L’Orlando furioso ha 500 anni

di Giacomo Papi

Storia di come Ariosto lo scrisse, lo promosse, di quante copie stampò e come riuscì a venderle


Isabella d’Este giovane in un ritratto di Tiziano del 1534. Nella mano sinistra si intravede un piccolo libro (The Yorck Project: 10.000 Meisterwerke der Malerei. DVD-ROM, 2002. ISBN 3936122202 / DIRECTMEDIA Publishing GmbH)

Il 22 aprile 1516 – mezzo millennio fa – a Ferrara fu pubblicata la prima edizione dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto ed erano dieci anni che a corte se ne parlava. Ariosto era stato abile ad alimentare l’attesa – aveva creato molto hype, si direbbe oggi – rifiutandosi di fornire altre anticipazioni o di fare sbirciare il suo lavoro dopo avere ingolosito Isabella d’Este, che era una grande lettrice, leggendogliene di persona alcune parti per un paio di giorni. Proprio una lettera della marchesa Isabella al fratello don Ippolito datata 3 febbraio 1507 è la prima testimonianza certa che messer Ludovico stava lavorando al poema:

La ringracio de la visitacione et particularmente di havermi mandato il dicto m. Ludovico per che, ultra che ‘l me sia stato accetto, ripresentando la persona di S. V. R. ma, luy anche per conto suo mi ha adduta gran statisfactione, avendomi con la narratione de l’opera che’l compone, factomi passar questi dui giorni, non solum senza fastidio, ma cum piacere grandissimo.

Due anni dopo Ariosto continua a preparare il successo, facendo girare a corte, ma con discrezione e solo ai suoi mecenati, il poema che nel frattempo è cresciuto e ha quasi preso la forma di un libro. In un biglietto del 5 luglio 1509 il duca di Ferrara Alfonso d’Este chiede al fratello – sempre don Ippolito d’Este, cardinale della città – di mandargli «quella gionta che fece m. Lud. co Ariosto a L’Innamoramento d’Orlando». La gionta era la prima stesura dell’Orlando furioso, inizialmente concepito proprio come aggiunta all’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, molto popolare in quegli anni e rimasto incompiuto per la morte dell’autore.

Il poema inizia infatti dalla fine del poema di Boiardo, uno dei primi ad avere messo in forma di libro il racconto delle gesta dei paladini di Francia che circolavano da decenni nelle città del nord Italia attraverso i racconti e le canzoni di menestrelli e saltimbanchi. Il successo dell’Orlando di Boiardo aveva aumentato la voglia di sapere come andava a finire. Proprio come sarebbe accaduto nell’Ottocento con i feuilletton e accade oggi con le serie tv, il piccolo embrionale pubblico delle corti della Pianura padana, a cui si aggiungeva un certo numero di borghesi arricchiti e alfabetizzati, aspettava con trepidazione nuovi episodi. Lo storico della letteratura Corrado Bologna scrive nel saggio Orlando furioso di Ludovico Ariosto che all’inizio del Cinquecento si assestò «un mercato più largo, raggiunto e solleticato dalla nuova industria editoriale – immediatamente smaliziata e abilissima nel far leva sull’indotto pubblicitario del mercato sempre autorigenerantesi mediante la diffusione dei libri di cavalleria. Le vicende amorose dei paladini, in testa quelle contrastate e appassionanti dell’eroe eponimo di tanti libri, Orlando, finirono per dominare il mercato per un buon quarto di secolo, da Boiardo ad Ariosto».

L’abilità di un artista sta anche, e forse soprattutto, nella capacità di vendere la propria immagine e la propria opera, concedendola e negandola in modo da alimentare l’attesa. Via via che il libro prendeva forma e la pubblicazione si avvicinava, Ariosto si fece più sparagnino, negando ogni ulteriore anticipazione perfino a Francesco Gonzaga, duca di Mantova e marito di Isabella, la prima ad ascoltare qualche verso del libro. Il 14 luglio 1512 Ariosto gli scrisse una lettera diplomatica e astuta, molto simile nel tono elegante e cortese a quella con cui, oggi, uno scrittore geloso del proprio lavoro si rifiuta di fare leggere il suo libro prima che lo giudichi pronto:

… me è stato fatto fatto intendere che vostra ex.tia haveria piacere de vedere un mio libro al quale già molti di (continuando l’invenzione del conte Matheo Maria Boiardo) io dedi principio. Io, bono et dedicassimo servitore de Vostra Signoria, alla prima richiesta la haveria satisfatto, et hauto de gratia che quella si fusse degnata legere le cose mie, s’el libro fusse stato in termine de poterlo mandare in man sua. Ma, oltra che il libro non sia limato né fornito anchora, come quello che è grande et ha bisogno de grande opera, è anchora scritto per modo, con infinite chiose e liture, e trasportato di qua e de là, che fora impossibile che altro che io lo legessi: e de questo la Ill. ma Signora Marchesana sua consorte me ne po’ dar fede, alla quale (quando fu a questi giorni) a Ferrara io ne lessi un poco.

Passarono altri quattro anni e finalmente il libro fu stampato. Lo stampatore era Giovanni Mazzocco di Bondeno, un comune a 18 chilometri da Ferrara che Mario Soldati avrebbe definito il centro ideale della pianura Padana. Cinquantaquattro anni prima, nel 1562, a Bondeno era arrivato un tale Ulrich Pursmid, tedesco, probabilmente un allievo di Gutenberg, che aveva sottoscritto da un notaio un contratto per la produzione di opere a stampa. Nel 1464 proprio a Bondeno fu stampato il primo libro a caratteri mobili uscito in Italia, Meditazioni della Passione di Cristo Parson Scheide, ed è probabile che a Bondeno si sviluppò uno dei primi distretti editoriali italiani. Dal frontespizio è evidente però che la cura della prima edizione dell’Orlando furioso è incomparabile con quella dei libri che già due decenni prima Aldo Manuzio pubblicava a Venezia. La prima tiratura fu di 1.300 o 2 mila copie (le stime degli storici della letteratura non sono concordi).


Frontespizio della prima edizione

Il libro era composto da 40 canti in ottave con rima ABABABCC dedicati «allo illustrissimo e reverendissimo cardinale donno Ippolito d’Este suo signore». Donno Ippolito – che a differenza di sua sorella non amava le storie – non ne fu granché impressionato: ma il libro, ancora prima di essere letto, venne giudicato più bello di quello di Boiardo. In una lettera del 5 maggio mandata da un tal Ippolito Calandra a Federico Gonzaga, Ariosto appare mentre trasporta la prima cassa di libri dell’Orlando furioso freschi stampa.

Non eri l’altro in questa terra mess. Ludovico Ariosto, gentilhomo ferrarese, quale à portato una capsa di libri la quale à composto sopra Orlando, ch’è quasi tanto volume come l’Innamoramento di Orlando, et lui l’à intitulato l’Orlando furioso, quale è un bello libro, più bello che l’Innamoramento di Orlando. Lui ne ha donato uno all’Ill.mo S.v.ro patre et uno a madama v.ra matre et uno al R.mo Cardinale; li altri li vole fare vendere.

Sei anni dopo un altro Gonzaga, Francesco, che doveva avere problemi di vista e che in quel momento si trovava su un campo di battaglia, chiede allo stesso Calandra di mandargli subito una copia della seconda edizione:

Hyppolito. Mandane Orlando furioso, l’Innamoramento d’Orlando et Morgante Madzor, advertendo tutti siano di bona stampa et di lettere un poco grossette et ben legibile…

Dopo avere omaggiato i potenti con le prime copie, l’intenzione di Ariosto è quella di vendere e distribuire il libro, attività di cui si occupa personalmente non fidandosi degli intermediari. Nel 1520 si lamenta in una lettera di avere ricevuto soltanto 6 lire mantovane per le vendite a Verona, molto meno di quanto si aspettasse, e pretende che i libri ancora invenduti gli vengano riportati in modo da poterli spedire – quindi vendere – di persona. L’Orlando furioso diventa di moda e si diffonde anche al di fuori della pianura Padana. Alcuni atti notarili dimostrano che Ariosto, per esempio, cedette in esclusiva a un cartolaro di Ferrara cento libri per rivenderli nella zona e che incaricò il nobile genovese Lorenzo da Ponte di occuparsi delle vendite a Genova. Ariosto scrisse anche personalmente al marchese di Mantova per ottenere l’esenzione dal pagamento del dazio sulla carta sia per la seconda edizione del 1521 che per quella del 1532.

Ariosto fu uno dei primi a capire l’importanza della diffusione e a intuire che esisteva un pubblico più largo di quello delle corti. Si occupò di portare il libro in altre città e di trovare nuovi canali di vendita, allargando il commercio anche ai cartolari, non solo ai librai. Stabilire il prezzo a cui il libro fu venduto è difficile, perché probabilmente non c’era un prezzo fisso e per le differenze di cambio tra le monete. Si sa però che i libri erano molto cari e che durante il Cinquecento quelli a stampa costavano quanto, e a volte di più, dei manoscritti. I libri erano così preziosi che spesso venivano impegnati al Monte dei pegni, dati a garanzia per i prestiti e pignorati in caso di mancato pagamento. Una Bibbia luterana stampata in Germania nel 1534 costava come un mese di stipendio di un operaio. Altrove si trova la notizia che un libro di diritto valeva quanto un paio di buoi. È plausibile, cioè, che un libro costasse quanto un oggi un MacBook o un iPhone.

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Tiziano, Ritratto di Ariosto, 1515

La seconda edizione dell’Orlando furioso fu stampata da Giovanni Battista de la Pigna di Ferrara nel 1521. Seguì una seconda ristampa di Niccolò da Gorgonzola. La tiratura – più limitata dell’edizione del 1516 – probabilmente fu intorno alle 500 copie. Conteneva 11 ottave in più e altrettante erano state cancellate, ma l’impianto era rimasto sostanzialmente inalterato. Dal 1516, per i successivi sedici anni, Ariosto non fece altro che rivedere e limare il poema, con l’obbiettivo di allargare il suo pubblico, rendendo la lingua sempre più universale. Le parole di derivazione latina o lombardo-emiliana furono sostituite una per una da parole dell’uso volgare toscano sulla base dei primi dizionari e grammatiche stampate in quel periodo e delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo – forse il più importante libro di linguistica italiana mai pubblicato – con cui Ariosto entrò in contatto almeno dal 1518.

L’altra operazione fondamentale di Ariosto fu introdurre nel canone dell’innamoramento di Orlando l’ingrediente della pazzia d’amore, pochi anni dopo l’uscita dell’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam e un secolo prima che Cervantes ne facesse il centro del Don Chisciotte. Il tema dell’amor cortese si modernizzò, passò dal registro sentimentale a quello ironico e psicologico, più vicino ai moderni romanzi, allineandosi ai gusti del pubblico di cortigiani e borghesi che incominciava a formarsi. Per ritrovare il senno di Orlando, Astolfo vola fino alla luna. Per sedici anni Ariosto lavorò l’Orlando furioso dall’interno, inserendo episodi, interi canti, cancellando versi o riformulandoli in modo che fossero più chiari e comprensibili, con l’obbiettivo di tenere dentro tutto il mondo e tutti quanti – non è un caso che l’inizio dell’Orlando furioso sia un elenco, molti secoli prima che gli elenchi diventassero una moda letteraria – e di staccarsi dalla tradizione da cui proveniva per diventare nuovo.

All’inizio della prima edizione del 1516, gli amori sono “antiqui”.

Di donne e cavalier li antiqui amori,
le cortesie, le audaci imprese io canto…

Nell’ultima del 1532, che contiene il chiasmo più famoso della letteratura italiana, sono soltanto amori.

Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori,
le cortesie, le audaci imprese, io canto…

Per l’ultima edizione, che fu tirata in circa 2.800 copie, ci vollero 400 risme di carta. I canti sono 46, i versi 38.736. Nella prima erano 32.944 per 40 canti. Non è una gran differenza. Ariosto non cercò di allungare il libro, anzi fu piuttosto attento a contenerne la lunghezza. Buttò molto di quello che aveva già scritto. Il suo impegno fu editarlo per migliorare il ritmo e la lingua in modo da farli durare. L’edizione del 1532 ha moltissime varianti – l’italianista inglese Conor Fahy ha contate 287 – perché Ariosto interrompeva continuamente la stampa in tipografia, cambiando e correggendo parole e versi, come se il lavoro di scrittura non potesse avere mai fine. L’attesa per l’uscita era ancora altissima ma il 6 luglio, a 57 anni, Ariosto morì di enterite, un’infezione all’intestino tenue, e la morte evidentemente frenò promozione e vendita. Molte copie rimasero invendute, racconta Corrado Bologna «a dimostrazione una volta di più della liason perversa, accentuata dalla propaganda politico-culturale, tra interesse per il libro e mitografia dell’autore». Nel 1533, poco prima di morire, messer Ludovico stava progettando una quarta edizione, insoddisfatto dell’ultima. In una lettera a suo fratello Galasso, Ludovico scrive di essere stato «mal servito e assassinato» dal tipografo, il cui lavoro evidentemente aveva deluso le sue attese. Nello stesso anno Galasso pubblicò un’altra edizione, quella che nel corso dei decenni successivi avrebbe continuato a essere letta e venduta. In qualche decennio Ariosto, che era stato una delle prime star della letteratura, diventò un classico.

La storia editoriale dell’Orlando furioso è la storia di come una tradizione soprattutto orale – quella delle gesta dei cicli bretone e carolingio – si trasformò progressivamente – attraverso un lavoro di revisione, limatura, aggiunta, promozione e diffusione da parte dell’autore – in un libro a stampa, e forse nel primo romanzo moderno.

Le prime 19 stanze dell’ultimo canto sono una lunga dedica a persone che Ariosto sentì il bisogno di citare – come si fa oggi nei ringraziamenti finali dei libri, solo che in questo caso i lettori entrano dentro il libro come se ne facessero parte, come personaggi – una sfilata interminabile di persone e facce, e donne, uomini, in cui, per la prima volta nella storia della letteratura, compare il pubblico.

CANTO XLVI

1
Or, se mi mostra la mia carta il vero,
non è lontano a discoprirsi il porto;
sì che nel lito i voti scioglier spero
a chi nel mar per tanta via m’ha scorto;
ove, o di non tornar col legno intero,
o d’errar sempre, ebbi già il viso smorto.
Ma mi par di veder, ma veggo certo,
veggo la terra, e veggo il lito aperto.

2
Sento venir per allegrezza un tuono
che fremer l’aria e rimbombar fa l’onde:
odo di squille, odo di trombe un suono
che l’alto popular grido confonde.
Or comincio a discernere chi sono
questi che empion del porto ambe le sponde.
Par che tutti s’allegrino ch’io sia
venuto a fin di così lunga via.

3
Oh di che belle e sagge donne veggio,
oh di che cavallieri il lito adorno!
Oh di ch’amici, a chi in eterno deggio
per la letizia c’han del mio ritorno!
Mamma e Ginevra e l’altre da Correggio
veggo del molo in su l’estremo corno:
Veronica da Gambera è con loro,
sì grata a Febo e al santo aonio coro.

4
Veggo un’altra Genevra, pur uscita
del medesmo sangue, e Iulia seco;
veggo Ippolita Sforza, e la notrita
Damigella rivulzia al sacro speco:
veggo te, Emilia Pia, te, Margherita,
ch’Angela Borgia e Graziosa hai teco.
Con Ricciarda da Este ecco le belle
Bianca e Diana, e l’altre lor sorelle.

5
Ecco la bella, ma più saggia e onesta,
Barbara Turca, e la compagna è Laura:
non vede il sol di più bontà di questa
coppia da l’Indo all’estrema onda maura.
Ecco Genevra che la Malatesta
casa col suo valor sì ingemma e inaura,
che mai palagi imperiali o regi
non ebbon più onorati e degni fregi.

6
S’a quella etade ella in Arimino era,
quando superbo de la Gallia doma
Cesar fu in dubbio, s’oltre alla riviera
dovea passando inimicarsi Roma;
crederò che piegata ogni bandiera,
e scarca di trofei la ricca soma,
tolto avria leggi e patti a voglia d’essa,
né forse mai la libertade oppressa.

7
Del mio signor di Bozolo la moglie,
la madre, le sirocchie e le cugine,
e le Torelle con le Bentivoglie,
e le Visconte e le Palavigine;
ecco qui a quante oggi ne sono, toglie,
e a quante o greche o barbere o latine
ne furon mai, di quai la fama s’oda,
di grazia e di beltà la prima loda,

8
Iulia Gonzaga, che dovunque il piede
volge, e dovunque i sereni occhi gira,
non pur ogn’altra di beltà le cede,
ma, come scesa dal ciel dea, l’ammira.
La cognata è con lei, che di sua fede
non mosse mai, perché l’avesse in ira
Fortuna che le fe’ lungo contrasto.
Ecco Anna d’Aragon, luce del Vasto;

9
Anna, bella, gentil, cortese e saggia,
di castità, di fede e d’amor tempio.
La sorella è con lei, ch’ove ne irraggia
l’alta beltà, ne pate ogn’altra scempio.
Ecco chi tolto ha da la scura spiaggia
di Stige, e fa con non più visto esempio,
mal grado de le Parche e de la Morte,
splender nel ciel l’invitto suo consorte.

10
Le Ferrarese mie qui sono, e quelle
de la corte d’Urbino; e riconosco
quelle di Mantua, e quante donne belle
ha Lombardia, quante il paese tosco.
Il cavallier che tra lor viene, e ch’elle
onoran sì, s’io non ho l’occhio losco,
da la luce offuscato de’ bei volti,
è ‘l gran lume aretin, l’Unico Accolti.

11
Benedetto, il nipote, ecco là veggio,
c’ha purpureo il capel, purpureo il manto,
col cardinal di Mantua e col Campeggio,
gloria e splendor del consistorio santo:
e ciascun d’essi noto (o ch’io vaneggio)
al viso e ai gesti rallegrarsi tanto
del mio ritorno, che non facil parmi
ch’io possa mai di tanto obligo trarmi.

12
Con lor Lattanzio e Claudio Tolomei,
e Paulo Pansa e ‘l Dresino e Latino
Iuvenal parmi, e i Capilupi miei,
e ‘l Sasso e ‘l Molza e Florian Montino;
e quel che per guidarci ai rivi ascrei
mostra piano e più breve altro camino,
Iulio Camillo; e par ch’anco io ci scerna,
Marco Antonio Flaminio, il Sanga, il Berna.

13
Ecco Alessandro, il mio signor, Farnese:
oh dotta compagnia che seco mena!
Fedro, Capella, Porzio, il bolognese
Filippo, il Volterano, il Madalena,
Blosio, Pierio, il Vida cremonese,
d’alta facondia inessicabil vena,
e Lascari e Mussuro e Navagero,
e Andrea Marone e ‘l monaco Severo.

14
Ecco altri duo Alessandri in quel drappello,
dagli Orologi l’un, l’altro il Guarino.
Ecco Mario d’Olvito, ecco il flagello
de’ principi, il divin Pietro Aretino.
Duo Ieronimi veggo, l’uno è quello
di Veritade, e l’altro il Cittadino.
Veggo il Mainardo, veggo il Leoniceno,
il Pannizzato, e Celio e il Teocreno.

15
Là Bernardo Capel, là veggo Pietro
Bembo, che ‘l puro e dolce idioma nostro,
levato fuor del volgare uso tetro,
quale esser dee, ci ha col suo esempio mostro.
Guasparro Obizi è quel che gli vien dietro,
ch’ammira e osserva il sì ben speso inchiostro.
Io veggo il Fracastorio, il Bevazano,
Trifon Gabriele, e il Tasso più lontano.

16
Veggo Nicolò Tiepoli, e con esso
Nicolò Amanio in me affissar le ciglia;
Anton Fulgoso ch’a vedermi appresso
al lito mostra gaudio e maraviglia.
Il mio Valerio è quel che là s’è messo
fuor de le donne; e forse si consiglia
col Barignan c’ha seco, come, offeso
sempre da lor, non ne sia sempre acceso.

17
Veggo sublimi e soprumani ingegni
di sangue e d’amor giunti, il Pico e il Pio.
Colui che con lor viene, e da’ più degni
ha tanto onor, mai più non conobbi io;
ma, se me ne fur dati veri segni,
è l’uom che di veder tanto desio,
Iacobo Sanazar, ch’alle Camene
lasciar fa i monti ed abitar l’arene.

18
Ecco il dotto, il fedele, il diligente
secretario Pistofilo, ch’insieme
con gli Acciaiuoli e con l’Angiar mio sente
piacer, che più del mar per me non teme.
Annibal Malaguzzo, il mio parente,
veggo con l’Adoardo, che gran speme
mi dà, ch’ancor del mio nativo nido
udir farà da Calpe agli Indi il grido.

19
Fa Vittor Fausto, fa il Tancredi festa
di rivedermi, e la fanno altri cento.
Veggo le donne e gli uomini di questa
mia ritornata ognun parer contento.
Dunque, a finir la breve via che resta,
non sia più indugio, or ch’ho propizio il vento;
e torniamo a Melissa, e con che aita
salvò, diciamo, al buon Ruggier la vita…

 

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