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Le storie virali esistevano anche prima di Internet

di Caitlin Dewey – Washington Post

E anche le bufale: lo dimostra lo studio di un database dei quotidiani americani stampati tra Ottocento e Novecento

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(Photo by Keystone/Getty Images)

Probabilmente la parola “virale” vi fa pensare a Internet o a qualche malattia contagiosa. Claudio Saunt, un professore di storia americana della University of Georgia, ha scoperto però che i meme virali hanno una lunga e interessante storia che risale all’era pre-digitale. «Oggi sappiamo che la struttura dei social network influisce sui movimenti dell’informazione», ha detto Saunt, che è tra gli ideatori di un nuovo progetto che studia la storia della viralità prima dell’arrivo di Internet. «Ma i contenuti circolavano viralmente già nel Settecento e nell’Ottocento, quando i nodi e le reti erano più facili da modellare e capire».

Saunt non era partito con l’obiettivo di fare luce sulla lunga storia dei contenuti virali, quando iniziò il progetto US News Map. Questo sito interattivo, nato dalla collaborazione tra la University of Georgia e Georgia Tech, è partito dall’ampia collezione di giornali digitalizzati e consultabili della Biblioteca del Congresso americano, che copre un arco temporale che va dal 1836 al 1924 per un totale di dieci milioni di pagine. Storici e altri accademici usano da tempo il database della libreria del Congresso, che però non permette di filtrare la ricerca per periodo o area geografica. Trasferendo invece le pagine su una mappa, gli utenti possono vedere non solo perché ma anche quando e dove si evolvevano in passato le storie giornalistiche. Passando un po’ di tempo sulla mappa si può notare come in passato gli scambi tra i giornali funzionassero più o meno come i social network moderni. Prima dell’invenzione del telegrafo questi scambi erano il modo in cui i giornali locali raccoglievano le notizie: i direttori si spedivano a vicenda copie dei loro quotidiani, formando una rete di giornali di dimensioni diverse con posizioni politiche simili. Spesso i direttori copiavano alla lettera gli articoli pubblicati sui giornali dello stesso orientamento politico: una specie di retweet, intorno al 1847.

In altre parole, ognuno di quei giornali rappresentava un nodo di una rete dell’informazione: e lo scambio postale tra quei giornali equivaleva a seguire qualcuno su Twitter o diventare amici su Facebook. Se si esclude il fatto che queste reti erano lente e collegavano istituzioni invece che persone, in sostanza funzionavano in modo simile ai social network di internet. Inserendo un termine su News Map si può notare come i nodi più rilevanti di solito sono quelli più centrali: non sono necessariamente i giornali più grandi o popolari, ma quelli geograficamente più vicini a molti altri. Anche se sono raggruppati nella stessa area geografica, i nodi non si “accendono” sempre allo stesso momento: passano nuove informazioni solo in determinate circostanze. Saunt sottolinea come i giornali progressisti e quelli conservatori tendessero a scambiare e condividere informazioni solo all’interno della loro cerchia, indipendentemente dalla loro posizione geografica.

La cosa più interessante è che News Map ha scovato almeno un caso di bufala virale, quasi a rassicurarci sul fatto che siamo sempre stati dei creduloni.

Nel 1864 un autore anonimo distribuì a New York alcuni pamphlet a favore di una maggiore diffusione di relazioni interrazziali, coniando il termine “mescolanza razziale” (“miscegenation”, in inglese). La parola fu ripresa da un giornale vicino progressista, vicino ai Democratici, e in breve tempo comparve in altri quotidiani di quella parte politica, diffondendosi a ovest degli Stati Uniti e arrivando successivamente anche in giornali conservatori. Quando il termine “miscegenation” era ormai apparso in decine di giornali in tutti gli Stati Uniti, qualcuno si accorse che il manifesto originale era stato scritto da autori satirici per ridicolizzare i loro avversari politici. Centocinquantanni dopo, questa vicenda sembra stranamente familiare. Per citare le osservazioni fatte nel 2011 sull’Economist a proposito della viralità degli scritti di Martin Lutero nel Cinquecento: «Le società moderne hanno la tendenza a considerarsi in qualche misura migliori delle precedenti, e il progresso tecnologico rinforza questo senso di superiorità. Ma la storia ci insegna che non c’è niente di nuovo sotto il sole». Ricordatevene la prossima volta che qualcuno si lamenta dello stato dei social media.

© 2016 – Washington Post

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