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6 persone su 10 condivideranno questo articolo senza leggerlo

di Caitlin Dewey – The Washington Post

Un nuovo studio conferma una cosa che tutti avevamo un po' intuito, e che è piuttosto preoccupante

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(Bethany Clarke/Getty Images)

Il 4 giugno il sito di news umoristiche Science Post ha pubblicato un “lorem ipsum”, un testo riempitivo senza significato, dal titolo inquietante: «Secondo uno studio il 70 per cento degli utenti di Facebook prima di commentare gli articoli di scienza legge solo il titolo». L’articolo è stato condiviso da quasi 46mila persone, alcune delle quali lo hanno preso sul serio, dando un esempio (forse) involontario di come la vita imiti la commedia.

Se mai se ci fosse bisogno di ulteriori prove, il titolo ironico di Science Post ha trovato un’altra conferma: secondo un nuovo studio (vero) condotto da alcuni informatici della Columbia University in collaborazione con il Centro Congiunto Microsoft Research-INRIA (l’Istituto nazionale di ricerca francese per l’informatica e la matematica applicata), il 59 per cento dei link condivisi sui social network in realtà non sono mai stati aperti. In altre parole, sembra che la maggior parte delle persone condivida o ritwitti delle notizie senza nemmeno averle lette. Ancora peggio: lo studio dimostra che questa specie di condivisione alla cieca ha un ruolo importante nel determinare quali notizie circoleranno e quali invece usciranno dai radar. Quando voi e i vostri amici ritwittate alle leggera un articolo, quindi, state in realtà definendo il programma politico e culturale di tutti noi.

«Le persone sono più disposte a condividere un articolo che a leggerlo», ha detto Arnaud Legout, coautore dello studio. «È una cosa tipica del modello di consumo dell’informazione moderna. Le persone si fanno un’opinione sulla base di un riassunto, o di un riassunto di altri riassunti, senza sforzarsi di andare più a fondo». Per dimostrare la veridicità di questa deprimente nozione di Internet, Legout e gli altri autori dello studio hanno raccolto due insiemi di dati. Innanzitutto, l’estate scorsa hanno messo insieme per un mese tutti i tweet – 2,8 milioni – che contenevano link a cinque importanti siti di news americani (BBC, CNN, Fox News, New York Times, e Huffington Post) abbreviati con bit.ly, un servizio di abbreviazione degli indirizzi dei siti web, per poi calcolare quante volte quei link fossero stati effettivamente aperti durante lo stesso periodo, basandosi sui dati registrati da bit.ly. Dopo aver ripulito e confrontato i dati, i ricercatori hanno ottenuto in sostanza una mappa che spiega come le notizie diventano virali su Twitter, e che mostra piuttosto chiaramente come le notizie “virali” vengano molto condivise ma non necessariamente lette.

I ricercatori sono arrivati anche ad altre interessanti osservazioni. Nella maggior parte dei casi, le notizie venivano aperte a partire da link diffusi da utenti di Twitter comuni, e non dagli account dei giornali che le avevano pubblicate. Di questi, il 90 per cento dei link effettivamente aperti su Twitter portavano solo a un piccolo gruppo di articoli, che rappresentava solo il 9 per cento di tutti quelli condivisi. I link aperti dagli utenti, inoltre, erano molto più vecchi di quanto ci si potrebbe aspettare: in alcuni casi rimandavano a notizie pubblicate già da diversi giorni. La cosa più interessante rimane però l’abitudine a condividere articoli senza averli aperti, che la dice lunga sul pozzo nero spesso demoralizzante che è la cultura di Internet. A questa tendenza si possono attribuire in gran parte fenomeni come la crescita dello sharebait (cioè l’uso di toni esagerati e allusivi come esca per spingere gli utenti a condividere un contenuto, una specie di evoluzione del clickbait), la tendenza generale dei media tradizionali che stanno diventando sempre più simili a BuzzFeed, la diffusione delle bufale su Internet – che sembra rafforzarsi sempre di più – e la mancanza più totale di un dibattito intelligente su Internet intorno a qualsiasi argomento anche solo lontanamente complesso o controverso.

È stato proprio questo, tra l’altro, a dare a Science Post l’ispirazione per l’articolo con il “lorem ipsum”. Il direttore del sito, che scrive in forma anonima, ha raccontato al Washington Post che si era stancato di vedere così tante fesserie equivocate, riportate in modo sbagliato o semplicemente inventate che la gente posta allegramente su Internet. Science Post è gestito da professori e medici – ha spiegato il direttore del sito – che soffrono nel vedere la diffusione della cattiva informazione. Per loro sfortuna – e, a dire il vero, per quella di tutti noi – questa tendenza non sembra destinata a scomparire.

© 2016 – The Washington Post

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