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  • martedì 17 maggio 2016

Come ci è arrivata l’Islanda agli Europei?

La prima guida del Post alle squadre che giocheranno quest'estate, dedicata alla più sorprendente: non ci è arrivata per caso

I giocatori dell'Islanda dopo un gol segnato al Kazakistan (STANISLAV FILIPPOV/AFP/Getty Images)

Gli Europei che si giocheranno quest’estate in Francia saranno il primo torneo internazionale a cui parteciperà la nazionale islandese, la squadra di calcio di una piccola nazione di 300mila abitanti molto più vicina alla Groenlandia che al continente europeo.

L’Islanda nel 2014 aveva già sfiorato la qualificazione ai Mondiali, ma nel 2012 occupava il 131esimo posto nel ranking FIFA delle squadre più forti al mondo. Oggi è 35esima, davanti a squadre solitamente più quotate come Svezia, Grecia e Danimarca. In realtà da circa vent’anni la federazione calcistica islandese ha un programma di sviluppo delle proprie strutture e delle accademie giovanili: ed è solo negli ultimi anni che si cominciano a vedere i frutti di quel lavoro. Su 23 giocatori convocati per la fase finale degli Europei, nessuno gioca nel campionato islandese: i giocatori più forti giocano in Premier League o in Ligue 1. L’Islanda ha persino buone possibilità di passare il primo turno degli Europei: è stata sorteggiata in un girone tutto sommato agevole e senza squadre imbattibili, assieme a Portogallo, Austria e Ungheria.

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Il calcio in Islanda
Giocare a calcio in Islanda – come fare mille altre attività – non è la cosa più semplice al mondo: per buona parte dell’anno le temperature sono sotto lo zero, e in inverno e in autunno le ore di luce durante il giorno sono pochissime. Anche per queste ragioni i principali campionati islandesi di calcio si tengono nel periodo più caldo dell’anno, fra maggio e ottobre: e fino a pochi anni fa era impensabile persino allenarsi nei giorni più freddi. Per decenni, inoltre, il movimento calcistico islandese è rimasto ai margini del professionismo: pochissimi calciatori islandesi giocavano nei campionati europei più prestigiosi, e ancora meno tornavano indietro ad allenare o gestire le squadre locali.

A metà degli anni Novanta, approfittando anche dell’ottima situazione economica del paese in quegli anni, la federazione islandese avviò un progetto per rimediare a questi problemi. Fu avviata la costruzione di diversi campi al chiuso, per potersi allenare e disputare partite anche d’inverno, e fu reso più professionale il corso per aspiranti allenatori. Il risultato è che oggi in Islanda esistono sette campi indoor e decine di campi e campetti con terreni in erba sintetica, che permettono di poter giocare in qualsiasi condizione meteorologica. Il numero degli allenatori è cresciuto moltissimo.

islandaUn campo di allenamento al chiuso ad Akranes, un paese di seimila abitanti poco più a nord della capitale Reykjavík

Il giornalista britannico Davis Harper, che ha scritto un lungo articolo sul movimento calcistico islandese per la rivista di calcio Howler, ha spiegato che nel gennaio del 2016 in Islanda c’erano 184 allenatori di calcio col patentino A della UEFA (il secondo più alto, che in Italia per esempio permette di allenare fino alla Lega Pro) e 594 allenatori col patentino B. Oggi quindi in Islanda c’è un allenatore di calcio “qualificato” ogni 500 abitanti: in Inghilterra, dove si gioca il campionato più popolare al mondo, il rapporto è uno ogni 10mila. Dato che il numero di squadre professionistiche non è aumentato esponenzialmente, gli allenatori che prendono il patentino B o persino l’A sono stati assunti per gestire le squadre giovanili, «talvolta anche quelle dei pulcini», spiega Harper. Anche grazie all’aumento di strutture, sempre più ragazzi hanno iniziato a giocare a calcio: oggi il 7 per cento della popolazione islandese è un calciatore registrato.

islandapdfAlcune spiegazioni che la stessa federazione islandese si è data per motivare i suoi successi, in una presentazione del 2010: cose tipo “l’intera nazione lavora molto duro” e “tutti possono giocare per la loro squadra del cuore”

Alcune squadre hanno sfruttato queste possibilità meglio di altre: il Breiðablik, la squadra di una città vicino a Reykjavík, ha sviluppato una struttura giovanile molto efficiente e ha lanciato alcuni calciatori che oggi sono considerati i “pilastri” della nazionale: sono passati dalle giovanili del Breiðablik, fra gli altri, il centrocampista dello Swansea Gylfi Sigurðsson, l’attaccante della Real Sociedad Alfreð Finnbogason e l’ala del Charlton Jóhann Berg Guðmundsson. Nessuno dei tre ha più di 26 anni.

In Islanda non si fanno nemmeno troppi problemi a mandare giocatori all’estero: il campionato locale è piuttosto scarso e la “vera” squadra da tifare è la nazionale di calcio. I tifosi quindi sono solo contenti di vedere i loro giocatori finire in squadre di Premier League o in Serie A.

Arrivare fin qui
I primi risultati si videro già nei primi anni Duemila. Una delle partite più notevoli di quegli anni fu giocata contro l’Italia il 18 agosto 2004: era la prima partita da allenatore della Nazionale di Marcello Lippi, che mise in campo una squadra molto sperimentale (i tre giocatori di attacco erano Stefano Fiore, Marco Di Vaio e Fabio Bazzani). L’Islanda vinse 2-0 con gol di Eiður Guðjohnsen e Gylfi Einarsson. L’Islanda non riuscì comunque a qualificarsi per le successive edizioni di Mondiali ed Europei.

Fu anche la prima partita in Nazionale di Luca Toni

Le cose iniziarono a girare nel verso giusto intorno al 2010. Nel girone di qualificazione per gli Europei del 2012 l’Islanda finì penultima ma nelle singole partite se la giocò con nazionali molto più forti come Portogallo e Danimarca. L’Islanda andò particolarmente bene ai successivi gironi di qualificazione in vista dei Mondiali del 2014: arrivò seconda nel girone E dietro alla Svizzera – a cui recuperò tre gol in un incredibile 4-4, nel settembre 2013 – e andò a giocarsi i playoff per l’accesso ai Mondiali contro la Croazia. La partita di andata a Reykjavík finì 0-0, quella di ritorno 2-0 per la Croazia.

Nel girone di qualificazione in vista degli Europei del 2016, iniziato nel 2014, l’Islanda venne sorteggiata insieme a una squadra molto più forte – l’Olanda – e altre due appena più forti, almeno sulla carta, cioè Turchia e Repubblica Ceca. È finita che l’Islanda ha dominato il girone, anche grazie al periodo non formidabile delle sue avversarie più importanti. L’Islanda ha disputato la miglior partita del girone proprio contro l’Olanda, il 13 ottobre 2014: l’Olanda, appena arrivata terza ai Mondiali in Brasile, venne battuta grazie alla solidità difensiva dell’Islanda e al suo contropiede. Finì 2-0 per l’Islanda, con doppietta di Sigurðsson. Nei mesi successivi l’Olanda non è nemmeno riuscita a qualificarsi per la fase finale degli Europei.

I più forti
La squadra è composta soprattutto da giocatori stabilmente nel giro della nazionale da diversi anni, anche se ancora tutti piuttosto giovani e vicini alla fase migliore della carriera. In difesa ci sono i due solidi centrali Ragnar Sigurðsson e Kári Árnason, sulle fasce gli affidabili Birkir Már Sævarsson e Ari Freyr Skúlason. Il centrocampo è probabilmente il reparto più forte: ci giocano tra gli altri Gylfi Sigurðsson (che non è fratello di Ragnar Sigurðsson: in Islanda il cognome è formato dal nome del padre più -son per un maschio o -dóttir per una femmina), Emil Hallfreðsson dell’Udinese e Birkir Bjarnason del Basilea.

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La lista definitiva dei 23 convocati è stata presentata giorni fa:

Portieri: Hannes Halldórsson (Bodø/Glimt), Ögmundur Kristinsson (Hammarby), Ingvar Jónsson (Sandefjord)

Difensori: Ari Skúlason (OB), Hordur Magnússon (Cesena), Hjörtur Hermannsson (PSV Eindhoven), Ragnar Sigurdsson (Krasnodar), Kári Árnason (Malmö), Sverrir Ingi Ingason (Lokeren), Birkir Sævarsson (Hammarby), Haukur Heidar Hauksson (AIK)

Centrocampisti: Emil Hallfredsson (Udinese), Gylfi Sigurdsson (Swansea), Aron Gunnarsson (Cardiff), Theódór Elmar Bjarnason (AGF), Arnór Ingvi Traustason (Norrköping), Birkir Bjarnason (Basel), Johann Gudmundsson (Charlton), Eidur Gudjohnsen (Molde), Rúnar Már Sigurjónsson (Sundsvall)

Attaccanti: Kolbeinn Sigthórsson (Nantes), Alfred Finnbogason (Augsburg), Jón Dadi Bödvarsson (Kaiserslautern)

Gylfi Sigurðsson è il miglior giocatore della squadra. Gioca da anni in Premier League – è passato anche per il Tottenham – ed è considerato uno dei migliori centrocampisti offensivi in Europa: sa tirare da qualsiasi posizione specialmente su punizione (è soprannominato anche “il Beckham islandese”), è bravo nel dribbling e sa inserirsi nell’area di rigore avversaria. Quest’anno ha segnato 12 gol in 39 partite. Al suo ritiro avrà forse un futuro da golfista: dicono sia bravo quasi quanto il fratello, che gioca da professionista.

Altri giocatori interessanti sono Birkir Bjarnason del Basilea – che ha giocato per alcuni anni in Italia, al Pescara e alla Sampdoria, e che l’anno scorso è stato al centro di un piccolo caso su Facebook – che gioca da centrocampista esterno e segna parecchio; Emil Hallfreðsson dell’Udinese, una mezzala dinamica e intelligente; Gylfi Gudmundsson, esterno sinistro di centrocampo con un gran tiro. Alfreð Finnbogason, il centravanti titolare, fino a qualche anno fa sembrava fortissimo. Fra il 2012 e il 2014 ha segnato una valanga di gol all’Heerenveen, in Olanda: poi si è fermato un po’, ma quest’anno ha giocato un ottimo finale di stagione segnando 7 gol in 14 partite di Bundesliga con l’Augsburg, che lo ha preso in prestito dalla Real Sociedad.

In attacco c’è ancora Eiður Guðjohnsen, il giocatore più famoso nella storia dell’Islanda, che qualche impallinato di calcio ricorderà come ottimo centravanti di Barcellona e Chelsea a metà anni Duemila. Oggi Guðjohnsen ha 37 anni, ha diminuito il suo raggio d’azione – gioca spesso sulla trequarti di campo – ed era uscito dal giro della nazionale islandese nel 2013. Nel frattempo ha giocato nella Serie A belga, nella B inglese, in Cina e pochi mesi fa si è trasferito al Molde, in Norvegia. Oltre che per il suo passato illustre, Guðjohnsen possiede un record notevole: è l’unico giocatore al mondo che è entrato in campo al posto di suo padre in una partita internazionale. Successe durante l’amichevole fra Estonia e Islanda giocata a Tallinn il 24 aprile del 1996. Eiður Guðjohnsen, che all’epoca aveva 17 anni, entrò al posto di suo padre Arnór, che allora ne aveva 34 ed era un discreto calciatore (anche lui attaccante). Guðjohnsen dice che non gli dà fastidio giocare assieme a diversi giocatori molto più giovani di lui: a BBC ha spiegato che «in effetti ho la sensazione che diversi di loro mi guardino dal basso verso l’alto. Probabilmente sono cresciuti guardandomi giocare, forse mi hanno pure scelto come giocatore alla PlayStation».

L’Islanda è solita giocare con un 4-4-2 molto prudente che punta molto sul contropiede (oggi si direbbe “alla Leicester”). A volte il 4-4-2 viene modificato in un 4-3-1-2, anche per esaltare le caratteristiche dei molti giocatori che possono giocare da trequartisti. Parte del merito di aver costruito una squadra così solida va probabilmente dato a Lars Lagerbäck, esperto allenatore svedese che ha guidato la Svezia dal 2000 al 2009. Dal 2011 Lagerbäck è affiancato da Heimir Hallgrímsson, l’ex allenatore di una piccola squadra femminile islandese che lo sostituirà dopo gli Europei (Lagerbäck ha spiegato di sentirsi un po’ vecchio per allenare: ha 67 anni).

Su Howler, Harper ha raccontato che in Islanda Hallgrímsson è una piccola celebrità: oltre a fare il co-allenatore della nazionale lavora ancora come dentista, ed è considerato il volto “umano” della nazionale. Parla con la gente, tiene d’occhio i giovani talenti islandesi e gestisce i rapporti con le squadre locali. Hallgrímsson ha già detto che una volta finiti gli Europei si concentrerà solo sul lavoro da allenatore.

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