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Un tribunale ha dato ragione ad Apple su un iPhone da sbloccare

A New York un giudice federale ha respinto le richieste del governo di accedere a un iPhone, in un caso simile a quello molto discusso di San Bernardino

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L'Apple Store sulla 5th Avenue a New York, Stati Uniti (John Moore/Getty Images)

Ieri un tribunale federale di New York ha respinto la richiesta del governo degli Stati Uniti di ottenere un’ordinanza per imporre ad Apple di estrarre i dati da un iPhone, ritenuto importante per alcune indagini, bloccato da una password che rende inaccessibili le informazioni al suo interno. Il caso giudiziario è slegato da quello dell’iPhone della strage di San Bernardino, in California, ma potrebbe influenzare le prossime decisioni dei magistrati che se ne stanno occupando e che devono decidere se obbligare o meno Apple a fornire un accesso secondario all’iPhone di uno dei due terroristi, come richiesto dall’FBI.

La nuova sentenza
Nella sentenza di lunedì 29 febbraio, lunga una cinquantina di pagine, il giudice James Orenstein dell’Eastern District di New York scrive che la richiesta del governo faceva un uso sproporzionato e non ammissibile dell’All Writs Act, una legge in vigore dal 1789 secondo cui i tribunali possono imporre particolari ordini su temi non coperti da specifiche leggi. Negli ultimi anni attraverso agenzie e uffici, come l’FBI, il governo degli Stati Uniti ha spesso fatto ricorso a questa legge vecchia di oltre due secoli per ottenere dati di vario tipo, conservati su smartphone, computer e online sui servizi cloud. Secondo Orenstein l’utilizzo dell’All Writs Act è talmente esteso, da parte del governo, da porre diversi dubbi sulla sua costituzionalità.

Il caso giudiziario risale allo scorso ottobre, quando gli agenti federali chiesero al tribunale di sbloccare un iPhone 5s, trovato nell’ambito di una indagine iniziata nel 2014 sullo spaccio di droga. All’epoca, Orenstein scrisse una relazione preliminare in cui spiegò che il governo stava facendo un uso improprio dell’All Writs Act. Come richiesto, Apple diede il proprio parere concordando con quanto segnalato dal giudice aggiungendo che la vicenda rischiava di “macchiare in modo sostanziale il marchio Apple”. Gli avvocati dell’azienda dissero anche che ci sarebbero state conseguenze economiche, oltre ai costi pratici per l’estrazione dei dati. La procura, che curava gli interessi degli agenti federali, disse invece che si trattava di un normale mandato di perquisizione, come molti altri già accettati da Apple in passato per collaborare a delle indagini.

CALEA
In seguito, nel corso di un’udienza, Orenstein disse agli avvocati di Apple di essere rimasto sorpreso dalla nuova strategia dell’azienda, considerato che in precedenza la società aveva collaborato in almeno 70 casi per estrarre dati utili per le indagini delle autorità. Alla fine il giudice ha comunque ritenuto valide le obiezioni di Apple: nella sua sentenza spiega che il governo non può chiedere qualsiasi cosa sulla base dell’All Writs Act solamente perché il Communications Assistance for Law Enforcement Act (CALEA) non comprende aziende che forniscono servizi online come Apple. Il CALEA stabilisce il modo in cui le società di telecomunicazioni devono collaborare con la giustizia, fornendo per esempio tabulati e altri informazioni, ma non è stato mai aggiornato dal Congresso per comprendere le aziende che offrono servizi su Internet.

Su questo punto si sta concentrando Apple per il caso dell’iPhone di San Bernardino, chiedendo che la discussione sia spostata dalle aule di tribunale a una commissione apposita del Congresso, in cui discutere se e come estendere il CALEA per includere le aziende di Internet. Da un punto di vista strettamente legale la vicenda di New York non avrà comunque effetti diretti su quella di San Bernardino, hanno spiegato diversi esperti legali. La decisione del giudice Orenstein fornisce comunque qualche elemento in più agli avvocati di Apple, che nelle prossime settimane dovranno motivare in modo più esteso l’obiezione all’ordinanza per fornire un accesso secondario all’iPhone 5c trovato nelle indagini sulla strage.

Il caso di San Bernardino
Nella mozione contro l’ordinanza relativa all’iPhone di San Bernardino, i legali di Apple hanno scritto che: «Non si tratta di un caso isolato di un iPhone. Piuttosto, questo è un caso sul Dipartimento di Giustizia (DOJ) e sull’FBI che stanno cercando di avere, attraverso i tribunali, un potere pericoloso che il Congresso e il popolo americano hanno finora negato: la possibilità di obbligare aziende come Apple a mettere a rischio la sicurezza e la privacy di centinaia di milioni di individui in tutto il mondo”. Il documento ricorda che nel 2015 il Congresso non è riuscito ad approvare una serie di aggiornamenti al CALEA, di conseguenza, avendo lasciato la legge così com’è, Congresso e governo non hanno dato i poteri aggiuntivi che ora l’FBI cerca di attribuirsi tramite i tribunali.

L’FBI ha già ottenuto da Apple i backup che l’iPhone 5c fa automaticamente online tramite il servizio iCloud, ma ha scoperto che non sono recenti abbastanza per ottenere informazioni sulle attività dei terroristi nelle settimane precedenti all’attacco. Gli agenti hanno quindi chiesto a Apple – tramite l’ordinanza di un giudice – di creare una versione modificata ad hoc del suo sistema operativo iOS da installare su quel telefono, in modo da fornire un accesso secondario agli investigatori e permettere loro di ottenere i dati più recenti dall’iPhone, che sono criptati. Apple si è opposta, dicendo che una soluzione di questo tipo creerebbe un precedente molto pericoloso, perché l’FBI potrebbe accedere a qualsiasi altro iPhone in suo possesso e che una modifica di questo tipo a iOS sarebbe tecnicamente molto difficile. Il CEO Tim Cook ha spiegato le motivazioni dell’azienda in una lunga lettera, che ha ricevuto il sostegno di molte grandi aziende statunitensi del web – come Facebook e Google – e che ha aperto un dibattito molto ampio sul delicatissimo tema della tutela dei dati online.

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