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  • venerdì 3 giugno 2016

L’Arabia Saudita vuole emanciparsi dal petrolio

di Marco Cirri

Il più grande paese arabo ha presentato il più radicale piano di riforme economiche della sua storia, sostenuto da un giovane principe molto ambizioso

Il ministro della Difesa saudita Muhammed bin Salman (FAYEZ NURELDINE/AFP/Getty Images)

Lo scorso 25 aprile il governo saudita ha presentato “Vision 2030”, che il Financial Times ha definito «il più importante piano di riforme della storia dell’Arabia Saudita»: è un documento di 84 pagine che illustra le riforme che saranno adottate dal governo per rendere il paese indipendente dall’andamento dei mercati petroliferi entro il 2030 e che sarà ampliato nelle prossime settimane da un piano dettagliato. La diversificazione dell’economia saudita – che oggi si basa quasi esclusivamente sull’esportazione delle risorse petrolifere – si è resa necessaria con il crollo del prezzo del petrolio degli ultimi anni; è un processo che si sta concretizzando con una serie di riforme che coinvolgono diversi settori del regno e che sono promosse da un giovane esponente della famiglia reale che fa parte di una nuova generazione di leader: il principe Muhammad bin Salman, 30 anni, che il Daily Beast ha definito «particolarmente energico e molto ambizioso».

MbS, come viene spesso chiamato dai giornali internazionali, è stato il principale promotore del documento “Vision 2030”, per certi versi rivoluzionario nella società saudita: per esempio le riforme proposte potrebbero portare a una rottura della tradizionale alleanza tra la famiglia reale e il clero religioso, che nel paese ha poteri enormi. Ma di MbS si è parlato anche per alcune decisioni controverse: come l’aggressivo intervento militare nel vicino Yemen, uno stato dove l’Arabia Saudita sta cercando di limitare l’influenza dell’Iran, il suo principale nemico.

Non è facile capire bene cosa stia succedendo in Arabia Saudita, una monarchia assoluta da cui escono ben poche informazioni sugli scontri interni alla famiglia reale. Di certo negli ultimi mesi si sono cominciati a osservare alcuni cambiamenti rilevanti che potrebbero dire molto sul futuro politico ed economico del paese. Per capirci qualcosa di più bisogna fare un passo indietro: guardare alle conseguenze che il crollo del prezzo del petrolio ha avuto sull’economia saudita e farsi un’idea di chi sia questo nuovo principe, da dove arriva e cosa vuole ottenere con il suo ampio e discusso piano di riforme.

Il crollo del prezzo del petrolio e l’economia saudita
L’Arabia Saudita è il più grande paese della penisola arabica per dimensioni, ha circa 30 milioni di abitanti (di cui un terzo stranieri) ed è l’unico stato del mondo arabo incluso nel G20, il forum che riunisce le prime 20 economie mondiali. È governata da una monarchia assoluta ed è definita uno stato islamico: non esiste un parlamento, il re nomina personalmente i membri del governo e il sistema giudiziario si basa sulla legge islamica (la sharia). Storicamente il petrolio è sempre stato il bene più esportato dall’Arabia Saudita: oggi garantisce il 90 per cento delle entrate statali (in Arabia Saudita i cittadini non pagano tasse sul reddito) e oltre metà del prodotto interno lordo. Saudi Aramco, l’azienda petrolifera di stato, è la prima compagnia produttrice di petrolio al mondo e i giacimenti sauditi contengono circa il 15 per cento delle riserve mondiali di petrolio e il 5 per cento di quelle di gas naturale. Il petrolio saudita è particolarmente economico da estrarre perché la maggior parte delle riserve è concentrata in giacimenti colossali a cui è relativamente facile accedere. Ogni giorno dal solo giacimento di Ghawar, che è il più grande del mondo ed è in funzione dal 1951, vengono estratti 5 milioni di barili di petrolio, circa metà della produzione saudita.

Grazie all’enorme capacità produttiva e alle condizioni favorevoli a minimizzare i costi di estrazione – avendo i costi minori è conveniente produrre anche quando i prezzi sono bassi e i concorrenti vanno invece in perdita – l’Arabia Saudita è diventata il leader di fatto dell’OPEC, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio fondata nel 1960 e responsabile di circa il 40 per cento della produzione mondiale di petrolio. In passato l’OPEC ha assegnato ai suoi membri degli obiettivi di produzione per contenere l’offerta e mantenere alti i prezzi. Di recente, tuttavia, l’aumento della produzione in paesi non appartenenti all’organizzazione – in particolare Russia, Cina e Brasile – ha limitato la capacità dell’OPEC di controllare i mercati internazionali. E negli ultimi anni nuove tecnologie hanno reso meno costosa la produzione di shale oil, petrolio sintetico estratto dai depositi di scisto bituminoso, facendo entrare nel giro anche stati non ricchi di petrolio “tradizionale”. Per dire: gli Stati Uniti, che producono molto shale oil, hanno superato l’Arabia Saudita come primo produttore al mondo.

Nel 2014 l’offerta di petrolio globale ha superato la domanda e negli ultimi mesi del 2015 il surplus prodotto ma non consumato è arrivato a 2,5 milioni di barili al giorno. Allo stesso tempo i prezzi sono precipitati dagli oltre 100 dollari al barile a un record minimo di 30. Nonostante il crollo dei prezzi, i paesi dell’OPEC non sono riusciti a mettersi d’accordo e non è stata possibile una riduzione controllata dell’offerta. Anche i paesi e le aziende con costi estrattivi più elevati, in particolare quelli che usano le tecniche per lo shale oil, non hanno abbandonato la produzione, come invece si era immaginato, soprattutto per paura di perdere quote di mercato conquistate a fatica. I bassi prezzi del petrolio hanno colpito duramente le entrate dell’Arabia Saudita: nel 2015 il deficit pubblico ha raggiunto il 15 per cento del PIL, anche se le conseguenze sono state molto diverse da quelle che si sono verificate in altri paesi esportatori di petrolio, come Venezuela e Brasile.

Nel 2015 l’economia saudita è cresciuta di circa il 3 per cento e l’impatto della caduta del prezzo del petrolio sulle entrate statali è stato assorbito usando le riserve monetarie che il paese aveva accumulato in precedenza, per esempio nel suo fondo sovrano. A metà 2014 le riserve saudite ammontavano a circa 750 miliardi di dollari: il loro impiego è servito da “cuscinetto” alle enormi perdite nel bilancio statale. Ciò che ha fatto preoccupare diversi analisti – e ha fatto parlare qualcuno di “crisi” – è stata la velocità con cui il governo saudita ha intaccato le riserve monetarie, 30 miliardi al mese nella prima metà del 2015: è un livello di spesa che secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI) avrebbe portato all’esaurimento delle riserve nel 2020; secondo alcuni funzionari sauditi citati da Bloomberg avrebbe portato all’insolvenza già dal 2017. È questa situazione che ha portato il governo saudita, e in particolare il principe 30enne Muhammad bin Salman, allo sviluppo del piano “Vision 2030”.

Le riforme di Muhammad bin Salman: economia, esercito e amministrazione
MbS è secondo in linea di successione nella famiglia reale e ha assunto rapidamente sempre più poteri da quando suo padre è diventato re, nel 2014: è incaricato della politica economica del regno ed è ministro della Difesa. Pur non essendo l’erede designato, agisce anche da “primo ministro” del re e leader del governo. Il principe MbS, che fa parte della nuova generazione nella famiglia reale saudita, è molto legato al piano “Vision 2030” e ai suoi obiettivi: non tanto la stabilizzazione delle finanze pubbliche, quanto la più ampia modernizzazione del sistema economico nazionale. Di MbS si è parlato però anche per altri motivi: per esempio è considerato molto aggressivo in politica estera ed è stato il promotore dell’intervento militare saudita in Yemen, deciso per frenare l’avanzata dei ribelli Houthi (vicini all’Iran, paesi arcinemico dell’Arabia Saudita). MbS ha anche cominciato a riformare l’apparato militare nazionale: ha commissionato ad alcune società occidentali di consulenza la revisione dei contratti di fornitura delle forze armate per ridurre l’estesa corruzione.

Riguardo misure più strettamente legate all’economia, MbS ha approvato una manovra che ha ridotto la spesa statale di circa il 25 per cento: sono stati tagliati soprattutto i generosi sussidi che lo stato saudita offriva ai suoi cittadini, provocando anche degli effetti notevoli sulla popolazione (per esempio le bollette dell’acqua sono aumentate rapidamente del 1000 per cento). Inoltre il governo ha intrapreso misure per far crescere l’occupazione nel settore privato e per abbassare le percentuali di disoccupazione tra i giovani. Ha anche richiesto un prestito da 10 miliardi di dollari a diverse banche internazionali, una cosa che non succedeva dai tempi dell’invasione irachena del Kuwait nel 1990. In generale è stato riorganizzato l’apparato statale: sono stati chiusi o uniti tra loro diversi ministeri, per garantire maggiore efficienza. Cinque ministri, oltre al governatore della Banca centrale, sono stati rimpiazzati da persone scelte dal principe MbS.

Uno dei casi di cui più si è parlato anche all’estero è stata la sostituzione dell’ex potente ministro del Petrolio Ali al Naimi con Khalid al Falih, che in precedenza era stato amministratore di Saudi Aramco. Al Naimi non era un funzionario qualunque: era considerato l’artefice della strategia saudita sui mercati petroliferi internazionali, una materia nella quale la famiglia reale non interveniva direttamente. Prendeva tutte le decisioni più importanti relative al petrolio: per esempio aveva deciso di non ridurre la produzione quando i prezzi erano iniziati a calare, con l’obiettivo di mandare in perdita gli altri paesi produttori; e aveva fatto fallire i colloqui interni all’OPEC quando era diventato chiaro che l’Iran non avrebbe partecipato all’accordo sulla riduzione della produzione (il governo iraniano voleva sfruttare la nuova libertà che gli era stata data con la rimozione delle sanzioni sul suo programma nucleare, che tra le altre cose bloccavano le esportazioni di petrolio). La rimozione di al Naimi ha significato soprattutto una cosa: che la politica petrolifera tornerà probabilmente sotto il controllo della famiglia reale: intanto il principe MbS ha detto che l’Arabia Saudita non cercherà un accordo per ridurre la produzione e non ridurrà le proprie quote di mercato se questo potrebbe aiutare i suoi rivali politici.

La strategia del principe MbS
L’obiettivo principale di MbS sembra comunque essere la diversificazione dell’economia. Secondo i piani di “Vision 2030”, il settore privato dovrebbe passare dall’attuale 40 per cento del PIL al 65 per cento nel 2030, grazie allo sviluppo di nuove industrie energetiche, turistiche e finanziarie. In particolare il turismo è una parte rilevante del piano: MbS vorrebbe aumentare il flusso di turisti e pellegrini sia alla Mecca che a Medina, due luoghi particolarmente importanti per l’Islam. Dovrebbe aumentare anche l’importanza delle piccole e medie imprese, soprattutto nel commercio al dettaglio. Il motore della trasformazione dovrebbe essere il Fondo Pubblico d’Investimento (FPI), che attualmente gestisce i rimanenti 500 miliardi di dollari di riserve monetarie saudite e in cui dovrebbero confluire la proprietà di Saudi Aramco e di altri asset statali, raggiungendo il valore di 3000 miliardi di dollari, più di quello complessivo di Google, Facebook e Amazon. Prima del trasferimento della proprietà al FPI, una piccola parte di Saudi Aramco – probabilmente il 5 per cento – sarà quotata in borsa. Si stima che Saudi Aramco valga più di ogni altra azienda al mondo: oltre 2000 miliardi di dollari, ma gran parte del valore è dato dalle riserve petrolifere saudite e non è chiaro in che modo queste potrebbero venire privatizzate. La quotazione del 5 per cento della società sarebbe l’offerta pubblica di acquisto più grande della storia, circa cinque volte l’attuale record di Alibaba, attuabile solo impiegando contemporaneamente le borse di New York, Londra e Hong Kong, mentre la segretezza con cui viene gestita la compagnia è molto lontana dai requisiti di trasparenza necessari per una società quotata pubblicamente. I profitti della quotazione, stimati intorno ai 100 miliardi di dollari, forniranno la liquidità per sostenere i costi di altre riforme.

La gestione del FPI, forse affidata parzialmente a delle società specializzate, dovrebbe consentire all’Arabia Saudita sia degli investimenti esteri capaci di assicurare una stabile fonte di introiti slegati dall’andamento del settore petrolifero, sia investimenti interni che trasformeranno Aramco in un conglomerato industriale attivo nei settori dell’industria navale e della chimica. L’Arabia Saudita punta per esempio a sviluppare una propria industria militare: oggi è il quarto paese al mondo per spese militari, ma il 98 per cento delle spese è destinato all’importazione di forniture militari. Il principe MbS ha anche ripreso un vecchio progetto sempre legato alla diversificazione dell’economia, che in passato era fallito: il King Abdullah Financial District, un complesso di oltre settanta edifici costruito a partire dal 2006 e costato 10 miliardi di dollari. Il King Abdullah Financial District era stato pensato per diventare il centro finanziario dell’Arabia Saudita, ma in poco tempo era diventato una cittadella fantasma. Ora il governo vuole attirare società straniere, trasformando il complesso in una “zona speciale” con una legislazione competitiva a livello internazionale, un sistema di visti semplificato e un collegamento diretto con l’aeroporto.

C’è un problema con i religiosi?
Il Financial Times ha scritto che anche solo per avvicinarsi a questi obiettivi, incredibilmente ambiziosi, sembrano essere necessari «dei cambiamenti sociali radicali, una rivoluzione nella governance, tutto per ora senza l’intenzione mostrata dalla monarchia assoluta di rendere i suoi sudditi dei cittadini con piena partecipazione» nella società. C’è un’altra cosa da considerare: le riforme di MbS sembrano essere state studiate per aggirare alcuni grossi ostacoli politici presenti nel paese, tra cui la storica alleanza tra la famiglia reale dei Saud e la Casa di ibn Abdul Wahhab, il teologo del Diciottesimo secolo che fondò il movimento waahabita, una forma molto rigida di Islam sunnita che sta alla base del sistema dell’Arabia Saudita. Finora la famiglia reale saudita è sempre dipesa dall’establishment waahabita per la sua legittimità politica; in cambio ai religiosi è stato dato il controllo di alcuni settori chiave del paese, come l’istruzione, il sistema giudiziario e anche la segregazione delle donne. Ma in pochi credono che per MbS sarà possibile portare a termine le sue riforme all’interno di questa struttura di potere. E in molti credono che MbS tenterà in qualche modo di scardinarla, provando a ridurre il potere dei religiosi nella società saudita.

Qualcosa forse si è già mosso. Per esempio ad aprile il governo ha ridotto lo strapotere concesso alla polizia religiosa saudita, la Mutawa; e in un’intervista recente a Bloomberg, MbS ha detto che uno dei suoi obiettivi è quello di aumentare la percentuale di donne che lavorano e ha aggiunto che «crediamo che nell’Islam le donne abbiano diritti che non hanno ancora ottenuto»: in pratica un invito ai sauditi ad accettare politiche meno discriminatorie.

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