Trump Rally Postponed After Protestors Clash With Supporters

Donald Trump e la violenza

I media statunitensi discutono da giorni delle tensioni e degli scontri ai comizi di Trump, che hanno pochi precedenti, e delle loro cause

Trump Rally Postponed After Protestors Clash With Supporters
(Jonathan Gibby/Getty Images)

Negli ultimi giorni sui giornali americani si è parlato moltissimo delle recenti violenze accadute ai comizi di Donald Trump, noto e controverso imprenditore candidato alla presidenza per i Repubblicani (e attuale favorito per ottenere la nomination). Da mesi i giornalisti che assistono ai comizi di Trump raccontano di un’atmosfera sovreccitata e sopra le righe, ma negli ultimi tempi la situazione è peggiorata.

Venerdì 11 marzo ci sono stati scontri in un palazzetto di Chicago dove avrebbe dovuto tenersi un comizio di Trump, poi annullato: alcuni partecipanti al comizio e manifestanti anti-Trump si sono spintonati e picchiati dentro e fuori il palazzetto, la polizia è dovuta intervenire più volte e ha arrestato 5 persone. Poco prima, nella stessa giornata, 32 persone erano state arrestate a St. Louis per aver protestato a un altro comizio di Trump (e ci sono video di manifestanti feriti e fatti stendere a terra dalla polizia). Sabato 12 un uomo ha cercato di avvicinarsi minacciosamente a Trump durante un suo comizio in Ohio: è stato fermato dagli agenti federali che si occupano della sicurezza di Trump e incriminato per condotta violenta (Trump ha sostenuto che avesse legami con l’ISIS, senza alcun fondamento). In settimana, una giornalista di un sito di news molto di destra è stata strattonata dal capo della campagna di Trump, che poi l’ha accusata di essersi inventata tutto; un contestatore nero a un comizio di Trump in North Carolina si è preso un pugno in faccia.

Il clima si è talmente incattivito che i giornali si sono chiesti se dietro a queste violenze ci fossero motivi più profondi: il New York Times e l’Atlantic hanno fatto notare che cose del genere non si vedevano dagli anni Sessanta, cioè dai grandi movimenti contro la guerra in Vietnam e le battaglie per i diritti civili. Fra i commentatori politici, anche quelli che fino a poco tempo fa cercavano di minimizzare l’atmosfera della campagna di Trump, sostenendo che fosse tutta una posa per raccogliere voti, si stanno convincendo che esista un problema concreto. Matt Yglesias, noto commentatore di sinistra di Vox, ha scritto di ritenere Trump «spaventoso».

Ero uno di sinistra che difendeva Donald Trump. Non uno di quelli che godeva del caos sollevato da Trump fra i Repubblicani: ma uno di quelli che ha accolto positivamente le sue posizioni politiche variegate. Mi sembrava rappresentassero un passo indietro rispetto al baratro dell’eterna polarizzazione, e che in generale fossero più moderate di quelle di Marco Rubio. Ho continuato a pensarla così anche dopo le violenze di venerdì e le ondate di “quando è troppo, è troppo” di sabato. Mi sbagliavo. Domenica mattina Trump ha twittato quello che può essere interpretata come una minaccia di mandare dei suoi scagnozzi a pestare i sostenitori di Bernie Sanders.

Mettere a capo del governo federale una persona che intende perdonare la violenza dei propri sostenitori contro gli avversari politici, mi fa paura. Come è spaventoso pensare di potergli affidare il potere di annullare le sentenze dei tribunali.

Per Yglesias la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la minaccia di picchiare i sostenitori di Sanders. La retorica di Trump è citata da molti come una delle cause dirette delle violenze di queste settimane, ma non è l’unica. Secondo alcuni c’entra anche il clima di polarizzazione che si è sviluppato nella politica americana di questi anni (in alcuni casi incoraggiato dagli stessi partiti coinvolti): i comizi di Bernie Sanders, candidato Democratico e sfidante di Hillary Clinton, sono altrettanto sovreccitati ma totalmente pacifici.

La retorica di Trump
In molti hanno fatto notare che oltre ad argomenti e proposte davvero “violente” – come la deportazione forzata di 11 milioni di immigrati irregolari negli Stati Uniti, o la teoria che buona parte dei musulmani odi l’America – Trump ha apertamente giustificato la violenza nei confronti dei suoi avversari politici. A febbraio, durante un suo comizio, ha detto: «Se vedete qualcuno che vuole tirarmi un pomodoro, pestatelo a sangue. Alle spese legali poi ci penso io, ve lo prometto».

Qualche giorno fa, durante un comizio in North Carolina, Trump ha spiegato che il problema dei contestatori «nei bei vecchi tempi non accadeva, perché li trattavano molto molto male. E dopo che protestavano una volta, poi non lo rifacevano così facilmente. Ma al giorno d’oggi arrivano qui, e mostrano il dito sbagliato, e se la cavano anche se uccidono qualcuno, perché siamo diventati deboli».

Venerdì scorso Trump ha difeso il fatto che alcuni sostenitori avessero picchiato i contestatori, definendo la loro reazione «molto, molto appropriata».

Sabato 12 marzo invece durante una telefonata con CNN ha detto di non avere istigato le violenze, e di non averle giustificate.

La polarizzazione 
Oltre alla retorica di Trump, è possibile che stia giocando una parte importante anche un altro fattore. Diversi esperti di politica americana sono convinti da anni che il dibattito politico si sia incattivito e radicalizzato, anche in seguito alla situazione sempre più complessa del paese dal punto di vista sociale ed economico, e che gli establishment dei rispettivi partiti abbiano cercato di inseguire le frange più radicali contribuendo a rafforzarle e legittimarle. Alcuni cambiamenti tecnologici (l’esplosione dei social network, per esempio) e politici (il gerrymandering, per esempio) avrebbero rafforzato queste tendenze, estremizzando idee e atteggiamenti di molte persone.

Sull’Atlantic, Peter Beinart ha proposto un paragone fra la situazione attuale e quella del 1968, scrivendo che oggi «gli Stati Uniti stanno andando verso uno scontro nel quale militanti di sinistra, che credono nelle azioni pratiche di disturbo come mezzo per attirare l’attenzione sulle ingiustizie, fronteggiano un candidato che intende occuparsi in maniera “forte” di queste stesse azioni di disturbo per apparire tosto». Quest’anno i gruppi che difendono i diritti dei neri hanno interrotto più volte i comizi di candidati Repubblicani e Democratici: ma i Democratici li hanno ascoltati e in larga misura hanno accolto le loro istanze, scrive Beinart, mentre i Repubblicani li hanno ignorati. «Donald Trump invece ci ha visto un’opportunità: usarli per fare il duro». Sulla stessa linea di Beinart, la storica Joanne Freeman ha spiegato al New York Times che violenze simili si svilupparono negli anni Sessanta del Novecento e attorno al 1850, quando «ciascuna fazione era convinta che quella opposta avrebbe distrutto l’America – o quella che loro credevano essere l’essenza di America – e quindi entrambe si allontanarono a vicenda».

Nonostante non siano sullo stesso piano, anche i comizi di Bernie Sanders sono pieni di riferimenti a una “rivoluzione” necessaria per raddrizzare l’economia e la società americana; e la stessa popolarità di Sanders e Trump è considerata il segnale di una forte critica verso l’establishment politico in generale – Sanders non è iscritto al Partito Democratico: si è sempre candidato da indipendente; Trump prima di quest’anno non si era mai candidato a una carica pubblica – e un atteggiamento che molti riassumono semplicemente con la parola “rabbia”. Questa settimana il Guardian ha fatto un esperimento: ha chiesto ai propri lettori che hanno intenzione di votare Sanders quanti di loro sceglierebbero Trump nel caso si arrivasse a un confronto Clinton-Trump. Hanno risposto a favore circa cinquecento persone, unite però per la maggior parte dei casi da una forte antipatia nei confronti di Hillary Clinton. Un sondaggio di NBC e del Wall Street Journal, dai risultati forse più significativi, ha scoperto che il 7 per cento degli elettori di Sanders contattati ha detto di potersi immaginare di votare per Trump; e d’altra parte fin qui alle primarie Sanders e Trump sono stati accomunati dal corposo sostegno di un gruppo demografico ben preciso: i maschi bianchi.

La teoria di Obama
Venerdì 11 marzo, parlando a una riunione del Partito Democratico, anche Barack Obama ha detto la sua sul caso Trump, fornendo un’altra spiegazione ancora. Obama ha spiegato il successo di Trump con la complicità dei dirigenti del partito Repubbicano, che per anni hanno spostato il partito a destra per opporsi a lui e a un certo punto sono stati spiazzati dall’arrivo di qualcuno che fosse in grado di spararla più grossa di loro.

Come fate a essere stupiti? Stiamo parlando di una persona che era sicura che io fossi nato in Kenya, e che non ha mollato fino alla fine. E questi stessi dirigenti del Partito Repubblicano non dicevano niente. Finché gli attacchi erano rivolti a me, allora andava bene. Pensavano fosse spassoso, volevano il suo endorsement.

Quello che sta accadendo in queste primarie è il sunto di cos’è accaduto dentro al loro partito per più di un decennio. La ragione per cui molti dei loro elettori sono sensibili a questi messaggi è che sono saturi di quelli che finora gli ha inviato il partito. In questi anni i Repubblicani hanno detto ai propri elettori che si possono dire delle cose senza rispettare i fatti, che si può ignorare ciò che la scienza dice con sicurezza, che fare compromessi significa essere dei traditori della patria, che gli altri non hanno semplicemente torto ma stanno distruggendo il paese. […] E quindi non possono essere sorpresi quando arriva uno e dice: sai che c’è, posso fare ancora meglio. Posso inventare cose ancora più fantasiose, dire cose ancora più offensive, insultare ancora più gente, essere persino più incivile.

I giornali di destra hanno costantemente foraggiato la loro base con la nozione che siamo in mezzo a un disastro, che la colpa è degli altri, che la riforma sanitaria sta polverizzando il paese. Non importa se è vero o no. […] Quindi se non ti interessano i fatti, le prove scientifiche, la civiltà, finirai per ritrovarti candidati che dicono e fanno di tutto.

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