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  • sabato 18 giugno 2016

Tra poco si vota di nuovo in Spagna

Dopo sei mesi di negoziati e senza un governo: e c'è da tenere d'occhio Podemos

Da sinistra a destra: Mariano Rajoy, Pedro Sanchez, Albert Rivera e Pablo Iglesias, prima del dibattito televisivo che si è tenuto a Madrid il 13 giugno (JAVIER SORIANO/AFP/Getty Images)

Lunedì 13 giugno a Madrid si è tenuto il primo e unico dibattito televisivo tra i leader dei quattro più importanti partiti politici spagnoli, in vista delle elezioni del 26 giugno. Al Palacio Municipal de Congresos, non lontano dall’aeroporto di Barajas, c’erano Mariano Rajoy (Partito Popolare), Pedro Sánchez (Partito Socialista), Pablo Iglesias (Podemos) e Albert Rivera (Ciudadanos). I quattro si sono rimbalzati per mesi la responsabilità di non essere riusciti a formare un governo dopo le ultime elezioni del 20 dicembre del 2015, nelle quali i conservatori del partito di Rajoy, primo ministro uscente, avevano ottenuto la maggioranza relativa dei voti. Se n’è riparlato durante il dibattito di lunedì, senza però che ne venisse fuori qualcosa di nuovo rispetto a quello che già si sapeva. La Spagna è senza un governo da dicembre.

Tra scandali di corruzione, elezioni finite con un nulla di fatto, accuse reciproche e l’ormai consueto scontro tra partiti nuovi e tradizionali, negli ultimi mesi la politica spagnola è diventata molto complicata da capire. Per certi versi – e con le dovute differenze – in Spagna è successo un po’ come in Italia: sono nati e poi cresciuti partiti nuovi, alcuni dei quali cosiddetti anti-sistema, che hanno trasformato un sistema praticamente bipartitico in qualcosa di nuovo diverso.

Le novità a sinistra: chi sale e chi scende
Nelle ultime settimane i giornali spagnoli hanno fatto commenti molto diversi sulla campagna elettorale in corso, cercando di capire come potrebbe andare a finire. Per semplificare, si può partire da due importanti novità rispetto alle ultime elezioni. Stando agli ultimi sondaggi, il Partito Socialista (PSOE, il tradizionale partito di centro-sinistra spagnolo) è dato a circa il 21 per cento, un punto in meno rispetto al dicembre 2015 (e già alle ultime elezioni il PSOE aveva ottenuto il peggior risultato della sua storia, con soli 90 seggi). Da tempo il PSOE sembra in calo, nonostante le grandi aspettative che molti avevano riposto in Pedro Sánchez, il leader del partito. Negli ultimi mesi Sánchez ha cercato di formare un governo e a un certo punto aveva anche trovato un accordo con Ciudadanos, un partito moderato ma più orientato a destra che a sinistra. Alla fine non se ne è fatto niente e anche durante il dibattito televisivo Sánchez non ha risposto alla domanda centrale di tutta la questione: con chi si alleeranno i socialisti per formare un governo?

L’altra importante novità è un significativo aumento di consensi per Podemos. Iglesias, il leader del partito, è stato considerato il vero vincitore del dibattito televisivo che si è tenuto lunedì. Altra novità: Podemos però non si presenterà da solo alle elezioni del 26 giugno. A maggio è stata presentata la coalizione elettorale “Unidos Podemos” – che riunisce Podemos, Izquierda Unida, Equo e altri partiti di sinistra – e sulla cui formazione in passato Iglesias aveva avuto molte resistenze. Unidos Podemos sta riuscendo ad attrarre i voti di molti elettori tradizionalmente socialisti, delusi da quello che succede nel PSOE. Gli ultimi sondaggi danno la formazione guidata da Iglesias a quasi il 25 per cento: se questi numeri dovessero essere confermati, Unidos Podemos diventerebbe la seconda forza politica in Spagna, superando di qualche punto percentuale i socialisti. Se le elezioni dovessero confermare i sondaggi, e se il Partito Popolare (PP) non dovesse trovare alleati sufficienti per avere la maggioranza assoluta in Parlamento, il Re potrebbe dare l’incarico a Iglesias di formare un nuovo governo: sarebbe la prima volta per Podemos.

Cosa succede a destra e perché Ciudadanos è un pericolo per il PP
Stando agli ultimi sondaggi, anche Ciudadanos ha aumentato i suoi consensi: è dato a quasi il 16 per cento, due punti percentuali in più rispetto alle ultime elezioni. Il caso di Ciudadanos – un partito liberale di posizioni considerate moderate e di centrodestra – è molto interessante: durante gli ultimi negoziati per formare un governo, il suo leader Rivera aveva trovato un accordo con il PSOE, poi sfumato per l’impossibilità di trovare altri alleati e arrivare alla maggioranza assoluta dei voti in Parlamento. Da allora Ciudadanos ha tentato di sottrarre voti ai socialisti, puntando soprattutto sull’elettorato più moderato e deluso dal PSOE, ma allo stesso tempo ostile a Podemos. Da quanto si è visto durante il dibattito televisivo, sembra che Rivera abbia deciso di raggiungere il suo obiettivo mantenendo una sorte di “patto di non aggressione” con Sanchéz: come dimostra una grafica realizzata da El País, Rivera si è riferito solo sei volte a Sanchéz, molte meno rispetto alle volte che ha citato Iglesias e Rajoy.

Secondo El Español, Rivera è riuscito a presentarsi come un’alternativa a Mariano Rajoy. Il leader di Ciudadanos ha attaccato l’attuale primo ministro spagnolo usando gli scandali di corruzione in cui è stato coinvolto negli ultimi due anni il Partito Popolare, e che sono costati ai conservatori molti consensi. Negli ultimi giorni il Partito Popolare si è difeso contrattaccando: il vicesegretario del partito, Fernando Martínez-Maillo, ha detto, riferendosi al patto di non aggressione tra Ciudadanos e PSOE: «Abbiamo visto che la coalizione Sanchéz-Rivera va avanti, nonostante siano state indette nuove elezioni. Rivera ha attaccato molto Rajoy, mentre Sanchéz non l’ha praticamente considerato. In alcuni momenti ho avuto la sensazione che loro due avessero preparato insieme il dibattito. A Rivera importa poco della corruzione interna al PSOE. È di manica larga con i socialisti. Questo dovrà spiegarlo ai suoi elettori».

Nonostante il Partito Popolare abbia subìto il colpo degli attacchi di Ciudadanos, Mariano Rajoy non sembra essere uscito dal dibattito così male (sicuramente meglio di Sanchéz, hanno scritto in molti). I sondaggi danno il PP a quasi il 29 per cento dei voti, una percentuale leggermente più alta del risultato ottenuto alle elezioni di dicembre (+0,2 per cento). Il problema del PP è che non è riuscito a distanziarsi del tutto dagli scandali di corruzione emersi dalle inchieste dei principali quotidiani spagnoli e che hanno per esempio mostrato l’esistenza di una contabilità segreta tenuta da Luis Bárcenas, ex tesoriere del PP sotto la leadership di Rajoy. L’altro grosso problema, che il PP condivide in parte con il PSOE, è quello della strategia da adottare dopo le elezioni. Con chi può allearsi Rajoy per formare un nuovo governo?

Quindi, ricapitolando, cosa può succedere dopo le elezioni?
I sondaggi dicono che alle elezioni del 26 giugno nessun partito supererà il 30 per cento dei consensi. Probabilmente il primo partito sarà di nuovo il PP, seguito a qualche punto percentuale da Unidos Podemos e PSOE, e a più di dieci punti percentuali da Ciudadanos. Un mese e mezzo fa il Financial Times aveva provato a immaginare tre possibili scenari sulle elezioni spagnole, che sembrano valere ancora oggi, con qualche aggiustamento. Per capire meglio di che si parla – e tenendo a mente che i numeri su cui si ragiona derivano da sondaggi, che possono sbagliare – consigliamo di leggere i tre possibili scenari con a fianco questa simulazione di El Mundo: è interessante perché mostra a quanti seggi si arriverebbe nei vari casi di alleanze post-elettorali (è facile, basta fare dei clic sui quadratini delle sigle dei partiti elencati a destra).

Il primo scenario è la formazione di una maggioranza di centrodestra, formata dal PP – a cui sarebbe affidato l’incarico di formare il governo – e da Ciudadanos. I due partiti hanno diversi punti in comune: per esempio hanno idee simili sull’economia e sono contrari all’indipendenza della Catalogna, la comunità autonoma spagnola che ha come capitale Barcellona. Ci sono però degli ostacoli a questa alleanza. I rapporti tra i due partiti sono peggiorati negli ultimi mesi, soprattutto dopo l’accordo trovato temporaneamente tra Ciudadanos e PSOE durante le ultime consultazioni elettorali. La diffidenza è aumentata molto, come ha dimostrato l’ultimo dibattito televisivo, anche perché Rivera non ha chiuso del tutto a un possibile accordo con il PSOE. Inoltre Ciudadanos continua a rimanere scettico sulla candidatura di Rajoy a primo ministro. Stando ai sondaggi, sembra comunque difficile che i due partiti possano raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, anche se decidessero di allearsi: dovrebbero comunque trovare altri piccoli partiti disposti a sostenerli.

Rajoy RiveraMariano Rajoy, a destra, e Albert Rivera, a Madrid il 30 ottobre 2015 (AP Photo/Francisco Seco)

Il secondo scenario è la formazione di una maggioranza di centrosinistra, formata da Unidos Podemos – a cui verrebbe affidato l’incarico di formare un governo, se riuscisse a confermarsi seconda forza politica – e PSOE. Un’alleanza di questo tipo potrebbe sembrare quasi incredibile, viste le durissime accuse che si sono scambiati i due partiti negli ultimi mesi. El Mundo scrive che Iglesias sembra volere evitare lo scontro frontale con il PSOE: vorrebbe sottrarre ai Socialisti i voti necessari per superarli e rivolgersi poi a loro per formare un governo, ma da una posizione di forza. Al momento sembra anche che il PSOE non abbia altre soluzioni, a meno che non accetti di fare una grande coalizione con il PP o di stare all’opposizione. El Español scrive che questo scenario può realizzarsi oggi con più probabilità rispetto a sei mesi fa, visto il rafforzamento di Podemos; e sembra anche più probabile rispetto alla formazione di un governo di centrodestra. Resta da vedere se i Socialisti accetteranno di allearsi con Podemos. Giovedì El País ha scritto che, nel caso si verificasse il sorpasso di Podemos sul PSOE, i Socialisti più moderati si opporrebbero a sostenere un governo guidato da Iglesias: per evitarlo sarebbero disposti a fare una grande coalizione con il PP.

Sanchez IglesiasPedro Sánchez, a sinistra, e Pablo Iglesias, a Madrid il 30 marzo 2016 (PIERRE-PHILIPPE MARCOU/AFP/Getty Images)

Il terzo scenario è rapido da spiegare: prevede che non avvenga alcun cambiamento, cioè che i partiti spagnoli non riescano – di nuovo – a mettersi d’accordo per formare un nuovo governo. E ricomincerebbe tutto daccapo.

Ai tre scenari vanno aggiunte altrettante considerazioni. Primo: il PP, scrive il quotidiano conservatore El Mundo, preferirebbe formare una grande coalizione con il PSOE, invece che fare un’alleanza con Ciudadanos, ritenuto il principale responsabile della perdita di consensi alle ultime elezioni. Ma finora il PSOE si è sempre opposto, perché rischierebbe di perdere il suo elettorato che vede i Popolari come i principali avversari politici. Secondo: nessuno ha ancora capito che intenzioni abbia davvero Pedro Sánchez, che non ha voluto rispondere alla domanda diretta di Iglesias riguardo a una possibile alleanza post-elettorale con Unidos Podemos. Questa indecisione continua a essere un problema per i Socialisti e per la leadership di Sánchez nel partito. Terzo: al momento sembra impensabile che Ciudadanos e Podemos finiscano nella stessa coalizione, vista la posizione diametralmente opposta dei due partiti riguardo all’indipendenza della Catalogna e all’atteggiamento verso l’Unione Europea. Ultimo, bonus: nessuno ha veramente idea di cosa potrà succedere dopo il 26 giugno. La possibilità che ci si ritrovi in una situazione simile a quella degli ultimi mesi continua a essere considerata molto concreta, anche se un netto rafforzamento di Unidos Podemos potrebbe cambiare tutto o quasi.

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