• Moda
  • martedì 8 marzo 2016

Perché certi vestiti sembrano assurdi?

di Robin Givhan – Washington Post

Perché la moda è fatta così: non crea solo abiti e tendenze, è una forma d'arte che provoca una reazione emotiva e spinge a chiederci chi siamo

La sfilata di Comme Des Garcons, Parigi, 5 marzo 2016. (MARTIN BUREAU/AFP/Getty Images)

La stilista giapponese Rei Kawakubo ha aperto la sfilata per l’autunno 2016 di Comme des Garcons, la sua casa di moda, con una modella vestita da balze sovrapposte di broccato a fiori che potrebbe fare da tappezzeria in un boudoir reale. Il tessuto era abbastanza corposo da mantenere una forma, fatta di anelli multipli e petali, e quest’accozzaglia improbabile era tenuta insieme da chiodini argentati. La testa della modella era coperta da una parrucca conica nera. Avanzava lentamente sulla passerella sopraelevata su un paio di slip-on peluginose.

Poi sono arrivate altre modelle. Erano infagottate in giganti sacchi fucsia e imbottiti di ciuffi di pelliccia straripante. Erano incassate in montagne di rosa acceso, o qualcosa del genere. A volte la parte inferiore del corpo occupava tutta la larghezza della passerella a causa dei panier esagerati (le imbottiture ai lati delle gonne), altre volte le gambe erano ricoperte da cinghie che schermavano e proteggevano le ginocchia.

Le donne sembravano creature di un’altra epoca: Maria Antonietta immaginata da un bambino nel bel mezzo di un’ossessione di principesse e rosa. Ma sembravano anche meccanizzate, come un residuo robotico di un’epoca industriale, quando gli operai brandivano chiavi inglesi anziché codici informatici. Nell’insieme tutto era strampalato e imperscrutabile. Era bizzarro. Era la moda. E ha fatto impazzire tutti.

In seguito, Kawakubo ha spiegato la sfilata con una manciata di parole: «Punk da XVIII secolo. Il XVIII secolo era un’epoca di cambiamenti e rivoluzioni. È come immagino i punk, se fossero vissuti in quel secolo». Bene, ok. Guardando con più attenzione, i capelli erano una sorta di mohawk travestito da parrucca incipriata. Quelle poche parole di spiegazione sono solo un punto di partenza. Permettono di capire un po’ dall’interno la sua immaginazione e da dove è scaturita la collezione.

Per chi la guarda dal di fuori, è un invito a esplorare i modi in cui l’estetica si evolve e cambia nel tempo, a partire dalla geografia e dalla cultura. In che modo gli abiti modificano le nostre percezioni? Come ci serviamo degli abiti per mostrare le nostre intenzioni? E se Kawakubo avesse immaginato il look dei punk – questi giovani indipendenti e sovversivi – in Senegal? O in Messico? Come sarebbero stati negli anni Venti? Come sarà l’instantanea di un look sovversivo tra 50 anni?

La moda bizzarra, la moda sconcertante è piena di idee che entrano sottopelle e spostano il nostro modo di pensare in modi impercettibili ma profondi. O per lo meno ci prova.

La cosa più semplice che la moda possa fare è vestirci per un’occasione e dare vita a una tendenza. Scarpe in pelliccia! Stampe leopardate! Rosa! Il compito più difficile è spingerci a cambiare il modo in cui pensiamo alla nostra cultura e a noi stessi. Kawakubo ha ribadito che una donna può scegliere una silhouette a clessidra e definirsi comunque femminista e indipendente. Ma le persone sembrano più turbate dalle modelle arrotondate di Kawakubo che da una stretta in un corsetto con una gonna tagliata fino al sedere. Il lavoro di Kawakubo ci spinge a pensare al modo in cui gli abiti devono caderci sul corpo. Non devono seguire direttamente la linea del corpo, ma possono disegnarne una opposta. Un orlo non deve essere perfettamente rifinito. I vestiti non devono essere impeccabili o fatti di tessuti preziosi per avere valore, per essere considerati belli. E in questo modo, Kawakubo ci ha spinti anche ad allargare il nostro concetto di bellezza.

Il collettivo Vetements – da dove viene anche Demna Gvasalia, il nuovo direttore creativo di Balenciaga – è conosciuto per accendere un riflettore sui vestiti più banali ed essenziali: felpe, uniformi da lavoro, camicie. Vetements non cerca di elevare questi capi, i tessuti non sono favolosi, onestamente. Si limita a dire: perché non possono diventare alla moda ed essere desiderati semplicemente per come sono?

La moda stravagante è soltanto la moda che lotta per essere presa sul serio come forma d’arte? Forse sì, se per arte intendiamo un’espressione di creatività che vuole provocare una risposta emotiva. Ma la moda non è come la pittura, o la scultura, o il balletto. La moda è una merce, deve essere indossata, deve vivere fuori da una galleria o un teatro. Questo è il punto: non dev’essere per forza indossata da tutti. Non deve essere appropriata per l’ufficio o il centro commerciale o la cena di stato alla Casa Bianca. A voi e ai vostri vicini non deve piacere per forza. Il punto è che abbiate una reazione.

Lo stilista giapponese Junya Watanabe ha esplorato la geometria, giocato con i cerchi e costruito capi di abbigliamento con un tessuto industriale solitamente utilizzato per gli interni delle macchine. Non diversificando il mondo delle persone e quello dell’industria, Watanave ha sottolineato che quei mondi non sono così terribilmente lontani. Le nostre vite sono diventate qualcosa di meccanico, ultra-programmato e digitalizzato. Non ci consideriamo nemmeno presenti a una cena o una festa finché non ne abbiamo creato una registrazione digitale. Siamo separati da un computer o ne siamo un’estensione, come parte di un codice binario?

Rick Owens utilizza la moda come un modo di esprimere le preoccupazioni sociali e culturali che lo tormentano. In passato ha espresso la sua convinzione che la diversità faccia paura, così come la possibilità che le donne siano essere semplicemente se stesse piuttosto che una versione imposta dalla società.

Le sue modelle hanno sfilato in una vasta grotta artificiale con addosso vestiti drappeggiati attorno al corpo. Sembravano belle e selvagge. Non c’era niente di troppo preciso e consapevole nei suoi abiti: avvolgevano e fluivano. E i capelli delle modelle erano crespi, ribelli e indomiti. Sembravano apparizioni da un altro mondo. E come vi fa sentire? Se li trovate poco attraenti è perché vi è stato insegnato che i capelli siano accettabili sono in un certo modo?

La moda stravagante, se le date il tempo, può farvi frullare in testa molta curiosità. Può obbligarvi a cercare risposte a domande che prima non vi eravate fatti. A volte la moda è eccentrica per puro piacere. È leggera e divertente, romantica e capricciosa. Ci riporta a quei giorni delle elementari quando ancora non eravamo appesantiti dalla paura di essere giudicati e dal bisogno di adeguarci a uno standard. Ci riporta indietro a quando volevamo indossare solo quello che ci dava gioia. Forse mescolavamo i pois e le righe, il porpora e l’arancione soltanto perché quegli accostamenti ci facevano ridere.

John Galliano scrive una favola per adulti a Maison Margiela, dove i suoi vestiti si scontrano in modi fantastici: il punto non è scavare in profondità ma è semplicemente lasciare che l’accozzaglia di stile militare, western, rococò, barocco, e l’intera gamma di svolazzi eccentrici elettrizzi ogni centro del piacere, nel mondo in cui una maglietta bianca non farà mai.

Le cinturone, i platform heels, gli stivali colorati, le ali di ragnatela sono il risultato di un’immaginazione lasciata libera. È la moda che diventa realismo magico.

Se la moda vi fa ridere, bene. Significa che è riuscita a muovervi qualcosa dentro. Significa che ha catturato la vostra attenzione. Ora, pensate a perché avete riso. Chiedetevi perché. Chiedetevelo di nuovo. È il punto di partenza di una riflessione.

(© Washington Post)

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