Non dovremmo chiamare “incidenti stradali” gli incidenti stradali

La parola "incidente" suggerisce che sia successo per caso e non sia colpa di nessuno, quando in realtà spesso non è così

Negli Stati Uniti, come in Italia, la parola “incidente” (accident, in inglese) ha due significati: può significare un evento imprevisto accaduto per caso oppure uno scontro tra automobili. Negli Stati Uniti però è nato un eterogeneo movimento – che comprende attivisti per la sicurezza stradale, associazioni di vittime di incidenti e membri delle forze dell’ordine – che da anni chiede che gli incidenti stradali non vengano più chiamati accidents, “incidenti”, ma car crashes, “scontri tra auto”. La tesi è che chiamandoli incidenti si escluda in qualche modo il fatto che la stragrande maggioranza sia causata da errori umani: tutt’altro che incidenti. Mark Rosekind, capo della National Highway Traffic Safety Administration, un’agenzia governativa statunitense del Dipartimento dei Trasporti, ha spiegato in una conferenza a Harvard: «Quando usate la parola “incidente”, è come se diceste: “È Dio che l’ha fatto succedere”. Nella nostra società il linguaggio può essere tutto». Gizmodo ha scritto che la parola «incidente è l’equivalente di ¯\_(ツ)_/¯ per i trasporti». Se una cosa è un incidente, cioè è capitata per caso, allora non è colpa di nessuno. Invece no.

In inglese la proposta di sostituire accident con car crash ha senso, oltre che per i motivi legati al significato, perché la seconda è un’espressione comunque comune e diffusa, già usata per descrivere incidenti stradali. Anche in italiano la parola “incidente” ha una connotazione inevitabile e casuale, indipendente dal fattore umano, ma non esistono alternative altrettanto diffuse e comuni: la più praticabile, cioè “scontro tra auto”, è comunque farraginosa e non immediata.

Secondo una stima riportata dal New York Times, circa il 94 per cento degli incidenti avviene per cause umane; solo il 6 per cento dipende da malfunzionamenti delle auto, dal tempo o da altri fattori. Secondo l’associazione non profit National Safety Council, negli Stati Uniti gli incidenti stradali mortali sono aumentati dell’8 per cento tra il 2014 e il 2015. Anche in Italia, dopo anni di diminuzione, il dato sugli incidenti stradali è tornato a salire nello stesso periodo: nel 2014 gli incidenti mortali erano stati 1.587, nel 2015 sono stati invece 1.627, il 2,5 per cento in più. Secondo Rosekind e altri attivisti che propongono la sostituzione del termine “incidenti”, in parte la causa dell’aumento è la diffusa indifferenza delle persone nei confronti del problema.

Secondo gli attivisti, in parte questa indifferenza è causata dalle modalità linguistiche con cui ci si riferisce agli incidenti stradali: cambiarle sarebbe un modo per “scuotere” le persone, eliminando l’idea che gli incidenti stradali spesso non sono colpa di nessuno, questione di sfortuna, e che sia impossibile prevenirli. Una campagna promossa dall’associazione Transportation Alternatives dice, per esempio:

Prima dei movimenti per i diritti dei lavoratori, i proprietari delle fabbriche dicevano “è stato un incidente” quando i lavoratori americani si ferivano per le condizioni di lavoro non sicure.

Prima dei movimenti per combattere la guida in stato di ebbrezza, i guidatori ubriachi potevano dire “è stato un incidente” quando bocciavano con la propria auto.

Gli aerei non hanno incidenti. Si schiantano. Le gru non hanno incidenti. Crollano. E come società, ci aspettiamo risposte e soluzioni.

Lo scorso primo gennaio lo stato del Nevada ha approvato una legge per sostituire in diversi passaggi delle proprie leggi stradali la parola “incidente”. Provvedimenti simili sono stati presi negli scorsi anni anche nelle città di New York e di San Francisco, e in altri stati americani. L’ex giornalista televisivo Jeff Larason ha cominciato una campagna per convincere i giornali e le tv a smettere di usare “incidenti”. Lo scorso aprile Associated Press, la più importante agenzia di stampa del mondo, ha aggiornato la sua autorevole guida stilistica: dice che «quando c’è una negligenza, supposta o provata, si eviti “incidente”, che può essere interpretato da qualcuno come un termine che discolpi la persona responsabile. In questi casi, si usi “collisione” o altri termini».

Non tutti sono però d’accordo. Quando Larason propose il cambiamento su un gruppo su Facebook di giornalisti esperti di traffico, qualcuno gli rispose: «Perché l’errore umano non può essere accidentale anche se è prevenibile? Cosa stiamo risolvendo con questo dibattito? Che ingiustizia stiamo correggendo?». Anche il Virginia Department of Transportation ha declinato l’invito di Larason, spiegando che i guidatori hanno ormai familiarità con la parola “incidente”, e poiché è difficile chiamare “scontri tra auto” i piccoli tamponamenti, lo scambio avrebbe potuto generare confusione.

Katy Waldman, che scrive di cose linguistiche per Slate, ha scritto che secondo lei la parola “incidente” non è sempre sbagliata: può anche indicare uno scontro tra automobili avvenuto non intenzionalmente. «Il nostro sistema giudiziario distingue tra negligenza e intento criminale per una buona ragione. Si potrebbe perfino dire che dentro la connotazione di “incidente” c’è l’idea fondamentale dell’“innocenza fino a prova contraria”». Secondo Caroline Samponaro, vice direttrice di Transportation Alternatives, il problema invece non si pone: gli scontri tra auto possono essere incidentali, ma gli incidenti in quanto tali non possono essere colpa di qualcuno. Gizmodo aggiunge che se le auto che si guidano da sole si diffonderanno nel mondo, sarà utile avere due termini diversi per indicare quando un incidente stradale è colpa dell’uomo e quando invece è successo per una fatalità.

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