PAKISTAN-POLITICS-PROTEST

Cosa significa l’attentato di Lahore

di Natalie Obiko Pearson - Bloomberg

È soprattutto un attacco al primo ministro pakistano Nawaz Sharif e alle sua visione "liberale e inclusiva" della democrazia, scrive Bloomberg

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Una manifestazione contro Nawaz Sharif, il 18 marzo 2016 (ARIF ALI/AFP/Getty Images)

L’attentatore suicida che ha ucciso decine di pakistani che stavano passando una giornata al parco per festeggiare la Pasqua aveva probabilmente un altro obiettivo: la visione liberale e inclusiva della democrazia pakistana sostenuta dal primo ministro Nawaz Sharif. Nell’attacco sono rimaste uccise 72 persone, tra cui molte donne e bambini. Molte altre persone sono ferite gravemente negli ospedali di Lahore, la città dove è stato compiuto l’attentato: Lahore è anche la più grande città della provincia del Punjab – nel nord-est del Pakistan, che confina con l’omonimo stato indiano – e il posto da cui proviene Sharif.

L’attacco di domenica è stato il più violento da quando i combattenti talebani entrarono in una scuola di Peshawar nel dicembre del 2014 e massacrarono 134 studenti, sparando ad alcuni di loro a bruciapelo. Quell’attentato spinse Sharif e i leader militari del Pakistan ad adottare nuove misure per combattere il terrorismo: ci fu una conseguente riduzione della violenza che contribuì a stimolare l’interesse degli investitori nell’economia nazionale.

L’attentato di domenica rappresenta però un altro momento centrale per Sharif. Nei mesi recenti Sharif ha promosso un Pakistan più “educato, progressista e con uno sguardo al futuro” (il Pakistan è un paese creato per i musulmani a seguito del processo di indipendenza dal Regno Unito concluso nel 1947). Nel promuovere le sue idee, Sharif ha sostenuto le iniziative che migliorassero la vita delle donne e delle minoranze religiose – tra cui gli hindu, i cristiani e i musulmani sciiti – che erano stati l’obiettivo frequente delle violenze settarie nel paese. Farahnaz Ispahani, un autore pakistano ed ex membro del parlamento, ha detto: «Sharif sembra avere preso alcune decisioni che hanno fatto arrabbiare i terroristi. I terroristi stanno continuando a chiedere di purificare il Pakistan da tutte le minoranze religiose e da tutti coloro che non si conformano alla loro visione ristretta delle cose». Per esempio Sharif ha condannato i cosiddetti omicidi d’onore, parlandone come del “lato oscuro” della società pakistana, e i parlamentari del Punjab che fanno riferimento a lui hanno sostenuto una legge per la protezione delle donne. Il suo governo ha sbloccato l’accesso a YouTube e ha permesso di riconoscere la Pasqua e altre feste hindu come feste pubbliche.

La legge sulla blasfemia
Ancora più significativo è il fatto che a febbraio il governo di Sharif ha eseguito la condanna a morte di Mumtaz Qadri, una guardia del corpo che nel 2011 aveva sparato all’ex governatore del Punjab dopo che quest’ultimo aveva cercato di rendere meno stringente una controversa legge sulla blasfemia. Mentre i soccorritori cercavano di salvare i feriti nell’attentato terroristico di domenica, la polizia a Islamabad, la capitale del Pakistan, si scontrava con i sostenitori di Qadri, che continuano a chiedere che Sharif adotti nel paese la sharia, la legge islamica. Dal 2001 in Pakistan più di 60mila persone sono morte per atti di terrorismo, compiuti principalmente dai combattenti talebani che hanno la loro base nelle aree montagnose vicino all’Afghanistan e che hanno l’obettivo di rovesciare il regime democratico e implementare la sharia.

“Sradicare e distruggere”
Nonostante i numeri molto alti legati al terrorismo, il Pakistan ha cercato di convincere il mondo del suo impegno per l’eliminazione di tutti i gruppi terroristici che agiscono sul suo territorio. L’esercito, che ha governato il Pakistan per più della metà della storia del paese, ha usato a lungo l’esistenza di gruppi estremisti come uno strumento strategico contro l’India a est e l’Afghanistan a ovest. Lo stesso Sharif per vincere le elezioni ha potuto contare sul sostegno di elementi conservatori.

Ikram Sehgal – ex funzionario dell’esercito e ora presidente del Pathfinder Group (una delle società di sicurezza più grandi del Pakistan) – ha detto che il Punjab, governato dal fratello minore di Sharif, non è riuscito a prendere contromisure efficaci contro i gruppi jihadisti: «C’è una rete completa che deve essere sradicata e distrutta. Il governo del Punjab ha sempre parlato molto ma senza fare nulla. A meno che non colpisci i jihadisti, i loro nascondigli, la loro logistica, il loro personale, i loro contatti, la loro rete completa, queste cose continueranno a succedere». Sharif ha cercato di fare queste cose lunedì: l’esercito ha condotto diversi raid nelle città del Punjab, arrestando sospetti terroristi e sequestrando armi. Sharif ha detto lunedì: «Il nostro obiettivo non è solo eliminare le infrastrutture terroristiche ma anche la mentalità estremista che è una minaccia al nostro stile di vita».

Nonostante la reazione di lunedì, comunque, rimane aperta una questione. Il Pakistan è stato accusato più di una volta di tollerare i miliziani che combattono contro i paesi vicini ma allo stesso tempo di contrastare i miliziani che combattono all’interno del Pakistan. Ispahani, ex parlamentare che ha scritto un libro sulle persecuzioni ai danni delle minoranze religiose in Pakistan, è scettico: «Non ci sono segni che i calcoli strategici militari siano cambiati. Si disperdono ancora energie a limitare le forze politiche laiche e rappresentanti di etnie minoritarie invece che combattere in maniera risoluta contro i gruppi jihadisti».

© 2016 – Bloomberg

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