L’uomo che ha inventato i libri piccoli

di Giacomo Papi – @giacomopapi

Nacquero a Venezia, nel Cinquecento, già perfetti, e da allora non cambiarono mai, come racconta una mostra su Aldo Manuzio

Tiziano, Ritratto di Jacopo Sannazaro

Alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, fino al 19 giugno, c’è una bella mostra su Aldo Manuzio, che morì cinquecento e uno anni fa, dopo avere inventato i libri, dandogli la forma che hanno ancora. Johannes Gutenberg era l’ingegnere che inventò la macchina, ma fu Aldo Manuzio a immaginare l’oggetto, a intuirne la bellezza e il potenziale, a capire che potevano esistere lettori e non soltanto studiosi, a curarne la gabbia grafica, la leggibilità tipografica, il contenuto e la sintassi interna, fino a fare diventare il libro un oggetto prezioso. Per questo, sui suoi libri c’era un cartiglio anti pirateria – un’àncora con un delfino – che non impedì però il proliferare di edizioni tarocche. Esistono cose che nascono contemporanee, perfette, scarsamente migliorabili, oggetti che in pochi anni, dopo una messa a punto di qualche decennio, si stabilizzano in una forma che resiste al tempo. Gli ombrelli, le biciclette, i cavatappi, gli orologi e i libri, appunto.

Una delle cose migliori della mostra – un po’ cara, peraltro: 15 euro il biglietto, 12 il ridotto – è che non è spettacolare. I curatori non hanno cercato effetti speciali, animazioni, pannelli interattivi. Si vedono libri, in fondo, quasi solo libri. Solo che i libri in mostra sono vecchi di cinquecento anni, ma sono uguali a quelli di oggi, appena più belli, la carta è più spessa, l’inchiostro più nero, o più rosso o più blu, ogni pagina ha ancora addosso la traccia di un lavoro umano che la rivoluzione industriale avrebbe nascosto, nel suo furioso bisogno di ridurre al minimo gli errori e di giungere al massimo risultato riproducibile in eterno con la minima spesa. Oltre ai libri, intorno a cui ruota tutto, ci sono anche alcuni capolavori della pittura.

C’è la famosa Tempesta di Giorgione, per esempio.

Manuzio

(Perché insieme ai libri, in quegli anni, fu inventato il paesaggio, e può essere che le due invenzioni siano legate).

C’è la strabiliante mappa di Venezia dall’alto incisa da Jacopo de’ Barbari, dove si vedono tutte le case, le chiese, i campi e i campanili che ci sono ancora oggi, ma dall’alto, “a volo d’uccello”, come se de’ Barbari li avesse dipinti da un aereo o da una mongolfiera, ma nel Cinquecento non esistevano aeroplani e mongolfiere, e però si potevano immaginare lo stesso le città viste dal cielo, e anche senza persone, arrampicandosi in cima ai campanili e alle torri e proiettando prospetticamente la propria visione più in alto.

Manuzio
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Ma sono i libri, la carta, l’inchiostro, i caratteri tipografici, perfino gli apostrofi, le virgole e i punti e virgola – nella loro ovvietà – a sbalordire e a scavalcare i secoli, mostrando che il fermento di eventi provocato dall’invenzione dei caratteri mobili a Venezia e in Europa – gli studiosi che si spostavano portando con sé le lingue che conoscevano e i libri che possedevano o avevano letto, e quelli nuovi che venivano scritti e studiati – assomigliava moltissimo a quello che è accaduto a noi negli ultimi trent’anni con Internet, con la differenza – abbastanza sostanziale – che a quel tempo la pubblicità non esisteva, e che il pubblico doveva ancora formarsi. Il libro è un nuovo animale, potente e perfetto, che apparve nel Cinquecento per cambiare per sempre il modo in cui gli uomini imparano, insegnano, tramandano e si emozionano. Per capire la grandezza delle intuizioni di Manuzio, non è necessario che i libri si amino e neppure che si leggano – come non è necessario usare gli ombrelli quando piove o le biciclette per spostarsi per capire che funzionano. La forma di una nuova tecnologia è fondamentale per determinare l’uso che se ne farà e il suo successo. Se Manuzio non avesse avuto il colpo di genio di pubblicare libri piccoli – le cosiddetti “aldine” – che si potevano trasportare, tenere in mano, leggere ovunque, perfino a letto, probabilmente la lettura sarebbe rimasta una cosa per studiosi, e difficilmente sarebbe nata una forma narrativa come il romanzo che richiede, per costituzione, un rapporto intimo e silenzioso, e un tempo disteso, tra il testo e chi lo sta leggendo.

La vita di Aldo Manuzio non è granché interessante, ma le vite degli editori mancano quasi sempre di azione. Manuzio non era veneziano, ma di Bassiano, un paese vicino a Sermoneta, nel Lazio. Visse 66 anni, dal 1449 al 1515. Fece studi umanistici, poi si mise a fare il maestro. Nel 1480 è a Carpi come istitutore dei principini Alberto e Lionello Pio, probabilmente raccomandato da Giovanni Pico della Mirandola – da cui Pico de Paperis – che lo aveva conosciuto a Ferrara. A Venezia – che allora aveva 150 mila abitanti, tre volte di più di quelli di oggi, esclusi i turisti – Manuzio arriva a quarant’anni, intorno 1490. Non si sa che cosa lo condusse in città, e nessun documento suggerisce che avesse intenzione di fare libri. Ma si sa che quando ci si mise aveva una sola idea chiara, che i libri stampati potessero e dovessero essere più belli e curati. La sua prima stamperia è del 1494, due anni dopo l’arrivo di Colombo in America, evento che nel corso di un secolo avrebbe strappato a Venezia il centro del mondo e degli scambi. Di quel dominio almeno fino all’arrivo del digitale, la traccia più duratura e potente è stata appunto la centralità culturale del libro.

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Bernardino Loschi, Aldo Manuzio a destra con il principe di Carpi Alberto III Pio, Palazzo del Pio, Carpi, circa 1510

L’idea iniziale di Manuzio era diversa da come si sarebbe sviluppata. Accade sempre così con le cose nuove. La sua intuizione era che a Venezia ci fosse un’opportunità. Ed era vero. Ma l’opportunità che lui vedeva era sensibilmente diversa da quella che avrebbe colto davvero. Nel 1453 gli Ottomani avevano conquistato Costantinopoli – era la fine dell’Impero romano d’Oriente, quella data che ogni volta che uno la legge pensa: ma, dài, mi dimentico sempre che l’impero romano è durato così tanto – provocando la diaspora di migliaia di eruditi e studiosi bizantini, quindi di lingua greca, la maggior parte dei quali si fermarono a Venezia. Intorno al 1500 a Venezia vivevano circa 5 mila dotti di lingua greca fuggiti da Costantinopoli. Manuzio pensò che era il luogo giusto per iniziare quella sistematica scoperta e riscoperta dei classici greci che costituiva il programma culturale del Rinascimento italiano. Il primo libro che pubblicò, nel 1495, fu la grammatica greca Erotemata di Costantino Lascaris. Ma come tutti i veri visionari immaginò di pubblicare tutto: tutte le opere di Aristotele, tutte le commedie di Aristofane, tutti i poemi di Teocrito ed Esiodo, tutte le orazioni di Demostene, tutti i libri storici di Plutarco e Senofonte. Spesso i suoi libri avevano il testo a fronte, e nella mostra si vede la cura impressionante con cui i testi venivano impaginati e mandati a capo in modo che le due lingue non si disallineassero rendendo più difficile confrontarne la traduzione e la resa. L’idea iniziale di Manuzio era costruire libri – belli come non se ne erano mai visti prima – per mettere in contatto la cultura greca e quella cristiana. La sua opera – che si svolse nell’arco di una ventina d’anni – fu molto più grande. Non si limitò a riportare il passato al presente, ma intercettò proprio il presente, e interpretò il suo bisogno di una cultura nuova. Scrive Erasmo da Rotterdam che nel 1507 venne a Venezia proprio per incontrare Manuzio, attirato dalla qualità dei suoi libri: «Aldo ha intenzione di costruire una biblioteca la quale non abbia altro confine che il mondo stesso».

Come spesso accade, le strade non si trovano, ti accorgi che esistono solo quando ci sei arrivato sopra, per caso o fortuna. Oggi è di moda parlare di serendipity, anche se la parola fu usata per la prima volta nel 1754 da Horace Walpole nel libro The Three Princes of Serendip (Serendip era il nome di Ceylon, l’attuale Sri Lanka). La scoperta di questa nuova strada aveva molte ragioni contingenti. Forse fu perché i libri greci non si vendevano tanto, o forse fu per fare favori agli amici e coltivare pubbliche relazioni, ma già nel gennaio 1496 Manuzio pubblicò De Aetna di Pietro Bembo, un librino trascurabile dal punto di vista letterario, ma rivoluzionario sotto tutti gli altri. Era bellissimo, scritto in un carattere nuovo, chiarissimo, un carattere romano commissionato da Manuzio all’incisore bolognese Francesco Griffo, che è ancora – si potrebbe dire “alla lettera” – il carattere dei libri di oggi. Tutti i libri italiani, infatti, sono stampati in Garamond che fu disegnato in Francia nel Seicento, proprio come perfezionamento del carattere di Griffo.

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L’interno di “De Aetna” di Pietro Bembo, stampato nel 1496: per gabbia, carattere e proporzioni è praticamente uguale ai libri moderni.

Un’altra novità del De Aetna sono le virgole a uncino; negli anni successivi – per libri di Petrarca nel 1501 e Dante nel 1502 – Manuzio introdusse anche i punti e virgola, gli apostrofi e gli accenti: la punteggiatura non è una questione da niente. Nel 1500 nelle Epistole di santa Caterina da Siena sperimentò, anche, per la prima volta, il corsivo, che infatti in inglese si dice italic e che Manuzio commissionò per accrescere la leggibilità dei testi (e risparmiare carta, perché il corsivo ne occupa meno). Erano solo quattro parole – Jesu dolce Jesu amore – ma aprirono un’altra strada.

L’intuizione originaria, quella di puntare sui libri dei greci, arrancava. Evidentemente si trattava di un mercato saturo, che faticava a ingrandirsi perché pescava soltanto tra gli studiosi. Nel 1499 la produzione in greco finì e Manuzio puntò sui latini, e poi progressivamente sul volgare. Nel 1499 uscì Hypnerotomachia Poliphili, una specie di proto romanzo archeologico attribuito a Francesco Colonna, che è considerato un capolavoro editoriale, il libro più bello di sempre, dentro le cui pagine effettivamente strepitose nella mostra si può camminare. (Nella mostra si ipotizza che le 72 incisioni anonime dell’Hypnerotomachia siano del miniaturista padovano Benedetto Bordon).

Ma il vero colpo di genio di Manuzio fu di rimpicciolire i libri, di farli così piccoli che si potevano tenere in mano e portarseli in giro. Nel catalogo del 1503 sono definiti «libelli portatiles in formam enchiridii» («enrichirìdion» significa «che si tiene in mano»). Era un’invenzione tecnica – stampare in ottavo, cioè dividendo ogni foglio in otto fogli più piccoli – che comportava due vantaggi diversi e pazzeschi: risparmiare tantissima carta e consentire un nuovo tipo di lettura, soddisfacendo la domanda di un pubblico nuovo che esisteva già, ma nessuno aveva mai visto e che aveva bisogno di leggere in un modo diverso da come si era fatto fino ad allora. In una lettera al condottiero Bartolomeo d’Alviano, Manuzio spiega che i suoi libri  si potevano portare anche sui campi di battaglia. Il primo fu Virgilio nel 1502 – che fu anche il primo stampato unicamente in corsivo –, poi ci furono i latini – Persio, Giovenale, Marziale, Cicerone, Lucano, Ovidio, Catullo, Tibullo e Properzio – e gli italiani – Cose volgari di Francesco Petrarca 1501 e le Terze rime di Dante Alighieri, 1502. I bestseller – per esempio Catullo – potevano avere tirature superiori alle 3 mila copie.

Si legge sempre che le edizioni aldine hanno precorso i tascabili, come se i tascabili non siano la forma dei libri moderni. L’ottavo oggi è il formato, più o meno, di tutti i libri da leggere, anche di quelli non in edizione economica. La semplice intuizione di ridurre il formato aumentando la cura della qualità, di fatto, creò un oggetto nuovo. I librini di Manuzio costavano meno dei libri in folio, ma erano oggetti di lusso – nella mostra si ricorda di una d’Este che in una lettera si lamenta dei prezzi troppo alti – e oggetti in grado di conferire uno status ai loro padroni, esattamente come fanno gli iPhone oggi – nella mostra si vede una serie di ritratti di Tiziano, Lotto, Palma il Vecchio di gentiluomini e gentildonne con un aldino in mano.

L’invenzione di libri più piccoli incrociava, cioè, i bisogni della borghesia nascente, una classe sociale mai vista perché sapeva leggere e aveva tempo, ma non era fatta di studiosi, e quindi voleva leggere non solo per imparare, ma anche per rilassarsi o godersela. Non fu una questione di moda, ma di contenuto. La tecnologia trasforma la scrittura, incide su quello che si può raccontare, su come si può raccontarlo e sul modo di prestare attenzione. Per i libri Aldo Manuzio rappresenta quello che Steve Jobs è stato per i telefonini, con la differenza che fino a oggi non sembrerebbero ancora avere prodotto un nuovo tipo di narrazione. (Ma forse sì, solo che è ancora invisibile, o forse è Wattpad, forse è la riscrittura). Aldo Manuzio capì che il libro è una cosa che ci si può portare pure a letto e leggere al buio, illuminati da una piccola luce, mentre intorno tutti gli altri dormono e nessuno fa rumore.

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