(ANSA/UFFICIO STAMPA GREEN PEACE)
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  • martedì 12 aprile 2016

Il referendum “sulle trivelle” è sulle trivelle?

Se con "trivelle" intendiamo la possibilità di fare nuove perforazioni, la risposta è no: ma è una faccenda complicata

(ANSA/UFFICIO STAMPA GREEN PEACE)

Il referendum di domenica 17 aprile è stato chiamato “sulle trivelle” oppure referendum “no-triv”, che sta per “no alle trivelle”. Il referendum non riguarda la possibilità di fare nuove trivellazioni marine, che al momento in Italia sono permesse quasi esclusivamente oltre le 12 miglia marine e sono regolate in maniera simile ad altri paesi europei. Il referendum riguarda invece un aspetto tecnico di una legge che se cambiata non avrà un impatto particolarmente significativo sulle politiche energetiche nazionali. Gli italiani dovranno decidere se le piattaforme che si trovano entro 12 miglia dalla costa possono o meno continuare a estrarre idrocarburi fino a che i giacimenti saranno attivi, o se dovranno chiudere quando scadranno le loro concessioni (cioè entro i prossimi vent’anni).

Anche se nelle ultime settimane il referendum ha assunto una rilevanza più ampia rispetto al quesito, assumendo un più generico messaggio politico ambientalista o di opposizione al governo, i sostenitori del no e del sì si sono spesso scontrati, anche sui social network, sugli aspetti tecnici e a volte piuttosto cavillosi posti dal quesito. La questione principale è se le “trivelle” c’entrino davvero qualcosa con il quesito su cui gli italiani si esprimeranno il prossimo 17 aprile.

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No, non direttamente
Gli esperti sottolineano che “trivellare” è un termine sbagliato: è più appropriato parlare di “perforazioni”. Si “perfora” per creare un pozzo da cui estrarre gli idrocarburi (petrolio o gas, nella gran parte dei casi). Il procedimento viene compiuto in genere subito dopo la costruzione della piattaforma. Ogni singolo pozzo si scava una volta soltanto: terminata la perforazione il pozzo non viene “scavato” ulteriormente, come a volte si è sentito in queste settimane: «Una volta che il pozzo ha raggiunto il suo obiettivo, la perforazione termina. Successivamente il pozzo viene completato e messo in erogazione», spiega Giovanni Capponi, professore di geologia dell’Università di Genova. «Quello che può avvenire successivamente sono piccole perforazioni secondarie, per esempio quelle per lo scarico delle acque», aggiunge Nicolò Sartori, esperto di energia dell’Istituto Affari Internazionali.

In Italia ci sono centinaia di questi pozzi e decine di piattaforme ancora operative (ogni piattaforma, infatti, può estrarre da più di un pozzo). Nel dibattito di questi giorni, “trivella” è spesso divenuto sinonimo di “piattaforma”, ma si tratta di due cose ben distinte e “trivella” è un termine impreciso e sbagliato, soprattutto se usato per descrivere le piattaforme di estrazione, per le quali l’attività di perforazione è soltanto una componente iniziale e limitata della loro attività.

Il referendum riguarderà 48 piattaforme eroganti che si trovano entro il limite di 12 miglia dalla costa: eroganti significa che estraggono idrocarburi. Ci sono altre 48 piattaforme che hanno ruoli di supporto alla produzione. Queste 48 piattaforme si trovano all’interno di 44 concessioni, vaste aree di mare nelle quali un’impresa o un consorzio di imprese ha acquistato il diritto a cercare ed estrarre idrocarburi.

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Siamo sicuri che entro le 12 miglia non si può più “perforare”?
Non si può, anche se c’è un’eccezione. L’attuale normativa, modificata più volte nel corso degli ultimi anni, stabilisce il divieto entro le 12 miglia di tutte le «attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi», fatti salvi «i titoli abilitativi già rilasciati», cioè le perforazioni già autorizzate. In altre parole: può perforare entro le 12 miglia soltanto chi ha chiesto di poterlo fare prima dell’entrata in vigore delle leggi che in varie fasi hanno vietato lo sfruttamento degli idrocarburi entro le 12 miglia.

Come spiega Gilberto Bonaga, ricercatore di geologia all’Università di Bologna: «Quando si fa richiesta di una concessione bisogna specificare quali e quanti pozzi si intendono perforare. È possibile richiedere una variante anche dopo l’autorizzazione della concessione, ma visto che ora le perforazioni entro le 12 miglia sono state vietate, non è più possibile fare nuove richieste». Al momento risulta un unico caso di autorizzazione a effettuare nuove perforazioni entro le 12 miglia: quello della piattaforma Vega B, a largo della Sicilia, che prima dell’entrata in vigore della legge ha ottenuto l’autorizzazione a perforare 12 nuovi pozzi.

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Col referendum cambierebbe qualcosa?
Per quanto riguarda le nuove perforazioni entro le 12 miglia, probabilmente no. Il quesito referendario si propone infatti di eliminare una frase specifica all’interno di un articolo di legge: “Per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”, cioè la parte dell’articolo che consente ai concessionari di sfruttare le piattaforme estrattive fino all’esaurimento del giacimento. Il referendum quindi non tocca la complicata materia che abbiamo visto sopra, cioè il fatto che alcune società hanno fatto richiesta di poter effettuare nuove perforazioni prima dell’entrata in vigore della legge che le vietava entro le 12 miglia. In altre parole, molto probabilmente i pozzi di Vega B potranno essere perforati indipendentemente dall’esito del referendum. La proroga all’attività è stata concessa nel 2012 per 10 anni, quindi anche in caso di vittoria del “sì” la piattaforma potrebbe continuare a estrarre fino al 2022 (sempre che la società non decida di rinunciare alla costruzione).

Secondo Enzo Di Salvatore, professore associato di diritto costituzionale all’Università degli Studi di Teramo e uno dei promotori del referendum, esiste però la possibilità che Vega B venga bloccata in caso di vittoria del sì «in quanto il quesito originariamente proposto dalle regioni aveva ad oggetto anche l’abrogazione della norma sui “procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi” e sulla “esecuzione” delle attività relative». In altre parole – secondo Di Salvatore – anche se il quesito non riguarda direttamente le norme che regolano la possibilità di costruire la nuova piattaforma, lo “spirito” del referendum per come era stato inizialmente proposto (qui trovate tutta la lunga e travagliata storia di questa consultazione) potrebbe portare al blocco di Vega B; ma ci sarebbero probabilmente contestazioni e ricorsi, perché il quesito chiede un’altra cosa e su quella si esprimeranno gli elettori, dei quali è impossibile indagare “lo spirito”.

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