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  • lunedì 11 aprile 2016

Com’è iniziato il caso Panama Papers

di Paul Farhi − The Washington Post

Con una domanda semplice a cui è seguito un anno di lavoro di giornalisti di 70 paesi, di solito in concorrenza tra loro, nella massima segretezza

I giornalisti Bastian Obermayer e Frederik Obermaier.

Tutto è iniziato con un messaggio, ovviamente anonimo: «Salve, mi chiamo John Doe (il nome che in inglese usa di solito chi vuole restare anonimo, ndt). Le potrebbero interessare alcuni dati?». Il destinatario, il giornalista tedesco della Süddeutsche Zeitung Bastian Obermayer, disse subito di sì, dando il via a una vicenda che ha dell’incredibile. La fonte iniziò a inviare a Obermayer dei file che contenevano 11,5 milioni di documenti, cioè i 40 anni di registri digitalizzati di Mossack Fonseca, una società di Panama che si occupa di creare e gestire società in “paradisi fiscali” per i suoi ricchi clienti. I dati inviati a Obermayer e al suo collega Frederik Obermaier nel 2014 hanno portato allo sviluppo di un progetto di collaborazione tra giornalisti di tutto il mondo che non ha precedenti.

Il progetto ha raggiunto il culmine domenica 3 aprile, quando decine di giornali in tutto il mondo hanno iniziato a pubblicare simultaneamente i loro articoli sui cosiddetti “Panama Papers”. I documenti rivelano come leader internazionali, celebrità e altre persone ancora abbiano sfruttato società off shore per non rendere pubblici i loro patrimoni e, in alcuni casi, forse per evadere il fisco o nascondere attività illegali. Le rivelazioni, che potrebbero andare avanti per anni, hanno già messo in crisi il primo ministro islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson; tra le migliaia di persone citate nei Panama Papers ci sono anche il presidente ucraino Petro Poroshenko, il re Salman dell’Arabia Saudita, familiari del presidente cinese Xi Jinping, persone vicine al presidente russo Vladimir Putin, il padre deceduto del primo ministro britannico David Cameron, Ian Donald Cameron, e il calciatore Lionel Messi. La diffusione dei Panama Papers ha spinto il presidente americano Barack Obama, tra gli altri, a invocare una riforma fiscale internazionale.

A distanza di oltre un anno dal primo contatto, il 38enne Obermayer e il suo collega Obermaier, 32 anni, non hanno ancora idea di chi sia la loro fonte (potrebbero anche essere più persone) o del perché si sia rivolta a loro. Per proteggere l’identità e la sicurezza della loro fonte i due giornalisti non raccontano molto di quello che sanno. «Ovviamente non possiamo dire niente riguardo al periodo in cui abbiamo parlato con la nostra fonte, né se siamo ancora in contatto», ha raccontato Obermayer mercoledì 6 aprile al Washington Post, «ma abbiamo comunicato molto e in modi diversi, sempre criptati. Ci sono stati giorni in cui ho parlato più con la nostra fonte che con mia moglie. Avevamo molte cose da dirci». Tra le poche cose che sanno sul suo conto, c’è il motivo per cui la loro fonte ha deciso di diffondere i documenti di Mossack Fonseca. Obermayer ha riportato le sue parole in questo modo: «Voglio che raccontiate quello che c’è nei documenti e rendiate pubblici questi reati». Stando ai giornalisti la fonte non ha mai chiesto di essere pagata.

Vista la mole imponente dei documenti di Mossack Fonseca (per raccogliere 11,5 milioni di pagine ci vorrebbero 38mila libri di medie dimensioni) i giornalisti tedeschi decisero di chiedere aiuto all‘International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ). L’ICIJ − un’unita composta da 11 persone, con sede a Washington, che fa parte della no-profit Center for Public Integrity − in passato aveva già lavorato a progetti internazionali con giornali tedeschi e altre società di news. L’anno scorso l’ICIJ aveva coordinato giornalisti di 45 paesi diversi per analizzare dei file trapelati da una banca privata svizzera, che aveva occultato centinaia di milioni di dollari dalle autorità fiscali. I progetto, ribattezzato “Swiss Leaks“, è arrivato qualche mese dopo un’altra indagine dell’ICIJ, che riguardava delle rivelazioni su alcuni accordi fiscali segreti tra centinaia di aziende internazionali e autorità in Lussemburgo.

I Panama Papers, però, coinvolgono migliaia di persone e di società in tutto il mondo e rappresentano una sfida molto più grande. L’ICIJ, lavorando in modo graduale di regione in regione, è riuscito a mettere insieme una squadra di 370 giornalisti da un centinaio di società editoriali in 70 paesi, hanno raccontato Michael Hudson e Marina Walker, rispettivamente senior editor e project manager di ICIJ. Per gli Stati Uniti sono stati coinvolti il McClatchy Newspapers e Fusion, che comprende un sito d’informazione e una rete televisiva via cavo, mentre per l’Italia ha partecipato l’Espresso; il Washington Post invece aveva collaborato con ICIJ nel 2013, nell’ambito di un’indagine sui “paradisi fiscali”. L’obiettivo di ICIJ era trovare giornalisti locali che conoscessero il territorio. «Invece di precipitarci a pubblicare, abbiamo deciso di affidarci ai giornalisti sul posto», ha raccontato Hudson. «Molte delle storie più importanti oggi sono troppo complesse e globali per i giornalisti che vogliono lavorare da soli come si faceva un tempo».

L’iniziativa, conosciuta a livello internazionale come “progetto Prometeo”, ha portato a un’insolita collaborazione tra società di news che normalmente sarebbero concorrenti. I “soci” del progetto hanno dovuto accettare di condividere le informazioni rilevanti che avrebbero raccolto con tutto il gruppo, e di non diffondere niente prima della pubblicazione di massa di domenica scorsa. Questi dettagli sono stati concordati l’anno scorso durante una serie di incontri a Washington, Monaco di Baviera e Johannesburg. Il rischio di violazioni alla sicurezza dei dati ha fatto sì che i giornalisti non potessero parlare del progetto per mesi. Le misure di sicurezza digitali sono efficaci, ma «a volte l’anello debole è l’essere umano», ha detto Walker. «Abbiamo detto ai nostri collaboratori di non lasciare il computer aperto, di non usare il wi-fi dei bar e di avvisarci nel caso avessero perso il telefono». Le precauzioni sembrano aver funzionato. I primi accenni sul progetto sono arrivati soltanto la settimana scorsa quando dei funzionari russi, contattati dai giornalisti per un commento, hanno parlato pubblicamente delle domande dei giornalisti accusando l’ICIJ di essere al servizio del governo americano. La morale potrebbe essere che l’unione fa la forza. Come ha detto Obermaier: «Per i giornalisti è sempre meglio lavorare in grandi gruppi che da soli».

© 2016 − The Washington Post

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