che quest’ultimo si era stufato di girare a vuoto e si era mosso con la colonna verso nord. I due si incrociarono dopo appena 25 minuti dalla partenza di Martin, ma avendo saputo di Reno in difficoltà Benteen pensò fosse più prudente andargli in soccorso e lo raggiunse sul promontorio dove era rimasto bloccato.

Da qui in poi la storia, già molto complicata, della battaglia di Little Bighorn diventa più incerta perché è stato possibile ricostruirla solo sulla base delle testimonianze dei nativi, raccolte in un secondo tempo, e sulla posizione di cadaveri e bossoli trovati sul campo di battaglia. La ricostruzione ritenuta più attendibile dagli storici ipotizza che Custer avesse infine ordinato l’attacco contro l’accampamento dei nativi, mandando due squadroni guidati dal capitano George Wilhelmus Mancius Yates dalle alture in cui si trovava verso un canalone a valle, che avrebbe permesso di guadare il fiume e raggiungere i nemici. Nei pressi del canalone c’erano alcuni nativi che rallentarono l’avanzata di Yates e permisero a decine di altri loro compagni di arrivare nella zona. Forse a questo punto nel canalone c’era anche Custer con il resto degli uomini, ma non possiamo saperlo con certezza.

I movimenti delle colonne dell’esercito statunitense: A) Custer, B) Reno, C) Benteen, D) Yates
(Wikimedia)

La carica, iniziata dopo le 16:30, fu un fallimento e costrinse ciò che restava del 7° Cavalleria a risalire il crinale, inseguito da centinaia di indiani. I soldati si sparpagliarono, forse per riorganizzarsi e resistere meglio agli attacchi, ma senza avere il tempo di gestire una controffensiva. Cavallo Pazzo arrivò da nord, con Custer che si trovò quindi con i suoi uomini tra due fuochi nemici. Scese con i suoi da cavallo per tentare un’ultima difesa, che fu però vana: furono uccisi tutti in meno di 20 minuti. Non sappiamo se Custer sia morto in quest’ultimo attacco, come vuole il mito, o se fosse già stato ferito a morte nel canalone.

Dopo Little Bighorn
Nella battaglia di Little Bighorn morirono 268 militari del 7° Cavalleria, mentre non è certo il numero dei caduti tra i nativi, perché i loro morti furono portati via quasi subito dagli altri guerrieri: si parla comunque di centinaia di persone uccise, forse 300. Il giorno seguente, Terry e Gibbon raggiunsero la zona, trovarono Reno e Benteen con i loro uomini e insieme iniziarono l’opera di ricerca e identificazione dei caduti del 7° Cavalleria: ci misero quasi quattro giorni per riconoscerli e seppellirli nel punto in cui erano morti. Le loro lapidi sono ancora sul promontorio e sono visitate ogni anno da migliaia di turisti, appassionati e discendenti di chi combatté a Little Bighorn

La reazione del governo degli Stati Uniti fu durissima nei confronti dei Lakota: la riserva fu messa sotto legge marziale, fu imposta la consegna di armi e cavalli e fu impedita la caccia nei territori non ceduti. I soldati statunitensi fecero arrendere con la forza e privandole delle provviste tutte le tribù ribelli, accusate di essere uscite dalla riserva, e il governo in seguito fece passare sotto la propria sovranità le Black Hills e altri territori lungo il confine occidentale della Grande Riserva Sioux.

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(AP Photo/ Rapid City Journal, Johnny Sundby)

Dopo la battaglia, il generale Custer divenne a lungo una delle figure più famose dell’esercito americano, e il suo comportamento al Little Bighorn fu celebrato da molti come un esempio di grande eroismo e sacrificio. A costruire il mito di Custer contribuì soprattutto sua moglie, che pubblicò diversi libri sulle gesta del marito. Già prima della battaglia Custer era piuttosto conosciuto: spesso si faceva seguire in battaglia dai giornalisti, e faceva molta attenzione alla sua immagine pubblica, anche dal punto di vista estetico. Ci fu però anche chi, fin da subito, criticò le sue scelte nella battaglia di Little Bighorn, attribuendogli le responsabilità della sconfitta statunitense. In particolare, certi storici hanno sostenuto che Custer avesse in realtà intuito prima della battaglia che gli indiani erano molti più del previsto. Secondo le testimonianze di altri generali, poi, Custer rifiutò l’aiuto di quattro ulteriori compagnie del 2° Cavalleria, ritenendo che il suo reggimento sarebbe bastato.

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Il memoriale per Cavallo Pazzo sulle Black Hills, costruito a partire dagli anni Quaranta per volere di un capo indiano Lakota. (AP Photo/Dirk Lammers)

La strategia di Custer era quella di alleggerire il più possibile il suo reggimento, in modo da poter ingaggiare uno scontro alla pari con gli indiani, in quanto a libertà di movimento. Voleva poter seguire gli indiani ovunque, e poterli cogliere di sorpresa. Per questo, scelse di non dotarsi di armi pesanti, come le mitragliatrici Gatling, che erano molto difficili da trasportare ma estremamente potenti ed efficaci. E in molti hanno sostenuto anche che la sua decisione di dividere il reggimento rese possibile per gli indiani annientare in pochi minuti i diversi gruppi di soldati statunitensi.

Gli storici non sono concordi neanche sulle dinamiche della morte di Custer. Diversi guerrieri indiani sostennero dopo la battaglia di aver ucciso personalmente Custer, ma nessuna delle loro testimonianze è stata verificata. Gli indiani non presero lo scalpo dal corpo di Custer, come fecero con molti altri soldati. Il suo corpo fu ritrovato con due ferite da proiettile, una sotto il cuore e uno alla tempia sinistra, entrambe potenzialmente fatali. Custer fu inizialmente seppellito sul campo di battaglia, ma venne poi riesumato e sepolto al cimitero di West Point a New York nel 1877.

Little Bighorn nella cultura popolare
Sulla battaglia di Little Bighorn vennero realizzati quadri, film, fumetti, romanzi e poesie. Il primo film fu prodotto nel 1912 da Francis Ford, con il titolo di Custer’s Last Fight. La battaglia viene citata anche in Piccolo Grande Uomo – dove Custer venne infine descritto in modo critico come uno spietato e non brillantissimo massacratore di indiani – Soldato Blu, tra i più famosi film di sempre sui nativi americani. Nel 1974 il regista italiano Marco Ferreri traspose gli eventi della battaglia di Little Bighorn nella Parigi moderna nel suo film Non toccare la donna bianca. Il film di Ferreri, in cui recitarono Marcello Matroianni, Ugo Tognazzi, Catherine Deneuve, Michel Piccoli, Philippe Noiret e Paolo Villaggio, è una critica agli Stati Uniti e alla guerra in Vietnam, e mostra Custer e i suoi soldati con vestiti d’epoca aggirarsi per le strade del quartiere parigino di Les Halles.

Tra i libri più famosi che raccontano la battaglia di Little Bighorn c’è Seppellite il mio cuore a Wounded Knee di Dee Brown, e ci sono riferimenti anche nel fumetto di Gian Luigi Bonelli Tex. Il tastierista degli Yes Rick Wakeman incise una canzone intitolata Custer’s Last Stand nel 1988, mentre Fabrizio De André uso la battaglia come metafora per l’episodio conosciuto come “Cacciata di Lama”, in cui il segretario della CGIL Luciano Lama fu contestato dagli studenti della Sapienza di Roma, nel 1977.

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