American Psycho, 25 anni dopo

Perché è importante e perché fece scandalo il romanzo più famoso di Bret Easton Ellis, reso ancora più famoso dall’omonimo film con Christian Bale

Quando uscì American Psycho nel marzo 1991 – venticinque anni fa –, tutti lo stavano aspettando. Volevano sapere se il nuovo romanzo di Bret Easton Ellis – il terzo dopo Less than Zero e The Rules of Attraction – era davvero così scandaloso come si diceva in giro. Fu un evento annunciato, non solo per la fama e il protagonismo mondano dell’autore che allora aveva 26 anni, ma soprattutto perché qualche mese prima dell’uscita Simon & Schuster, l’editore che in un primo momento aveva acquistato i diritti, aveva annunciato la decisione di non pubblicare il libro e di rinunciare all’anticipo di 300 mila dollari già versato a Ellis.

La motivazione ufficiale parlava di «divergenze estetiche», che era un modo gentile per dire che il contenuto del libro era troppo estremo. Si dice che la decisione fu presa dopo che George Costillo, il grafico che aveva disegnato le copertine dei precedenti romanzi di Ellis, aveva rinunciato all’incarico con queste motivazioni: «Mi sento disgustato da me stesso per averlo letto». Il 16 novembre, dopo la rinuncia di Simon & Schuster, i diritti furono comprati da Vintage, casa editrice di Random House, e il 3 marzo il libro arrivò in libreria. Le polemiche furono da subito enormi, come le vendite: American Psycho non fu solo un evento letterario, ma un fatto di costume, fissò l’immagine del decennio e raccontò per la prima volta, e per sempre, la New York degli anni Novanta, il mondo della finanza e la vita dei giovani ricchi newyorkesi, il consumo sfrenato di marchi di moda, prodotti di bellezza, droga e sesso, e la fissazione per la salute e il culto ossessivo del corpo.

Che cosa racconta il romanzo

American Psycho è ambientato a Manhattan alla fine degli anni Ottanta durante il boom di Wall Street. Il protagonista è Patrick Bateman, 27 anni, un lavoro strapagato in finanza e un lussuoso appartamento nell’Upper West Side, vicino di casa di Tom Cruise (55 West 81st Street). Bateman è ossessionato dai vestiti di marca – preferibilmente italiani – e dai prodotti di bellezza, ogni mattina fa esercizi meticolosi per tenersi in forma, frequenta i locali di moda, ha una bella fidanzata e descrive ogni sua azione nei minimi particolari, con una precisione maniacale. Bateman è anche un serial killer. Ha una fidanzata, Evelyn Richards che, come lui, è ricca e di buona famiglia, ma per svagarsi uccide prostitute, barboni, chiunque gli capiti a tiro senza provare sensi di colpa ed emozioni.

Bateman è razzista e misogino, usa le donne – tranne la propria segretaria – come cose su cui sfogare una sfrenata violenza fisica e verbale che arriva fino alla tortura, alla necrofilia e al cannibalismo. Mentre mangia una delle ragazze che ha ucciso, Bateman dice: «Devo solo ricordare a me stesso che questa cosa, questa ragazza, questa carne, è niente». «Ho tutte le caratteristiche di un essere umano: sangue, carne, pelle, capelli; ma non ho una singola, chiara, identificabile emozione, a parte l’avidità e il disgusto», si descrive Bateman. Il personaggio di Bateman compare lateralmente nel precedente romanzo di Ellis, The Rules of Attraction, dove compaiono anche il padre e il fratello minore Sean, che è uno dei protagonisti. Bateman fa una breve apparizione anche in Glamorama, uno dei successivi romanzi pubblicato nel 1998, con delle «strane macchie sul bavero della sua giacca di Armani». La Pierce&Pierce, la società di investimenti finanziari per cui Bateman lavora, è ripresa invece da The Bonfire of vanities (Il falò delle vanità) di Tom Wolfe, il romanzo del 1987 che prepara, nel suo ritratto dell’avidità degli anni Ottanta, American Psycho.

Il romanzo è scritto al presente e in prima persona, una scelta narrativa che costringe il lettore a immedesimarsi nel protagonista, e a partecipare alle sue azioni, diventandone di fatto complice. A differenza di altri libri sui serial killer, American Psycho è una lunga ossessiva soggettiva della vita del protagonista dove tutto, il lusso come l’efferatezza, è descritto con la stessa meticolosa freddezza, trattando ogni azione sullo stesso piano. È questo che rende Patrick Bateman un modello, e quindi per alcuni critici pericoloso, il suo ossessivo citare marchi di lusso – giacche Armani, polo e camicie Ralph Lauren (che nomina un centinaio di volte), scarpe Ferragamo, completi Valentino, borse Bottega Veneta o Louis Vuitton, occhiali Oliver Peoples – appoggiandosi a un’estetica largamente condivisa, che il libro definisce fino al dettaglio. Patrick Bateman è una delle più potenti icone della moda degli ultimi decenni, anche grazie al film uscito nel 2000, che fu il primo a lanciare Christian Bale. Esistono decine di siti – anche di riviste importanti – che celebrano il look di Bateman nei dettagli, i vestiti che indossa, la sua dieta e i suoi esercizi mattutini per mantenersi in forma.

Come la presero i critici, e come rispose Ellis

Il successo di American Psycho che in un paio di mesi arrivò alle 100 mila copie (costava 14 euro) è un classico caso di marketing negativo. Più i critici insistevano e più il pubblico si incuriosiva, più infuriava il dibattito sulle funzioni e i limiti della narrativa. Fu oggetto di censure e di attacchi pesantissimi. Già prima dell’uscita il Time lo definì «uno sviluppo ributtante» dei lavori precedenti di Ellis. Norman Mailer su Vanity Fair parlò di «libro mostruoso». Sul New York Times nel 1991 Otto Friedrich scrisse: «Credo che questo romanzo repellente contribuirà alla violenza che affligge la nostra società, e che disonorerà chiunque tenterà di trarne profitti». Jonathan Yardley del Washington Post concludeva così la sua recensione: «Naturalmente Ellis ha ogni diritto di scriverlo e Vintage ogni diritto di pubblicarlo. Ma tutti noi abbiamo tutto il diritto di non leggerlo. Essendo uno che lo ha fatto per senso del dovere e che si sente davvero molto insudiciato per l’esperienza, posso solo insistere – non implorare – che ogni altro si rifiuti di farlo per scelta».

Tra le eccezioni – non numerose – ci fu Fay Weldon del Guardian che il 25 aprile del 1991 scrisse: «Bret Easton Ellis è davvero uno scrittore molto buono. Ci pone davanti alla perfezione. E noi non possiamo affrontarla. È un problema nostro, non suo».

In un’intervista uscita sul New York Times il 6 marzo 1991, Bret Easton Ellis provò a difendersi. Disse che non si aspettava reazioni del genere, ma che non scriveva romanzi per essere lodato o pensando al pubblico. Poi chiarì quello che ancora oggi è il senso del libro, la sua modernità e la ragione del disgusto che provoca: «Negli anni in cui ho lavorato al libro, non sapevo quanto violento sarebbe diventato. Ma mi sembrava chiaro che Bateman avrebbe descritto questi atti di violenza nello stesso tono stupido, eccessivamente dettagliato e piatto con cui descrive qualsiasi altra cosa – i suoi vestiti, i suoi pasti, i suoi esercizi di ginnastica. Mi sembrava che non dovesse vietarsi di raccontare al lettore quello che faceva quando uccideva. Per me era una scelta estetica che aveva senso. Scrivevo di una società in cui la superficie era diventata l’unica cosa. Tutto era superficie – il cibo, i vestiti – che è ciò che definisce le persone. Così ho scritto un libro che è solo azione superficiale: nessuna narratività, nessun personaggio a cui aderire, piatto, ripetitivo all’infinito. Ho usato la commedia per cogliere l’assoluta banalità della violenza di un decennio perverso».

Divieti, influenze e emulatori

Ancora prima che il libro fosse pubblicato Bret Easton Ellis – almeno così ha raccontato in un’intervista alla Paris Review – ricevette decine di lettere contenenti minacce di morte: «Alcune di queste minacce contenevano disegni del mio corpo, e le persone descrivevano come mi avrebbero torturato  e quello che avrebbero fatto al mio cadavere. Volevano farmi le stesso cose che pensavano “Io” avessi fatto alle donne in un libro che non avevano ancora letto. Ma quando il libro uscì qualche mese dopo, le polemiche terminarono. Le lamentele, le proteste e le urla su che razza di mostro potessi essere, finirono tutte. La gente finalmente lesse il libro, e capì che non erano quattrocento pagine di torture e mutilazioni, che chiedeva la morte delle donne. Era soltanto un altro romanzo noioso».

Un anno dopo la pubblicazione la fama di Bret Easton Ellis come cattivo maestro era tale che il suo nome fu escluso dalla cerimonia di apertura di Euro Disney.

In Australia e Nuova Zelanda la vendita di American Psycho fu vietata ai minori di 18 anni fino al 2000. Nello stato del Queensland veniva venduto solo nel cellophane per impedire che fosse sfogliato dai minori in libreria.

Nel 1995 una copia di American Psycho fu trovata sul comodino del serial killer e stupratore seriale canadese Paul Bernardo. Secondo l’accusa al processo – ha scritto il Toronto Star – Bernardo si vestiva come Patrick Bateman e leggeva American Psycho “come la sua Bibbia”. Il giudice LeSage non ammise il romanzo come elemento di prova, per paura che la giuria fosse influenzata dalla lettura: «È fuori questione che quello che è scritto in questo romanzo sia violento, perverso e per usare il linguaggio comune “malato”. Questo libro, se presentato o letto per intero o in parte dalla giuria avrebbe un significativo effetto pregiudiziale». Recentemente, su pressione dei familiari delle vittime, Amazon ha deciso di sospendere le vendite del libro di memorie di Bernardo.

Nel 1997 fece notizia – relativamente parlando – l’uscita di una versione ungherese di American Psycho intitolata Budapest skizo dello scrittore e traduttore ungherese Attila Hazai, che nel 2012 si sarebbe suicidato.

Nel 2000, come detto, uscì l’adattamento cinematografico di cui si parlò anche per alcuni micro tagli imposti dalla censura (in tutto 17 secondi). Due anni dopo uscì American Psycho II – regia di Morgan J. Freeman – uno spin off farlocco del romanzo, in cui Bateman muore assassinato da una baby-sitter dopo poche scene. Nel 2013 ha debuttato a Londra il musical e si è parlato del progetto di una serie tv ambientata ai giorni nostri, con Bateman cinquantenne.

Che cosa pensa Ellis di “American Pycho” venticinque anni dopo

Per Bret Easton Ellis American Psycho è un romanzo profetico sul consumismo e sul narcisismo di massa, il più completo selfie della nostra epoca. Lo ha scritto di recente in un articolo apparso su Town&Country: «Le persone sono così perse nel loro narcisismo che non sono in grado di distinguere un individuo dall’altro (e per questo Patrick se la cava nonostante i suoi crimini). È un atteggiamento che mostra quant’è cambiata poco l’America dalla fine degli anni Ottanta: molte cose sono state semplicemente amplificate e accettate. L’ossessione che ha Patrick per sé stesso, con le sue antipatie e simpatie, con la sua attenzione dettagliata e ossessiva per tutto quello possiede, indossa, mangia, guarda, ha certamente raggiunto una nuova apoteosi. Per molti versi il testo di American Psycho è la più completa serie di selfie di un uomo». L’unica differenza, scrive ancora Ellis, è che all’inizio degli anni Novanta ci si poteva ancora nascondere, mentre oggi Bateman a 52 anni «farebbe il troll sui social media usando account falsi? Si vanterebbe su Twitter dei suoi successi? Userebbe Instagram per ostentare la sua ricchezza, i suoi addominali, le sue potenziali vittime? È possibile. Negli anni ’80, ai tempi di Patrick Bateman c’era una possibilità di nascondersi che ora non c’è, viviamo in una cultura completamente esibizionista». Bret Easton Ellis ha anche spiegato che non avrebbe mai potuto scrivere il romanzo se – dopo il successo di Less than Zero e The Rules of Attraction – non avesse vissuto nello stesso mondo vuoto, superficiale e consumistico del suo personaggio.

In un articolo recente del Guardian sui 25 anni del libro, lo scrittore Irvine Welsh ha scritto che American Psycho è «un classico moderno», «uno dei due lavori di fiction sullo spirito del nostro tempo che hanno definito l’America tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo, insieme a Fight Club di Chuck Palahniuk». Per Welsh «American Psycho tiene davanti alle nostre facce uno specchio iperrealista e satirico, e il fastidioso shock che produce nel riconoscerci è proprio quel contorto riflesso di noi stessi e del mondo in cui viviamo».

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