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  • lunedì 4 aprile 2016

La più grande impresa del calcio moderno

di Pietro Cabrio

Il Leicester City ha vinto la Premier League, dopo una stagione senza precedenti: per come è iniziata e per le cento storie che ha dietro, una meglio dell'altra

Jamie Vardy esulta per il suo undicesimo gol in undici partite consecutive contro il Manchester United (AP Photo/Rui Vieira)

Quel video lo avete visto, probabilmente, anche se non ve ne ricordate: circolò moltissimo sui social network e in televisione. Era il 12 maggio del 2013, 96esimo minuto della partita tra Watford e Leicester City, ritorno di una delle semifinali dei playoff della Championship, la seconda divisione inglese.

La partita dovrebbe essere finita da due minuti, ma sta continuando perché l’arbitro Michael Oliver ha assegnato un calcio di rigore a favore del Leicester. Prima che il centrocampista francese Anthony Knockaert vada sul dischetto a tirarlo, il risultato è fermo sul 2 a 1 per il Watford: finisse così si andrebbe ai calci di rigore. Se il Leicester segna, il Watford è eliminato. Il vincitore andrà a Wembley a giocarsi la promozione in Premier League. Il Watford, che da due anni è sotto la gestione della famiglia Pozzo, ha in porta lo spagnolo Manuel Almunia, che fino a due anni prima era il portiere dell’Arsenal. Prima di calciare, Knockaert guarda più volte l’angolo destro della porta, cercando di farsi notare da Almunia, per ingannarlo. Dopo una breve rincorsa calcia il pallone centrale. Almunia si tuffa nel lato indicato da Knockaert ma con i piedi riesce a respingere la palla e in qualche modo respinge anche la ribattuta, salvando il Watford. Un difensore calcia via il pallone dall’area di rigore, il Watford riparte in contropiede e segna il gol del 3 a 1. Il boato dei tifosi riempie lo stadio Vicarage Road e il Watford elimina il Leicester dai playoff in modo spettacolare.

Una partita che finisce in quel modo può avere grosse ripercussioni sul morale di una squadra e può compromettere anche le crescenti ambizioni di un club come il Leicester, dal 2010 proprietà del milionario thailandese Vichai Srivaddhanaprabha. Nella partita contro il Watford, il Leicester aveva tenuto in panchina Harry Kane, che due stagioni dopo diventerà uno degli attaccanti più forti della Premier League. Tra titolari e riserve c’erano anche Daniel Drinkwater, Kasper Schmeichel, Wes Morgan e Jeffrey Schlupp: giocatori che in quel momento non dicevano niente e sembravano destinati ad avere al massimo una buona carriera nelle squadre inglesi di medio-bassa classifica. C’era Jamie Vardy, un attaccante che appena tre stagioni prima giocava nell’ottava serie inglese con la squadra dei lavoratori della British Steel, una delle principali compagnie siderurgiche britanniche. Come Kane, anche Vardy diventerà uno degli attaccanti più forti del campionato inglese, ma non giocherà con il Tottenham o con il Manchester United, bensì con la squadra vincitrice del campionato più ricco e famoso del mondo: il Leicester City di Daniel Drinkwater, Kasper Schmeichel, Wes Morgan e Jeffrey Schlupp.

Il Leicester nel calcio inglese

«Ho visto il Leicester perdere la finale di FA Cup nel 1969 con mio papà e con mio nonno, quando avevo otto anni, e piansi per tutta la casa. Ho visto promozioni e retrocessioni. Ho giocato per loro otto anni. Con un gruppo di tifosi e amici abbiamo donato anche qualche sterlina quando il club stava per fallire. Ma niente può essere paragonato a questo. Niente. Cose come queste semplicemente non accadono ai club come il mio». Gary Lineker è un famoso ex attaccante inglese che nella sua carriera, oltre che con il Leicester, ha giocato con l’Everton, con il Tottenham e con il Barcellona. È nato a Leicester ed è un tifoso dei “foxes”, le volpi, il soprannome con cui ci si riferisce ai giocatori del Leicester. È uno dei tifosi di una città di circa 370mila abitanti delle Midlands orientali che in questa stagione, grazie agli incredibili risultati della squadra locale, sta vivendo la più grande impresa calcistica della storia recente: il Leicester, che appena una stagione fa aveva evitato la retrocessione per un soffio, ha vinto la Premier League.

Il Leicester è arrivato davanti a club enormemente più ricchi e sulla carta più forti come Arsenal, Manchester United e City, Chelsea e Tottenham. Ha una squadra che è quasi identica a quella dell’anno scorso e ha un allenatore, l’italiano Claudio Ranieri, che nessuno considerava “da grande squadra”: sette mesi prima aveva condotto la nazionale greca nel peggior girone di qualificazione a un campionato europeo della sua storia e per questo era stato a lungo maledetto dai giornali sportivi greci. E si può andare avanti ancora parecchio: il Leicester ha vinto con un giocatore che cinque anni fa giocava con una squadra di operai, con un altro che giocava con una squadra di riserve in un campionato amatoriale francese e con uno scarto del Manchester United che in coppia con un giovane semi-sconosciuto francese forma oggi la miglior coppia di centrocampisti del campionato inglese e anche la meno costosa.

Leicester non è una città famosa per il calcio. Lo è invece per il rugby: i Tigers sono la squadra di rugby più vincente d’Inghilterra e una delle prime in Europa. Per tutti i rugbisti più forti in circolazione i Tigers sono un punto di arrivo. Anche prima di quest’anno non era comunque raro sentir parlare della squadra di calcio di Leicester, o trovarla spesso citata sulle pagine dei giornali per qualcosa di particolare o eclatante, come appunto la sconfitta nei playoff del 2013 contro il Watford. Nei primi anni Novanta, per esempio, in Inghilterra si usava spesso il modo di dire “fare il Leicester” per indicare una tranquilla e stabile permanenza in Premier League, senza grandi ambizioni né crolli. “Fare il Leicester” si riferiva soprattutto alla squadra allenata da Martin O’Neill tra il 1995 e il 2000, che venne promossa in Premier e per cinque stagioni ci rimase, senza particolari patemi, classificandosi sempre tra il tredicesimo e il nono posto.

Il Leicester, poi, è stata una delle squadre di proprietà di Milan Mandarić, imprenditore serbo naturalizzato statunitense che in Inghilterra viene spesso definito come “il proprietario seriale di squadre di calcio” per via del gran numero di club di cui è stato presidente. Nel febbraio del 2007 Mandarić comprò il Leicester per poco più di cinque milioni di sterline. Sotto la sua gestione il Leicester – che fu allenata tra gli altri anche da Sven-Göran Eriksson e Paulo Sousa – non riuscì mai a essere promosso in Premier League, ma trovò una permanenza stabile in Championship, la seconda divisione. Mandarić riuscì a rimettere in piedi una società con parecchi problemi e a rischio di fallimento, facendola diventare di nuovo solida e facendo aumentare di molto il suo valore, grazie agli investimenti e al ripianamento di tutti i debiti creati dalle gestioni precedenti. Mandarić cedette il club definitivamente nel 2011, per circa 40 milioni di sterline, a Vichai Srivaddhanaprabha, nono uomo più ricco della Thailandia e proprietario della King Power, la più grande compagnia mondiale ad operare nel settore dei duty-free.

L’inizio dell’impresa

Nella stagione successiva all’incredibile finale di partita con il Watford, il Leicester riuscì ad arrivare primo in Championship, ottenendo la promozione diretta in Premier: erano dieci anni che non giocava nella prima divisione inglese. L’allora allenatore del Leicester, Nigel Pearson, cominciò a schierare regolarmente fra i titolari il centrocampista Daniel Drinkwater, cresciuto nel Manchester United, e l’attaccante Jamie Vardy, quello delle acciaierie British Steel. I tifosi, che li ritenevano due giocatori mediocri, ne furono sorpresi. Nella prima partita della stagione segnarono entrambi e continuarono a giocare su buoni livelli (Vardy segnò altri quindici gol). Quell’anno si vide anche il centrocampista algerino Riyad Mahrez, che il Leicester comprò nella sessione di mercato invernale. Mahrez giocò una ventina di partite e segnò tre gol.

In un’intervista dopo la promozione, il proprietario del club Vichai Srivaddhanaprabha disse di voler rimanere in Premier League il più a lungo possibile e si impegnò a far arrivare il Leicester fra le prime cinque squadre del campionato inglese investendo circa 200 milioni di euro in tre anni. Abituati all’entusiasmo iniziale dei proprietari stranieri, le parole di Srivaddhanaprabha vennero prese da giornalisti e tifosi inglesi come l’ennesima dichiarazione figlia dell’entusiasmo e dell’euforia per il primo importante risultato raggiunto, e quindi presto dimenticate.

L’inizio della prima stagione in Premier dopo così tanto tempo fu abbastanza promettente. La rosa era praticamente invariata rispetto all’anno precedente, a parte per l’acquisto di tre nuovi giocatori, uno per ruolo: dall’Inter arrivò a titolo gratuito il centrocampista Esteban Cambiasso, esperto ma quasi a fine carriera; dal Brighton fu acquistato per circa 12 milioni l’attaccante argentino Leonardo Ulloa; e dal QPR fu preso per 2 milioni e mezzo il terzino destro Danny Simpson. Poi arrivò anche qualche altra riserva per aumentare il numero di sostituti. Nelle prime cinque partite il Leicester vinse contro lo Stoke e poi batté il Manchester United per 5-3; perse contro il Chelsea e pareggiò contro Arsenal e Everton. Dopodiché iniziò una lunga serie di risultati negativi che a Natale portò la squadra in ultima posizione con soli 10 punti. La scarsità di risultati continuò a lungo e a nove partite dalla fine il Leicester era ancora ultimo. Poi riuscì non si sa come a vincere 7 partite delle 9 restanti, in quella che fu definita la più miracolosa fuga dalla retrocessione nella storia della Premier League: finì la stagione al 14esimo posto.

Anche i mesi precedenti all’inizio della stagione in corso furono piuttosto burrascosi, per motivi però non legati direttamente al gioco. A fine maggio 2015 il Leicester fu coinvolto in un piccolo scandalo dopo la diffusione di un video che mostrava alcuni giocatori durante un’orgia in un hotel di Bangkok, dove la squadra si trovava in tournee. Tra le altre cose, nel video si sentivano alcune frasi razziste che dei giocatori avevano rivolto alle donne thailandesi che erano in stanza con loro. I tre giocatori coinvolti – James Pearson (figlio dell’allenatore della squadra Nigel Pearson), Tom Hopper e Adam Smith – furono venduti. La decisione della dirigenza incrinò i rapporti tra Pearson padre e il club, al punto da arrivare all’esonero dell’allenatore. Pearson lasciò il Leicester il 30 giugno, a preparazione già iniziata e con alcuni nuovi acquisti già arrivati in città.

L’impresa

I 200 milioni di euro promessi da Srivaddhanaprabha nel 2014 cominciarono a essere investiti l’estate scorsa, quando il club spese circa 50 milioni a fronte di soli nove milioni incassati dalla vendita dei propri giocatori. Ma la notizia che lasciò tifosi, giornalisti e semplici appassionati un po’ scettici fu quella dell’ingaggio dell’allenatore italiano Claudio Ranieri, senza contratto da qualche mese dopo l’orribile esperienza in Grecia: Ranieri era stato esonerato dopo la sconfitta in casa contro la nazionale delle isole Fær Øer, un posto di cinquantamila abitanti nell’oceano Atlantico tra Scozia, Norvegia e Islanda.

Ranieri era considerato allora uno degli allenatori che sarebbero stati esonerati per primi. Non allenava in Premier League dal 2004, quando il proprietario del Chelsea Roman Abramovich decise di rimpiazzarlo con Josè Mourinho. Dopo il Chelsea, aveva allenato con alterne fortune Valencia, Atletico Madrid, Parma, Juventus, Roma, Inter e Monaco, riuscendo a vincere solo una Supercoppa europea con il Valencia e un campionato di seconda divisione francese con il Monaco. Di certo Ranieri non era noto per il modo in cui fa giocare le sue squadre, considerato abbastanza tradizionale e prevedibile. Le previsioni per la stagione del Leicester, la scorsa estate, non erano quindi delle migliori. Gli acquisti più costosi della sessione di calciomercato erano stati Shinji Okazaki, attaccante giapponese del Magonza, e N’Golo Kanté, 23enne centrocampista francese del Caen comprato come seconda scelta dopo che il primo vero obiettivo, il francese Jordan Veretout, aveva preferito l’Aston Villa (retrocesso in seconda divisione). Arrivarono poi anche il difensore dell’Atalanta Yohan Benalouane e il centrocampista svizzero del Napoli Gokhan Inler. Fu riscattato il difensore Robert Huth dallo Stoke City, che però era a Leicester dall’inverno precedente, e venne ingaggiato a parametro zero il terzino austriaco Christian Fuchs, che tra il 2014 e il 2015 era stato una delle riserve dello Schalke 04.

A dispetto di tutto quello che si era pensato fino a quel momento, il Leicester iniziò bene, meglio di qualsiasi altra squadra. Vinse la prima partita di campionato 4-2 contro il Sunderland e rimase imbattuta per altre cinque gare. Non sembrava però una cosa destinata a durare: nel calcio non è così raro che una squadra piccola riesca a mettere in fila una serie di ottimi risultati a inizio stagione. Il 29 settembre il Leicester perse contro l’Arsenal per 5-2 e cominciò a prepararsi per le sfide-salvezza contro Norwich City, Southampton, Crystal Palace, West Bromwich e Watford. Di queste cinque partite ne vinse quattro, in maniera che a molti sembrò per nulla casuale. Il Leicester giocava un calcio molto organizzato, basato su contropiedi rapidissimi e precisi. Era ancora primo in classifica, tra la sorpresa di tutti e grazie ai grossi problemi che stavano avendo squadre ben più titolate, ricche e sulla carta più forti: il Chelsea era vicino alla zona retrocessione, il Manchester United andava avanti a singhiozzi e l’Arsenal non riusciva a essere costante.

Jamie Vardy, 28 anni, aveva già segnato 13 gol in 13 partite, superando il record dell’ex centravanti olandese Ruud van Nistelrooy che nel 2003 col Manchester United aveva segnato almeno un gol per 10 partite consecutive di Premier. Il Leicester stava dimostrando di non essere così forte solo per i gol di Vardy e c’erano altri due giocatori di cui si parlava parecchio. Il primo era Ryad Mahrez, 24enne nato e cresciuto in un quartiere di Parigi chiamato Sarcelles e che fino a quattro anni prima giocava ancora per la squadra delle riserve del Le Havre, nel campionato amatoriale francese. Nelle prime tredici partite giocate col Leicester, Mahrez si era fatto notare per la sua tecnica e rapidità, che gli avevano permesso di segnare sette gol e fare sei assist. Il secondo giocatore che aveva attirato molte attenzioni era N’Golo Kanté, da cui spesso partivano gli efficaci contropiedi della squadra e che si era rivelato essere un centrocampista incontrista vicino alla perfezione: con un senso della posizione incredibile e una grande intelligenza per il gioco. Kanté aveva dimostrato di saper gestire la palla con tutti e due i piedi e allo stesso tempo di avere le capacità fisiche per recuperare un sacco di palloni a centrocampo.

La prestazione di Kantè contro il Newcastle, partita vinta 1 a 0 dal Leicester

A Natale il Leicester era ancora primo in classifica, ed era già un record: era diventata l’unica squadra nella storia del campionato inglese a essere prima in classifica esattamente un anno dopo essere stata ultima.

Le rivincite di Ranieri

Nonostante a metà stagione il suo Leicester si trovasse primo, Ranieri veniva visto ancora come un allenatore buffo, abituato a perdere e senza idee particolarmente originali. Viene preso un po’ in giro anche per il suo inglese dal vocabolario limitato e per la quantità di volte che diceva “amazing” e “unbelievable” durante le interviste o nelle conferenze stampa. A dicembre però Ranieri si era preso la prima rivincita battendo il Chelsea di Mourinho per 2-1. Dopo la sconfitta contro il Leicester, il Chelsea era ancora fermo al 16esimo posto (il quintultimo in classifica) con nove partite perse, tre pareggiate e solamente quattro partite vinte: Mourinho, l’allenatore per cui Ranieri era stato esonerato dal Chelsea e che spesso lo aveva pubblicamente deriso, verrà esonerato tre giorni dopo.

Ranieri è soprannominato dagli inglesi “The Tinkerman” fin dai tempi del Chelsea, perché ritenuto un allenatore costantemente indeciso. Secondo molti però era lui il fattore più importante dell’incredibile stagione del Leicester: prima di quest’anno, il miglior punteggio ottenuto in Premier League dal Leicester erano i 55 punti della stagione 1999-2000, una di quelle di Martin O’Neill.

Il tweet con cui Lineker aveva accolto la notizia dell’ingaggio di Ranieri: “È chiaramente un allenatore esperto, ma la scelta del Leicester è poco ispirata”

Al suo arrivo nelle Midlands orientali, Ranieri non stravolse nulla, anche se era arrivato in una squadra che l’anno prima si era salvata solo nelle ultime giornate di campionato. Chiese esplicitamente gli acquisti di Gokhan Inler, Yoahn Benalouane e Ngolo Kante e partì con quasi gli stessi titolari della stagione precedente: inserì solamente i due acquisti estivi più costosi, l’attaccante Okazaki, Kanté, e il terzino sinistro Cristian Fuchs (che i tifosi guardano con simpatia per via del significato del suo cognome: in tedesco Fuchs vuol dire volpi).

Schierato in campo con un 4-4-2, il Leicester di quest’anno non tiene molto la palla ma occupa bene le posizioni in campo. Ranieri sfrutta l’elevata velocità della squadra, che è comune a quasi tutti i giocatori fra centrocampo e attacco, per impostare contropiedi rapidissimi che in pochi passaggi riescono a portare i giocatori nell’area avversaria. La difesa, nonostante sia composta da due centrali “rocciosi”, forti fisicamente e nel gioco aereo ma poco mobili e limitati tecnicamente come Robert Huth e Wes Morgan, regge molto bene in qualsiasi situazione e anche contro gli attacchi più forti e veloci, anche grazie all’ottimo lavoro di copertura di Kante e Danny Drinkwater. Ranieri,  da inizio campionato, porta la squadra a mangiare la pizza, o farla preparare direttamente ai giocatori (o tutte e due insieme) ogni volta che una partita finisce senza gol subiti.

Dopo la prima decina di partite di campionato e dopo ogni vittoria, il Leicester è sembrato diventare sempre più sicuro di sé. Tuttora ai suoi giocatori sembra riuscire qualsiasi cosa: giocano con una spavalderia che probabilmente influisce anche nel comportamento degli avversari che se li trovano di fronte, e che non si aspettano di affrontare una squadra così preparata. Le tattiche di Ranieri, inizialmente pensate per una squadra che avrebbe dovuto lottare per salvarsi, hanno esaltato pienamente le caratteristiche di tutti giocatori. Per lo stesso motivo è probabile che molti di loro non riusciranno a ripetersi a questo livello dopo quest’anno. Per quanto riguarda Ranieri, pochi settimane fa ha detto che gli piacerebbe restare per sei-sette anni ancora al Leicester, e che una volta terminati vorrebbe concludere la propria carriera da allenatore.

Jaime Vardy, il simbolo

Ogni “piccola” squadra che nella storia recente del calcio ha compiuto qualche impresa memorabile ha un suo giocatore simbolo, che i tifosi ricordano per quella storia e citano sempre quando se ne riparla, anche a distanza di anni. Per l’Hellas Verona allenato da Osvaldo Bagnoli, per esempio, che contro ogni pronostico vinse il campionato italiano nel 1985, fu l’attaccante danese Preben Elkjær, autore di otto gol. Per la nazionale greca vincitrice degli Europei del 2004 fu probabilmente Angelos Charisteas, attaccante autore di tre gol, uno dei quali in finale contro i padroni di casa del Portogallo. Per il Leicester è Jaime Vardy di Sheffield, che ha disputato il suo primo campionato professionistico a un’età, 25 anni, in cui la maggioranza dei calciatori di un certo livello ha già giocato cinque o sei stagioni con i professionisti.

All’inizio della sua carriera Vardy era noto per avere un carattere difficile e qualche problema con la giustizia. Nel 2007, durante la sua prima stagione allo Stocksbridge, la squadra degli operai, venne coinvolto in una rissa in un pub. Fu condannato per violenza privata e per sei mesi fu costretto a rispettare un coprifuoco che prevedeva che rimanesse in casa dalle 6 del pomeriggio alle 6 di mattina: lui ha sempre raccontato di essere intervenuto in difesa di un suo amico che era stato preso in giro perché portava l’apparecchio acustico. Per controllare i suoi spostamenti e assicurarsi che non violasse il coprifuoco, le autorità inglesi lo costrinsero ad indossare una cavigliera elettronica. In quel periodo, Vardy era costretto a scappare dal campo in tempo per tornare a casa e rispettare il coprifuoco. Nelle partite in trasferta poteva giocare solo un’ora, e poi si faceva accompagnare a casa in macchina dai suoi genitori.

Uno dei gol segnati da Vardy con lo Stocksbridge, molto simili a quelli che segnerà in Premier con il Leicester sei anni dopo

Vardy continuò a giocare e venne notato dall’Halifax, una squadra che giocava nella sesta serie e che nel 2010 lo acquistò per circa 15mila sterline. Con l’Halifax segnò 29 gol in 41 partite e gli osservatori del Fleetwood Town, una squadra della massima lega dilettantistica, iniziarono a seguirlo. Rimasero tutti molto convinti e nel 2011 Vardy venne acquistato per 150mila sterline: una cifra altissima per una squadra dilettantesca. In quell’anno Vardy poté smettere di lavorare e iniziò a vivere solamente grazie al calcio.

Vardy non restò ancora per molto tempo a quei livelli: dopo un’altra stagione eccellente in cui segnò 34 gol in 40 partite, nel 2012 venne comprato per un milione di sterline dal Leicester, che in quel momento giocava in Championship. Attorno a Vardy c’era effettivamente un certo scetticismo: le squadre inglesi professioniste sono abituate a comprare i giocatori quando ancora sono ragazzini, e a farli giocare nelle giovanili e nelle apposite squadre riserve. La prima stagione al Leicester in effetti non fu facilissima: Vardy segnò solamente 5 gol in 29 partite e la società chiese all’allora allenatore Nigel Pearson di mandarlo a giocare in prestito. Nell’estate del 2013 Pearson rifiutò di darlo in prestito e nella stagione seguente Vardy iniziò a giocare ad alti livelli: segnò 16 gol in Championship e contribuì alla promozione del Leicester in Premier League.

Nel suo primo anno in Premier, Vardy giocò bene ma segnò poco, solo 5 gol: in molti furono sorpresi quando a giugno del 2015 l’allenatore dell’Inghilterra Roy Hodgson lo convocò in nazionale. Da allora Vardy è entrato stabilmente nel giro delle convocazioni e in molti sono sicuri che farà parte della rosa che giocherà gli Europei nell’estate del 2016. Oggi, nel 4-4-2 compatto e basato prevalentemente sul contropiede impostato da Ranieri, Vardy funziona alla perfezione: è decisamente uno degli attaccanti più in forma della Premier League e di gran lunga il più decisivo: ha segnato circa l’ottanta per cento dei suoi gol quando il Leicester stava perdendo o pareggiando, il restante venti per cento quando la squadra era in vantaggio di un solo gol.

Probabilmente il gol più bello segnato da Vardy in questa stagione

La vittoria

Lunedì 2 maggio il Leicester ha matematicamente vinto la Premier League: il Tottenham, secondo in classifica, era l’unica squadra che poteva superarlo, ma ha pareggiato per due a due contro il Chelsea. Ora ha 70 punti e il Leicester 77, quando mancano due partite alla fine della Premier League. Da qui all’ultima gara dovrà ancora giocare contro Everton e Chelsea. Sono squadre sulla carta molti forti ma che quest’anno hanno avuto parecchi problemi.

Nel resto d’Europa il Leicester non sarebbe definito una squadra “piccola”, “povera” o “provinciale”: in Inghilterra sì. Qui si gioca il campionato di calcio più famoso e seguito al mondo e le squadre che ci partecipano investono moltissimi soldi per raggiungere gli obiettivi stagionali. Tutti i giocatori acquistati dal Leicester nel corso dell’ultima estate costano più o meno quanto Kevin De Bruyne del Manchester City, pagato 74 milioni, o Raheem Sterling comprato sempre dal City per 64 milioni, o Christian Benteke, costato al Liverpool circa 46 milioni di euro. Uno dei migliori giocatori del Leicester, Riyad Mahrez, è costato appena 500mila euro e pochi giorni fa ha vinto il PFA Player of the Year, il premio dato al miglior giocatore del calcio professionistico inglese.

Il Leicester è stata la squadra che quest’anno ha giocato il calcio più efficace di tutto il campionato inglese, che poi non è così diversa da quella che era ultima in classifica poco tempo fa, e che ha messo il calcio sottosopra.

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