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Cosa sono i bot

Le cose da sapere per chi ne sente parlare da tutte le parti – Facebook, Skype, Telegram, etc – ma non ha capito di preciso a cosa servano

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La settimana scorsa Mark Zuckerberg ha annunciato l’arrivo dei “bot” su Messenger, e probabilmente molti si sono chiesti: cosa diavolo è un bot? I bot di Messenger saranno programmi scritti per imitare il nostro modo di conversare e offrire notizie, informazioni sul meteo o assistenza per acquistare prodotti online. Facebook non è la prima società a investire sui bot come nuova forma di comunicazione e interazione con i computer, ma può contare su oltre 900 milioni di persone che utilizzano Messenger, una base enorme per sperimentare le funzionalità di questi nuovi software. I bot esistono da tempo – qualcuno ricorderà Clippy, la graffetta petulante di Microsoft Office: era un bot – e finora non hanno avuto molta fortuna, ma secondo analisti e osservatori potrebbero essere l’evoluzione più interessante per i sistemi operativi e le app di smartphone e tablet.

Da dove arrivano i bot
Con la parola “bot”, abbreviazione di “robot”, in informatica si intende un programma che ha accesso agli stessi sistemi di comunicazione e interazione con le macchine usate dagli esseri umani. La definizione è generica perché nella pratica i bot possono essere e fare qualsiasi cosa, da rispondere ai messaggi in modo automatico a creare reti sfruttate dagli hacker per compromettere siti o intrufolarsi in altri computer (in questo caso si parla di botnet).

Anche se è complessa e molto sfumata, la storia dei bot ha un inizio che viene fatto coincidere di solito con gli anni Cinquanta, quando l’informatico britannico Alan Turing teorizzò un test per capire se una macchina fosse effettivamente in grado di imitare il comportamento umano: analizzando una conversazione tra un individuo e un computer, una persona esterna deve stabilire chi sia chi. Se la serie di scambi è tale da rendere impossibile una risposta, si stabilisce che la macchina ha superato il test di Turing.

Il primo bot ad avvicinarsi al superamento della prova teorizzata da Turing fu ELIZA nel 1966, un programma che fingeva di essere uno psicoterapista e che regolava le sue risposte in base alle cose scritte dal suo interlocutore. In pratica iniziava la conversazione chiedendo quale fosse il problema della persona, analizzava la risposta alla ricerca di una serie di parole chiave e, sulla base di queste, dava una risposta. ELIZA era quindi capace di creare conversazioni verosimili in un ambito piuttosto ristretto, cosa che comunque fu sufficiente per superare il test.

Bot e intelligenza artificiale
Il concetto di intelligenza artificiale ha molte cose in comune con i bot, ma non necessariamente un bot deve essere intelligente e in grado di rispondere a tutto come faceva il computer di Star Trek. Un bot può essere creato allo scopo di fare una sola cosa benissimo e di essere completamente inutile per tutto il resto: le sue capacità di intelligenza artificiale vengono cioè limitate a un solo ambito, cercando di farlo rendere al meglio. Google, per esempio, usa incessantemente dei bot per raccogliere quante più informazioni possibili su qualsiasi pagina online, compresa quella che state leggendo, in modo da poterla inserire nei suoi indici e di offrirla come risposta nelle pagine dei risultati quando qualcuno cerca “cosa sono i bot?”.

I bot annunciati da Zuckerberg, e di cui si parla di più oggi, sono quelli che permettono di interagire in modo colloquiale con un servizio, ottenendo informazioni di vario tipo e più o meno come faceva ELIZA, ma con funzionalità più evolute. Bot di questo tipo furono sperimentati già alla fine degli anni Novanta da diversi sistemi di chat come Instant Messenger di AOL negli Stati Uniti e Windows Messenger di Microsoft. Davano informazioni sulle notizie, sugli orari del cinema e sul meteo, cose che oggi chiediamo agli assistenti personali come Siri su iPhone o a Google, ricevendo direttamente una risposta nella pagina dei risultati prima della classica lista di link. I programmi per le chat dei primi tempi di Internet sparirono con l’emergere dei social network e in seguito delle app, mettendo fuori circolazione per quasi un decennio i bot.

Il ritorno dei bot
I progressi nei sistemi di intelligenza artificiale e soprattutto la grandissima diffusione delle applicazioni per scambiarsi messaggi, come Messenger e WhatsApp, ha reso nuovamente attuali i bot come soluzioni per superare alcuni svantaggi legati a come funziona il sistema dei dispositivi mobili e delle applicazioni oggi. Fatta eccezione per i giochi, per i produttori è molto difficile convincere gli utenti a utilizzare le loro app. Secondo ComScore, in media l’80 per cento del tempo trascorso su uno smartphone è impiegato nell’utilizzo di tre sole applicazioni, più o meno sempre le stesse e con percentuali di abbandono molto grandi per il resto delle app. La maggior parte degli utenti passa il suo tempo dentro app di proprietà di Facebook e di Google, che sono del resto i produttori di 8 delle 10 applicazioni più usate. Tutti gli altri fanno una gran fatica per farsi notare e per indurre le persone a scaricare le loro applicazioni, e devono fare i conti con la concorrenza molto agguerrita in una giungla che conta circa 1,5 milioni di diverse app.

I bot su dispositivi mobili, utilizzati all’interno di applicazioni già esistenti e di successo come Messenger, sono visti da molti come la soluzione del problema e Facebook è tra i principali promotori di questo modello. L’idea è che marchi di vario tipo, da quelli attivi nell’ecommerce ai giornali, lascino da parte le loro app e creino bot all’interno delle applicazioni per scambiarsi messaggi, rendendo diretto e personale il loro rapporto con l’utente. In questo modo è possibile sfruttare un’applicazione già conosciuta e molto usata, spostando la concorrenza esclusivamente sui contenuti e non sulla forma in cui sono presentati, cioè la tradizionale app che in pochi erano interessati a scaricare.

Secondo i più ottimisti, i messaggi istantanei da parte dei bot potrebbero cambiare almeno in parte l’attuale mercato delle applicazioni, offrendo nuove e insolite opportunità ai produttori di contenuti e a chi vende cose online. Una successiva evoluzione potrebbe essere legata alla creazione di nuovi modi per fare pubblicità, personalizzata e calibrata sugli interessi di un unico cliente, sulle base delle cose che i bot hanno imparato nel tempo dai loro interlocutori.

L’invasione dei bot
Tra i primi a sperimentare le potenzialità dell’attuale ritorno dei bot ci sono stati quelli di Slack, un programma simile a Skype che viene utilizzato per coordinare le attività di lavoro tra gruppi di persone. Di base Slack è una chat con la possibilità di inviarsi messaggi diretti o di gruppo, ma da qualche tempo ospita numerosi bot che possono essere aggiunti per automatizzare i flussi di lavoro o per ottenere informazioni. Slackbot, per esempio, si presenta ai nuovi arrivati e in modo amichevole chiede informazioni come nome e fotografia per impostare più facilmente il proprio profilo sul servizio, senza dovere compilare i classici form. Il bot può essere inoltre programmato, molto facilmente, per rispondere a domande di vario tipo, come farsi ricordare la password di accesso a uno dei siti utilizzati dal proprio gruppo di lavoro. Esistono altre centinaia di bot, sviluppati all’esterno e compatibili con Slack, per fare di tutto: da ricevere direttamente in chat le statistiche sull’andamento del proprio sito a lanciare un rapido questionario per decidere che cosa fare a pranzo coi colleghi, passando per i bot che sincronizzano i calendari dei partecipanti e ricordano gli impegni futuri.

La presenza di questo tipo di automatismi e la possibilità di crearne di nuovi hanno contribuito al successo di Slack, che conta un crescente numero di iscritti e che raccoglie decine di milioni di dollari nei giri di finanziamenti delle startup. Il suo successo è stato tale da indurre Microsoft ad accelerare i nuovi sviluppi del suo Skype, sul quale da pochi giorni sono stati introdotti i bot più o meno con caratteristiche simili a quelli della concorrenza. Slack è ancora piccolo, ma sta crescendo in fretta e farà sempre più concorrenza a Skype: per esempio ha nei piani il lancio di una nuova funzione per fare telefonate e videochiamate direttamente dalle sue app per computer e dispositivi mobili.

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Telegram è stata tra le prime applicazioni di messaggistica ad aggiungere i bot, ottenendo risultati più o meno incoraggianti. Per incentivare gli sviluppatori a creare interlocutori automatici più efficienti per i suoi iscritti, il 18 aprile i responsabili dell’app hanno annunciato che daranno 1 milione di dollari a chi realizzerà bot migliori e innovativi: ogni sviluppatore premiato riceverà al massimo 25mila dollari. In questo modo Telegram spera di ottenere bot migliori della concorrenza, a partire da Facebook che ha già svelato i suoi piani molto ambiziosi per Messenger e che probabilmente porterà sulla stessa strada anche il suo WhatsApp in futuro.

Come se la cavano i bot
Complici gli annunci di Facebook, intorno ai bot si sono create grandi aspettative da parte degli utenti, disattese dalla loro resa effettiva. David Marcus, il responsabile dello sviluppo di Messenger, ha ammesso che i nuovi bot non funzionano sempre benissimo e che ci sono ampie possibilità di miglioramento, ma ha anche ricordato che è una tecnologia ai primi passi e che deve essere rodata. Il problema deriva dal fatto che ogni azienda crea i propri bot, seguendo alcune linee guida imposte da Facebook, quindi a seconda degli sviluppatori il risultato finale può essere buono o piuttosto scadente, come del resto avviene già da anni sul mercato delle applicazioni. I bot per fare acquisti, per esempio di vestiti, sono stati criticati per essere macchinosi e poco intuitivi, altri per ottenere notizie hanno ricevuto critiche più positive.

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Per avviare un bot su Messenger è sufficiente cliccare su un link come questo m.me/wsj, oppure trovarli direttamente all’interno dell’applicazione attraverso la ricerca dei contatti. Ogni bot si comporta in modo diverso, ma di base quasi tutti esordiscono con un saluto amichevole e una lista delle cose che si possono fare, oppure danno suggerimenti su come essere usati man mano che si conversa con loro. Quello del Wall Street Journal è tra i migliori disponibili per avere notizie: gli si può dire di inviare un messaggio quando esce un nuovo articolo di particolare rilievo, oppure tutte le volte che escono pezzi su una determinata azienda, gli si possono chiedere le quotazioni di borsa e si può attivare un’opzione per ottenere le breaking news, sempre tramite messaggi su Messenger. Il bot funziona bene, ma a volte si fa prendere la mano e invia troppi articoli, ma gli si può anche dire di smettere e stare zitto.

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Un altro bot di cui si è parlato molto, anche perché è stato mostrato sul palco della presentazione con Zuckerberg organizzata da Facebook a San Francisco, si chiama Hi Poncho e serve per ottenere informazioni sul meteo. Al primo utilizzo chiede dove ci si trova, se l’impostazione del GPS è stata disattivata sul proprio dispositivo, e dà di conseguenza le previsioni per la giornata: per chi si trova negli Stati Uniti sono più dettagliate, per il resto del mondo meno. Il problema è che Hi Poncho non capisce praticamente nient’altro ed è ad anni luce dal superare il test di Turing; se gli dici “I’m in Los Angeles, what’s the weather like?” (funziona solo in inglese per ora), ti risponde dandoti comunque le previsioni del posto in cui ti trovavi la prima volta in cui l’hai impostato; se provi a proseguire il discorso, non riesce a collegare le tue frasi precedenti all’ultima scritta, rendendo l’esperienza piuttosto frustrante. In compenso incassa bene gli insulti.

Futuro incerto
I bot per le app di messaggistica sono considerate dagli osservatori più entusiasti come il futuro dell’interazione tra noi e gli smartphone, ma secondo gli scettici potrebbero essere l’ennesima bolla tecnologica che non andrà molto lontano. Il problema, dicono, è che senza una buona intelligenza artificiale alle loro spalle, i bot continueranno a sembrare stupidi e programmati per funzionare all’interno di percorsi prestabiliti e molto rigidi, che rendono le conversazioni artificiali e poco coinvolgenti. Il rischio è che gli utenti vedano come sono fatti ora i bot e si convincano che non siano niente di che, bollando come inutile una tecnologia che tra qualche anno potrebbe invece essere rivoluzionaria.

Quelli di Facebook sono consapevoli del problema e hanno in più occasioni spiegato che i nuovo bot sono sperimentali, ma soprattutto che sono solo un pezzo di un piano molto più grande e ambizioso. Da qualche anno quelli di Messenger stanno lavorando a M, un assistente personale simile a Siri di Apple o a Google Now, che darà informazioni di ogni tipo da quelle sul traffico, alle notizie sulla guerra in Siria passando per lo stato degli ultimi ordini effettuati su Amazon. Facebook vuole fare in modo che M sia il bot più intelligente di tutti, basandolo sui suoi ultimi progressi in termini di intelligenza artificiale. M è già disponibile per un ridotto numeri di iscritti a Facebook, che lo stanno sperimentando da mesi tutto sommato con soddisfazione, nonostante sia ancora distante dall’essere perfetto: le richieste più complicate sono gestite in remoto da persone in carne e ossa, che dopo avere risposto insegnano a M come comportarsi automaticamente con quel tipo di richieste se mai dovessero essere nuovamente formulate. Nel complesso è un bot più umano di Siri o Cortana di Microsoft, ma non è ancora intelligente come Pensiero Profondo. 42.

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