Eni ha iniziato a estrarre petrolio nell’Artico

Con una gigantesca piattaforma petrolifera galleggiante, sfrutterà il giacimento nel Mare di Barents da 180 milioni di barili di petrolio per i prossimi 15 anni

Eni ha iniziato a estrarre petrolio in un’area priva di ghiacci al largo della Norvegia attraverso la sua piattaforma galleggiante Goliat FPSO, la prima a essere attivata così a nord nel Mare di Barents. Il progetto ha richiesto molto tempo per essere organizzato e due anni in più del previsto per essere portato a termine. È uno dei piani più importanti portati avanti da Eni negli ultimi anni per quanto riguarda l’estrazione del petrolio, materia prima la cui resa economica è diminuita sensibilmente in seguito al continuo calo del suo prezzo, un problema per tutte le più importanti aziende energetiche del mondo.

Dov’è l’area di estrazione
Il giacimento Goliat si trova nella Licenza 229 (PL 229), un’area di estrazione a 85 chilometri a nord-ovest di Hammerfest, piccola città di circa 10mila abitanti che sostiene di essere la più a nord del mondo (primato conteso da altre due città, una in Alaska e un’altra sempre in Norvegia). La licenza è stata messa a disposizione dal governo norvegese nel 1997 ed Eni ne ha ottenuto i diritti di estrazione al 65 per cento, mentre il restante 35 per cento spetta alla compagnia petrolifera nazionale norvegese Statoil Petroleum.

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Quando è grande Goliat
Secondo le stime di Eni, Goliat ha una riserva di quasi 180 milioni di barili di petrolio, cui si aggiungono 8 miliardi di metri cubi di gas. Il giacimento ha due riserve principali, chiamate Kobbe e Realgrunnen: entrambe contengono petrolio e, nella parte superiore, gas. Il primo si trova a una profondità di circa 1.800 metri, mentre il secondo è un poco più superficiale, a 1.100 metri di profondità. Goliat sarà attivo per 15 anni e a piena capacità permetterà di estrarre 100mila barili di petrolio al giorno, 65mila dei quali saranno di Eni.

Goliat FPSO
Il vero nome della piattaforma galleggiante di Eni è formalmente Sevan 1000 FPSO: è stata costruita dall’azienda norvegese Sevan Marine, specializzata proprio nella realizzazione di piattaforme per l’estrazione in mare di petrolio e gas. È stata costruita nel cantiere marittimo Hyundai di Ulsan in Corea del Sud e varata alla fine del 2014 con una serie di test condotti nei mesi successivi in mare. Nel febbraio del 2015 la piattaforma ha iniziato il suo lungo viaggio di 29mila chilometri per raggiungere il Mare di Barents, durato 63 giorni. Goliat FPSO, la sigla sta per Floating Production Storage and Offloading Unit, è facilmente distinguibile rispetto alle altre piattaforme: non solo per le sue dimensioni, ma per la sua forma cilindrica che contribuisce a renderla più stabile e adatta a un ambiente estremo come quello dell’Artico con forti correnti marine e venti con raffiche oltre i 140 chilometri orari. La piattaforma raggiunge una larghezza massima di 112 metri e sovrasta un grande cilindro di 90 metri di diametro a contatto con l’acqua. Goliat FPSO può ospitare fino a 120 persone e ha una capacità di un milione di barili di petrolio.

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Estrazione
In un certo senso la piattaforma galleggiante può essere considerata un grande calamaro: la parte emersa è la testa, mentre l’intricata rete di condutture sottomarine sono i suoi tentacoli. Le tubature raggiungono 22 pozzi (17 già completati) che mettono in contatto Goliat FPSO con il giacimento: 12 servono per l’estrazione del petrolio, 7 sono utilizzati per iniettare acqua nel giacimento e altri 3 per iniettare il gas. Acqua e gas, ottenuto da Goliat stesso, servono per mantenere il giacimento alla pressione necessaria per estrarre il petrolio.

Ambiente
Le preoccupazioni da parte delle associazioni ambientaliste sulle piattaforme petrolifere ci sono sempre, ma ce ne sono ancora di più se si tratta di estrarre petrolio in un ecosistema molto delicato e incontaminato come quello dell’Artico, come nel caso di Goliat. Per questo motivo Eni dice di avere progettato sistemi di sicurezza di nuova generazione, seguendo le richieste del governo norvegese che impone regole molto severe sulla preservazione degli ecosistemi marini e sul basso impatto ambientale dell’attività estrattiva.

A differenza di altre piattaforme, che utilizzano solo grandi generatori per produrre energia elettrica direttamente a bordo, Goliat FPSO avrà un sistema ibrido di alimentazione grazie a un cavo sottomarino (il più lungo al mondo di questo genere) che servirà per inviare corrente elettrica dalla costa. Questa soluzione, dice Eni, consentirà di ridurre le emissioni di anidride carbonica della piattaforma del 50 per cento, rispetto ai sistemi tradizionali. I gas estratti dal giacimento, inoltre, saranno reiniettati nei pozzi e non bruciati come avviene di solito. Ogni pozzo ha inoltre sistemi di monitoraggio per rilevare in tempi rapidi eventuali perdite, in modo da intervenire tempestivamente per ridurre i pericoli per l’ambiente.

Eni e Statoil hanno una collaborazione che ha portato all’avvio di 30 progetti di ricerca e sviluppo per tenere sotto controllo l’ambiente, con soluzioni e sperimentazioni da diversi milioni di euro. L’attenzione da parte delle due aziende è anche una questione di immagine: dimostrare uno sfruttamento sostenibile e responsabile del giacimento è essenziale per i loro interessi, considerate le numerose attività estrattive in altre parti del mondo.

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