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  • venerdì 24 giugno 2016

E adesso che fa la Scozia?

Si ritrovano ancora dentro il Regno Unito, e forse non volevano starci, e ora anche fuori dall'Unione Europea, e sicuramente volevano starci

Nicola Sturgeon (Jeff J Mitchell/Getty Images)

Dopo l’esito del referendum che nel Regno Unito ha deciso per l’uscita dall’Unione Europea, una delle questioni che è tornata a essere più discussa è la possibile separazione della Scozia, dove gli elettori e le elettrici si sono espressi invece al contrario del resto del Regno Unito. La Scozia – dove il partito principale, l’indipendentista Scottish National Party, era favorevole a restare nell’Unione – ha infatti votato a maggioranza per l’opzione “Remain”. Dopo l’esito del voto la prima ministra scozzese Nicola Sturgeon – parlando da un podio con accanto la bandiera scozzese e quella dell’UE – ha detto che vede il futuro della Scozia nell’Unione Europea e che la possibilità di un nuovo referendum sull’indipendenza, dopo quello perso nel settembre del 2014, è «altamente probabile».

Analisi del voto
Il New York Times ha pubblicato una mappa con i risultati del referendum divisi per aree geografiche. Mostra che l’opzione “Remain” ha vinto in tutte le città principali del Regno Unito, quelle inglesi (Londra, Manchester, Liverpool, Birmingham) e le capitali di Scozia, Galles e Irlanda del Nord. L’opzione “Leave” ha vinto principalmente nelle aree rurali. Complessivamente l’opzione “Leave” ha vinto in Inghilterra e Galles, mentre ha perso nettamente in Scozia e Irlanda del Nord. In Scozia il 62 per cento degli aventi diritto ha votato per restare nell’Unione Europea e il 38 per cento ha votato invece per l’uscita. Il “Remain” ha vinto in tutte e 32 le sezioni amministrative in cui è suddivisa la Scozia. L’affluenza alle urne in Scozia è stata del 67 per cento.

(Nella mappa del New York Times nelle diverse gradazioni di blu è indicato il voto per il “Remain”)

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La percentuale maggiore a favore del “Remain” in Scozia c’è stata a Edimburgo: il 74,4 di coloro che hanno votato in città hanno scelto di rimanere nell’Unione Europea. A Moray, area del nord-est, invece il “Remain” ha vinto per soli 122 voti e il “Leave” ha ottenuto la percentuale più alta, il 49,9 per cento dei voti.

L’altro referendum
Nel settembre del 2014 in Scozia si tenne un referendum sull’indipendenza dal Regno Unito: fu vinto dai No alla divisione con il 55,30 per cento dei voti. Alle votazioni (che erano state seguite e raccontate dai giornali di tutto il mondo) avevano partecipato circa 4,3 milioni di persone. L’affluenza finale era stata dell’84,59 per cento, una più alte nella storia elettorale recente della Scozia, a conferma di quanto il tema fosse sentito dalla popolazione. Dopo l’esito del voto Alex Salmond, l’allora primo ministro della Scozia e capo dello Scottish National Party, indipendentista, si era dimesso; qualche settimana dopo Nicola Sturgeon lo aveva sostituito in entrambi i ruoli.

Secondo diversi osservatori sul fallimento di quel referendum influì molto il fatto che una Scozia indipendente avrebbe significato anche l’uscita dall’Unione Europea, nonostante Salmond avesse vantato ripetutamente il diritto di restare membro dell’UE anche dopo la separazione. La Scozia avrebbe insomma dovuto seguire, come un nuovo stato, la normale procedura per l’ingresso nell’UE, ma la cosa non sarebbe stata né semplice né immediata.

Mesi prima del referendum l’ex presidente della Commissione europea Barroso, in un’intervista alla BBC, aveva detto che l’ingresso della Scozia dell’Unione sarebbe stato praticamente impossibile. «Nel caso di un nuovo Stato che nasce da un attuale paese membro, questo dovrà fare richiesta e, cosa molto importante, la domanda di adesione e l’adesione all’Unione Europea dovrà essere approvata da tutti gli altri Paesi membri». La posizione del Regno Unito in questo caso avrebbe potuto con molta probabilità non essere favorevole, e così anche quella di altri paesi che rischiavano di trovarsi nella stessa situazione del Regno Unito. Non era stato un caso che la Spagna (dove di lì a poco si doveva svolgere un referendum consultivo per l’indipendenza della Catalogna) aveva bloccato l’ingresso nell’UE del Kosovo: proprio per non incoraggiare la scissione catalana. Il nuovo presidente Juncker aveva poi fatto sapere che avrebbe rispettato il risultato del referendum, aggiungendo però che non si diventava «un membro dell’UE scrivendo una lettera» e che rispetto a quanto già aveva dichiarato Barroso non aveva «nulla da aggiungere».

Una delle principali conseguenze del no all’indipendenza, comunque, fu paradossalmente un aumento dei consensi per l’unico grande partito a favore dell’indipendenza, lo Scottish National Party, che era passato dai 25 mila iscritti precedenti al voto ai 100 mila dopo il voto. La campagna elettorale per il referendum non aveva solo fatto rinascere sentimenti indipendentisti nel paese, ma il fallimento del referendum aveva spinto molti elettori a trasformarsi in attivisti dello SNP. Da allora lo Scottish National Party non ha mai smesso di parlare di secessione e il suo rafforzamento ha consolidato questa posizione.

E quindi?
Dopo l’esito del voto su “Brexit”, se ora si tornasse a votare nuovamente per l’indipendenza dal Regno Unito ci sarebbero almeno due condizioni favorevoli ai “Sì” rispetto al 2014: un nuovo peso politico dello SNP e un improvviso rovesciamento delle motivazioni per ottenerlo, cioè una più alta probabilità di continuare a far parte dell’Unione Europea.

L’ex primo ministro Alex Salmond in un’intervista a ITV ha subito parlato di un nuovo referendum sull’indipendenza e ha ipotizzato che si possa tenere entro due anni. «Noi vogliamo rimanere in Europa», ha ribadito Salmond, «anche se questo non significherà che adotteremo l’euro». Diversi giornali, poi, scrivono che questa è la posizione anche dello Scottish National Party. Nicola Sturgeon (che ha fatto campagna elettorale per il “Remain” e che aveva già parlato dell’ipotesi di un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese in caso in cui «la Scozia fosse trascinata fuori dell’UE contro la sua volontà») ha detto durante la notte che «la Scozia ha consegnato un voto chiaro, senza ambiguità, per la permanenza nell’Unione Europea».

Sturgeon ha poi parlato la mattina di giovedì 24 giugno da un podio in mezzo alla bandiera della Scozia e a quella dell’Unione Europea: ha ribadito che è impensabile che la Scozia esca dall’Unione Europea e che il risultato è «democraticamente inaccettabile» visto che il voto prevalente in Scozia è stato per il “Remain”. Ha detto che il voto è un segno di divergenza tra la Scozia e il resto del Regno Unito e che rappresenta una modifica sostanziale delle condizioni che si erano poste alla Scozia contro l’indipendenza. Sturgeon ha aggiunto che la possibilità di un secondo referendum sull’indipendenza è molto probabile ed è «sul tavolo»: «Ci sono molte persone che hanno votato contro l’indipendenza che stanno rivalutando la loro decisione alla luce del risultato del referendum di lasciare l’UE». E ancora: «La mia priorità sarà quella di agire nel migliore interesse della Scozia. Sono orgogliosa della Scozia e di come abbiamo votato ieri. Abbiamo detto chiaramente che non vogliamo lasciare l’Unione Europea». Strgeon ha poi riferito di aver chiesto un incontro urgente con il Presidente della Commissione europea e ha spiegato di aver parlato con il sindaco di Londra Sadiq Khan che condivide le sue opinioni (anche a Londra ha vinto il “Remain”).

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