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  • Venerdì 10 giugno 2016

Il primo venerdì di Ramadan a Gerusalemme

Dopo l'attentato di Tel Aviv si temevano nuove violenze, e le autorità israeliane hanno schierato decine di soldati: le cose sono comunque filate abbastanza lisce

di Luca Misculin – @LMisculin

Un gruppo di donne si avvia verso il checkpoint di Qalandiya, a sud di Ramallah (ABBAS MOMANI/AFP/Getty Images)
Un gruppo di donne si avvia verso il checkpoint di Qalandiya, a sud di Ramallah (ABBAS MOMANI/AFP/Getty Images)

Oggi a Gerusalemme i palestinesi musulmani hanno festeggiato il primo venerdì del Ramadan, il mese considerato sacro dall’Islam. Ogni venerdì è considerato dai musulmani un giorno sacro, e di conseguenza è come se il primo venerdì del Ramadan fosse “doppiamente” sacro. Migliaia di musulmani palestinesi sono soliti celebrarlo con una preghiera a mezzogiorno nella moschea al Aqsa, nel complesso della cosiddetta spianata delle moschee di Gerusalemme. Quella di oggi però non era solo una normale giornata di preghiera: due giorni fa a Tel Aviv c’è stato il più grave attentato palestinese da mesi a questa parte, durante il quale quattro persone sono morte e undici sono state ferite. E nonostante da alcune settimane gli attacchi isolati di palestinesi ai soldati israeliani siano sostanzialmente calati, il ciclo di violenza iniziato nell’ottobre del 2015 non si è ancora concluso.

Per questo, prima di oggi, circolava molta preoccupazione per il timore di possibili attacchi proprio durante il pellegrinaggio a Gerusalemme: sin da stamattina le autorità israeliane hanno disposto migliaia di soldati, poliziotti e agenti di frontiera per garantire la sicurezza sia dei civili israeliani sia dei pellegrini. Finora le cose sono filate abbastanza lisce: non è stato compiuto alcun attacco e non ci sono stati momenti di particolare tensione. Micky Rosenfeld, il portavoce dell’esercito israeliano, ha detto su Twitter che migliaia di persone hanno già pregato alla spianata delle moschee, ma che le misure di sicurezza straordinarie rimarranno attive.

Nelle scorse ore c’era stata molta agitazione per la decisione del governo israeliano di cancellare circa 83mila permessi speciali di ingresso in Israele, inizialmente concessi ai palestinesi in occasione del Ramadan e successivamente cancellati dopo l’attentato di Tel Aviv. Il Times of Israel fa però notare che gli abitanti della Cisgiordania che avevano già ottenuto il permesso di andare a Gerusalemme per il primo venerdì di Ramadan sono state fatte passare. Un portavoce dell’esercito israeliano ha confermato la notizia al sito di news palestinese Ma’an, che però sostiene che a migliaia di palestinesi sia stato negato l’accesso a Gerusalemme (la notizia non compare sui giornali israeliani, e il Post non è stato in grado di verificarla). Durante la giornata di oggi, dunque, migliaia di pellegrini sono riusciti a entrare in Israele per il venerdì del Ramadan.

Uno dei checkpoint più trafficati dai palestinesi, come sempre in queste occasioni, è stato quello di Qalandiya, un piccolo paese a sud della capitale palestinese Ramallah. Il checkpoint, un edificio basso e oblungo, è noto per le sue condizioni precarie: a maggio una inchiesta del Times of Israel lo aveva mostrato come una specie di capannone sporco, con un bagno in tutto l’edificio (peraltro non funzionante) e lunghissimi tempi di attesa.

A un mese di distanza le cose non sono cambiate molto, ma alle 11 di stamattina – a circa un’ora dall’inizio della preghiera – il flusso di persone era comunque abbastanza fluido. Per passare da una parte all’altra, ci si mette circa mezz’ora (a volte possono essere ore). Dalla parte palestinese, la fila inizia dopo uno spiazzo di terra affollato di taxi e pellegrini che arrivano a piedi: la prima barriera di controlli è composta da un gruppo di 7-8 soldati, un metal detector e uno scanner per valigie. Uno dei soldati siede su una piccola torretta, su cui è montata una mitragliatrice. Dopo aver passato la prima barriera, e camminato oltre un gruppo di una decina di soldati e poliziotti, si entra in un percorso transennato alla fine del quale si entra nel checkpoint vero e proprio. Alcune gabbie strette e lunghe, chiuse anche di sopra, conducono a dei tornelli in metallo, che fanno passare le persone a gruppi di tre o quattro.

20160610_113732L’interno del checkpoint di Qalandiya (Luca Misculin/Il Post)

Dopo il tornello c’è un nuovo controllo dei bagagli, l’ultimo prima di uscire dall’edificio. All’uscita, un sentiero asfaltato e controllato da gruppi di soldati conduce a un piazzale coperto da tendoni di plastica – fa già molto, molto caldo – dove ogni cinque minuti partono dei pullman senza numero né veletta. A fianco del piazzale ci sono due file di bagni chimici, divisi fra donne e uomini.

20160610_115138 Il piazzale dove partono i pullman per Gerusalemme (Luca Misculin/Il Post)

Non appena un pullman è carico, fa inversione e parte. Siamo in un territorio conteso – questa zona di Gerusalemme fa parte dei territori che Israele ha conquistato nel 1967, e che occupa da allora nonostante la comunità internazionale li riconosca come palestinesi – e un po’ si vede, sia dalle insegne sia dalla forma dei palazzi: il pullman passa accanto alla zona industriale di Atarot (israeliana), sfiora il quartiere di ar Ram (arabo), il quartiere israeliano di Pisgat Ze’ev col suo megacentro commerciale, e quello arabo di Shu’fat, col suo storico campo profughi, l’unico di tutta l’area di Gerusalemme. Il pullman arriva quasi fino alla Porta di Damasco, una delle nove porte di ingresso della città vecchia, forse la più frequentata (e interessata spesso da attacchi terroristici). Nella via dove il pullman lascia i pellegrini, è pieno di bancarelle di cibo, vestiti e prodotti per la casa, coi loro proprietari che urlano furiosamente per attirare clienti.

20160610_122536 Le bancarelle fuori dalla Porta di Damasco (Luca Misculin/Il Post)

Il flusso di persone verso la moschea di al Aqsa è abbastanza regolare, nonostante la conformazione della città vecchia non aiuti: è fatta interamente di viuzze strette, irregolari e piene di bancarelle, lastricate di una pietra che con un po’ di umidità diventa subito scivolosissima. Dall’ingresso della porta fino a quello della moschea, il tragitto è sorvegliato da soldati e poliziotti israeliani in gruppi da due fino a quindici. Durante la preghiera, l’ingresso alla spianata delle moschee – una delle principali attrazioni di Gerusalemme – è consentito solo ai musulmani: diversi turisti vengono mandati indietro dalla polizia israeliana. Mhamad, un ragazzo palestinese di 25 anni che vive a Gerusalemme est e che era uno dei pochi a fare il percorso inverso a Qalandiya, racconta che stamattina i soldati i soldati israeliani non lo hanno fatto entrare alla moschea perché ha meno di 45 anni (è un criterio che Israele usa spesso, dato che i terroristi raramente hanno più di 30 anni). A pochi minuti dall’inizio della preghiera, però, tutti i pellegrini sono stati fatti entrare indiscriminatamente: la polizia ha fermato solo i non-musulmani.

ISRAEL-PALESTINIAN-RELIGION-ISLAM-RAMADANUna foto scattata dalla moschea durante la preghiera di mezzogiorno (Ahmad Gharabli/AFP/Getty Images)

Il flusso inverso è iniziato poco prima delle due, dopo la fine della preghiera. Mentre l’arrivo dei pellegrini era stato graduale, una volta finita la preghiera migliaia di persone si sono riversate nei tragitti creati appositamente dall’esercito israeliano, che ha transennato alcune vie laterali per incanalare meglio i pellegrini. Il percorso più trafficato è quello per la Porta di Damasco, dove in un piazzale poco distante ci sono già i pullman che attendono i pellegrini per riportarli in Cisgiordania. Alle due e mezzo, la situazione era ancora molto complicata. I più giovani erano riusciti a uscire per primi, lasciando indietro gli anziani, le famiglie coi bambini piccoli e le donne che indossano il niqabvisibilmente provate dal caldo. Si procedeva a piccoli passi, spintonando senza volerlo le altre persone, sotto un sole notevole e circondati da commercianti che urlano e soldati col mitra in mano, attentissimi.

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Oltre ai pellegrini, nel flusso c’erano anche alcuni turisti un po’ infastiditi e qualche persona più in difficoltà di altre: come un ragazzo in carrozzina, che con l’aiuto di un amico cercava di farsi largo fra la gente.

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Per percorrere i circa 500 metri che separano l’uscita dalla moschea dalla Porta di Damasco, ci vogliono circa 20 minuti. Una volta usciti, molti si sono diretti verso i pullman, altri alle bancarelle. Dagli altoparlanti vicino alla porta, una voce in arabo dava istruzioni sulle destinazioni dei vari pullman. Dopo circa un’ora, a flusso ormai ridotto, un gruppo di poliziotti israeliani ha iniziato pigramente a sbaraccare il posto di guardia.