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A che punto è il caso Regeni

Le indagini continuano ad andare a rilento e ci sono nuove divergenze tra la ricostruzione degli investigatori italiani e quella delle autorità egiziane, a partire dall'autopsia

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Da oltre un mese la procura di Roma sta indagando sulla morte di Giulio Regeni, il ragazzo italiano scomparso al Cairo il 25 gennaio scorso e trovato morto il 3 febbraio a lato di una strada della capitale egiziana. Le indagini stanno andando molto a rilento soprattutto per la scarsa collaborazione delle autorità giudiziarie e militari egiziane, che più che fornire nuovi elementi sembrano voler depistare gli investigatori italiani. L’ultimo punto su cui sono emerse delle nette divergenze ha riguardato i risultati dell’autopsia sul corpo di Regeni, ma nel corso delle ultime settimane ci sono state anche nuove rivelazioni sul lavoro svolto dallo stesso Regeni al Cairo e apparenti omissioni di fatti importati nei documenti ufficiali diffusi delle autorità egiziane.

L’autopsia
Martedì la procura del Cairo ha detto che tutte le lesioni riscontrate sul corpo di Regeni sono state inflitte tra le dieci e le quattordici ore prima della sua morte. Le autorità egiziane hanno anche detto che molte delle lesioni riscontrate sul corpo di Regeni – come i tagli alle orecchie e la rimozione delle unghie – non sono state dovute a torture, ma alla prima autopsia eseguita in Egitto. Secondo le indagini portate avanti dagli italiani, le cose sono andate diversamente. La procura di Roma sostiene per esempio che Regeni sia stato torturato per diversi giorni prima di essere ucciso (tra i cinque e i sette giorni, a intervalli regolari).

Le due autopsie divergono anche sulla causa della morte. Gli egiziani sostengono che Regeni sia morto a causa di un colpo alla testa che gli avrebbe provocato un edema cerebrale: si tratta di una conclusione compatibile con un incidente stradale, la ricostruzione su cui gli egiziani hanno insistito per diverso tempo. Gli italiani sostengono invece che la causa della morte sia stata la rottura della prima vertebra cervicale, compatibile – scrive Repubblica – con «una spaventosa torsione del collo».

La storia della perquisizione a casa di Regeni
Carlo Bonini e Giuliano Foschini, inviati da Repubblica al Cairo, hanno messo in dubbio alcune delle conclusioni contenute nei verbali degli interrogatori eseguiti ai condomini del palazzo dove abitava Regeni. Stando ai verbali ufficiali, nessun reparto delle forze di sicurezza egiziane aveva perquisito casa di Regeni o fatto domande ai condomini prima del 25 gennaio: in pratica non c’era stato alcun episodio precedente che potesse dimostrare che Regeni fosse tenuto d’occhio dalla polizia o dai servizi segreti egiziani. È un punto importante perché nelle ultime settimane si è parlato molto di un possibile coinvolgimento di qualche reparto di sicurezza egiziano nella scomparsa e nella morte di Regeni. Bonini e Foschini hanno scritto però che due diverse fonti, che non erano ancora state sentite e sono rimaste anonime, hanno confermato che alcuni agenti di polizia erano andati a casa di Regeni un mese prima della sua scomparsa, a dicembre, senza trovarlo. Non è la prima volta che si parla di una perquisizione precedente a casa di Regeni al Cairo, ma finora questo episodio non ha trovato riscontri ufficiali.

L’amico di Giulio Regeni
Nelle ultime settimane si è parlato anche molto di un ragazzo italiano che insieme a Regeni aveva scritto un articolo sui sindacati egiziani, pubblicato sul Manifesto dopo la morte di Regeni e con solo la sua firma (l’altro nome, ha detto il Manifesto, è stato omesso per ragioni di sicurezza e prudenza). L’amico è stato riportato in Italia l’8 febbraio e sentito dagli investigatori italiani. Tra le altre cose, ha raccontato di un episodio accaduto l’11 dicembre e di cui si è occupata parecchio anche la stampa italiana. Quel giorno lui e Regeni parteciparono a un’assemblea di un’organizzazione non governativa sui sindacati indipendenti egiziani: non era un’iniziativa “segreta” e Regeni voleva partecipare per raccogliere materiale per il suo dottorato di ricerca. L’amico ha raccontato agli investigatori italiani che a quella riunione c’era una ragazza egiziana che fece delle fotografie con il telefonino a Regeni, e che lui e Regeni parlarono a lungo di quell’episodio, che a suo dire li inquietò.

Le altre cose
Al di là delle ultime novità, le indagini svolte dalle autorità egiziane sulla morte di Regeni hanno provocato perplessità fin da subito. Per esempio uno dei funzionari egiziani coinvolti nelle indagini, il maggior generale Khaled Shalaby, era stato condannato nel 2003 a un anno di carcere con le accuse di sequestro di persona, tortura e omicidio di un uomo egiziano, oltre che di falsificazione di documenti ufficiali. Shalaby è il funzionario che aveva sostenuto subito dopo il ritrovamento del corpo che Regeni fosse morto a causa di un incidente stradale. Le autorità egiziane sono state molto criticate anche per non avere avvisato tempestivamente quelle italiane di quanto era successo. Per esempio la sera del 3 febbraio, il giorno del ritrovamento del corpo di Regeni, l’amico di Regeni fu convocato a un commissariato di polizia per alcune domande: insieme a lui furono sentite altre persone vicine a Regeni, senza però che fosse avvisato l’ambasciatore italiano al Cairo, che aveva denunciato la scomparsa di Regeni il 26 febbraio.

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