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  • sabato 21 maggio 2016

Con gli aeroporti dovremmo fare come Israele?

Se ne riparla a ogni disastro aereo: l'aeroporto di Tel Aviv è uno dei più sicuri al mondo, ma secondo molti il suo modello è impraticabile altrove

(Uriel Sinai/Getty Images)

L’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, in Israele, è considerato uno dei più sicuri al mondo, con numerosi controlli di sicurezza che partono dal momento stesso in cui il viaggiatore acquista un biglietto da o per Israele. Dopo gli attentati all’aeroporto di Bruxelles e dopo l’incidente al volo EgytpAir di mercoledì, che potrebbe essere stato causato da un attacco terroristico, diversi osservatori italiani e internazionali hanno spiegato che la soluzione per evitare nuovi attentati del genere in Europa sia seguire il modello del Ben Gurion. Ma secondo molti questo sarebbe impraticabile: sia per motivi economici, ma anche perché rischia di imporre severe limitazioni alla libertà a cui i passeggeri europei non sono abituati. 

L’aeroporto Ben Gurion
Da quando negli anni Settanta e Ottanta i nazionalisti palestinesi iniziarono una campagna di attacchi e dirottamenti nei confronti degli aerei diretti o in partenza da Israele, le agenzie di sicurezza del paese hanno intensificato molto i controlli all’aeroporto Ben Gurion, il più grande scalo internazionale del paese. Oggi il Ben Gurion è considerato uno dei più sicuri al mondo.

Daniel Wagner, amministratore di Country Risk Solutions, una società di consulenza specializzata in sicurezza, ha spiegato all’Huffington Post che i controlli al Ben Gurion cominciano prima ancora che il viaggiatore arrivi all’aeroporto, con una serie di verifiche automatiche e segnalazioni alle autorità di sicurezza che iniziano non appena viene acquistato un biglietto da o per Israele.

La prima barriera fisica è un controllo stradale prima dell’ingresso nell’aeroporto vero e proprio. I veicoli vengono sottoposti a una serie di esami per assicurarsi che non trasportino esplosivi, mentre guidatori e passeggeri subiscono un breve interrogatorio da parte di guardie armate. All’ingresso del terminal stazionano altre guardie, oltre a numerosi agenti in borghese. Il loro compito principale è osservare i viaggiatori alla ricerca di segnali di ansia o nervosismo. Quando un agente identifica una persona sospetta si avvicina e gli rivolge alcune domande, cercando di capire le sue intenzioni. Una volta entrati nel terminal bisogna sottoporsi a un ulteriore controllo prima di arrivare all’area dei check-in, che si trova in un edificio diverso.

Anche gli agenti che si trovano a questo livello sono addestrati a identificare segnali di stress e nervosismo. Le loro domande possono tenere impegnato il viaggiatore per alcuni minuti o per alcune ore, a seconda del sesso, della nazionalità e dell’etnia. Le agenzie di sicurezza israeliane sono state spesso accusate di “profiling”, cioè di discriminare i viaggiatori e di sottoporre a maggiori controlli gli appartenenti a specifiche nazionalità e religioni.

Gli israeliani di solito ammettono che la loro sicurezza fa molto più affidamento sulla componente umana che su quella tecnologica e questo implica anche una gestione selettiva delle risorse. Spendere dieci minuti a interrogare un’anziana, spiegano, è una perdita di tempo che sarebbe meglio impiegato nel fare qualche domanda alle persone che hanno più probabilità di corrispondere al profilo del tipico attentatore – cioè maschi giovani di etnia araba, anche se raramente viene ammesso in maniera così esplicita.

Questa sfiducia nella tecnologia si vede anche nei controlli che avvengono subito prima dell’imbarco, dove ai passeggeri non viene richiesto di togliersi le scarpe – come succede in moltissimi aeroporti europei – e dove non sono presenti sofisticati scanner ai raggi X, ma soltanto tradizionali metal detector. Questo non significa che la tecnologia sia completamente trascurata. L’aeroporto e l’esterno dell’edificio sono sorvegliati da centinaia di telecamere, mentre i bagagli destinati all’imbarco devono attraversare una camera pressurizzata che ha lo scopo di far detonare l’eventuale esplosivo dovessero contenere.

Il tema della sicurezza in Israele è così sentito che i controlli non vengono appaltati a ditte private, come avviene in Europa e negli Stati Uniti, ma sono affidati all’esercito israeliano e alle agenzie di sicurezza nazionali che per il compito utilizzano agenti e militari con uno speciale addestramento agli interrogatori. Questo sistema ha comunque le sue falle, come ha dimostrato un cittadino arabo-israeliano che nel 2002 riuscì a imbarcarsi su un volo El Al portando con sé un piccolo coltello da tasca. L’uomo cercò di entrare nella cabina di pilotaggio, ma venne bloccato da alcuni agenti della sicurezza aerea.

I problemi
A parte alcuni piccoli incidenti, come quello del 2002, il metodo israeliano è riuscito a tenere al sicuro l’aeroporto Ben Gurion nel corso degli ultimi anni. Sembra molto complicato, però, applicare le stesse strategie in Europa e nel resto del mondo. I primi problemi sono di ordine pratico: al Ben Gurion transitano ogni anno circa 16 milioni di passeggeri, mentre al Charles de Gaulle di Parigi, da dove è partito il volo EgyptAir precipitato mercoledì, ne passano più di 60 milioni.

Estendere i controlli sul modello israeliano e affidarli al personale di pubblica sicurezza invece che ad agenzie private significherebbe probabilmente un significativo aumento di costi diretti, ma anche di quelli indiretti. Viaggiare richiederebbe ancora più tempo e i passeggeri dovrebbero mettere in conto ore e ore da trascorrere ai controlli di sicurezza per ogni volo, oltre a numerose seccature come domande personali e attese ingiustificate. C’è infatti un altro fattore, potremmo dire psicologico: gli israeliani, vivendo in uno stato storicamente più pericoloso di quelli occidentali, hanno una soglia di tolleranza alle misure di sicurezza invasive molto più alta rispetto agli altri occidentali. Senza contare che, ad esempio, estendendo i controlli all’esterno di un aeroporto, la fila di gente vulnerabile a un attacco si formerebbe semplicemente da un’altra parte: fuori dall’aeroporto invece che al suo interno, come ha scritto Marc Champion sul Washington Post poco dopo gli attacchi di Bruxelles.

Altri si domandano fino a che punto è giusto aumentare i controlli e quante limitazioni alle nostre libertà dovremmo accettare in nome della nostra sicurezza. Il caso del “profiling” è stato sollevato da diverse associazioni dei diritti civili israeliane ed è probabile che l’introduzione di simili controlli anche in Europa porterebbe ad un’opposizione simile. Infine, l’ultima critica che viene fatta è che è impossibile arrivare a un livello di sicurezza impenetrabile. Ogni sistema avrà inevitabilmente delle falle che un gruppo terroristico potrebbe riuscire a sfruttare se dovesse provarci in maniera sufficientemente determinata. Come ha spiegato ad Associated Press l’esperto di sicurezza Sylvain Prevost: «nel settore della sicurezza, la perfezione non esiste».

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