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  • domenica 28 febbraio 2016

Africa e democrazia, una vecchia storia

di Michael Cohen e David Malingha Doya - Bloomberg

Il Washington Post sui capi di stato africani che rimangono al potere per decenni: c'entrano la Cina e il senso di impunità

Il presidente ruandese Paul Kagame (CYRIL NDEGEYA/AFP/Getty Images)

Mentre nel 1998 si trovava in visita in Africa, l’allora presidente statunitense Bill Clinton lodò «la nuova generazione di leader» promotori del «rinascimento africano» all’orizzonte. Yoweri Museveni – eletto due anni prima presidente dell’Uganda, dopo essere stato per un decennio a capo del governo militare del paese – era uno di questi leader. Museveni, che oggi ha 71 anni, è di nuovo candidato alla presidenza dell’Uganda, dopo aver abolito il limite di mandati presidenziali. Definisce come “sue” le riserve di petrolio del paese, ha indetto una festa nazionale per celebrare il giorno in cui ha preso il potere con un colpo di stato trent’anni fa ed è stato rieletto con facilità per un quinto mandato alle recenti elezioni del 18 febbraio.

Negli ultimi mesi anche i leader storici in Ruanda, Repubblica del Congo e Gibuti si sono dimostrati determinati a mantenere il potere, e sono tutti favoriti alle elezioni che si terranno quest’anno o nel 2017. L’anno scorso, a seguito della rielezione del presidente del Burundi Pierre Nkurunziza per il terzo mandato, le violenze nel paese hanno provocato oltre 440 morti, spingendo un altro presidente americano a mandare un messaggio decisamente più severo. «Quando un presidente cambia le regole del gioco nel mezzo di una partita solo per rimanere in carica, si rischiano instabilità e conflitti, come abbiamo visto in Burundi», ha detto Barack Obama lo scorso luglio al vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, in Etiopia. «A volte alcuni leader sostengono di essere l’unica persona in grado di tenere unita la nazione. Se fosse vero, allora quel leader non è riuscito a costruire davvero la sua nazione».

Obama non si riferiva solo al Burundi. Quindici leader dei 48 paesi africani in cui si svolgono regolarmente elezioni hanno governato per più di due mandati, o sono intenzionati a farlo. Secondo uno studio pubblicato a ottobre dalla fondazione del miliardario sudanese Mo Ibrahim, dopo nove anni di miglioramenti, i progressi nella governance africana sono fermi dal 2008. Il rapporto sostiene che tra il 2011 e il 2014 gli standard siano peggiorati in 21 paesi. John Akokpari, professore di relazioni internazionali alla University of Cape Town, ha detto che l’interesse della Cina verso il continente ha fatto sì che ci fosse meno pressione per rispettare le norme democratiche, dal momento che i leader africani possono ottenere investimenti e finanziamenti in ogni caso. «I paesi pensano che non verranno sanzionati e che non ci perderanno granché», ha raccontato Akokpari. «L’iniziale slancio di euforia per la democrazia degli anni Novanta sta scemando».

Ai disordini a livello politico si aggiungono poi le difficoltà economiche, in un continente che deve ancora riprendersi dalla crisi dei prezzi delle materie prime. L’anno scorso gli investimenti diretti in Africa sono calati del 31 per cento raggiungendo quota 38 miliardi di dollari, secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo. Il clima politico instabile è stato indicato come il maggior deterrente per gli investimenti dai 501 dirigenti interpellati dalla società di contabilità EY per il suo sondaggio sull’attrattività dell’Africa.

Progressi democratici
Negli anni Novanta, l’Africa aveva fatto passi in avanti verso la democrazia: in Zambia c’era stato il primo cambio di governo democratico, la guerra civile in Mozambico era finita e il Sudafrica era riuscito a porre fine all’apartheid in modo pacifico. In Zaire il dittatore Mobutu Sese Seko era stato rimosso dalla guida del paese che sarebbe diventato poi la Repubblica Democratica del Congo, mentre Ghana e Nigeria si erano convertite alla democrazia.

Lo scorso aprile, più recentemente, Muhammadu Buhari è riuscito a strappare democraticamente la presidenza della Nigeria dalle mani di Goodluck Jonathan, il primo caso di presidente in carica non rieletto dall’indipendenza del paese nel 1960. Sei mesi prima le proteste di massa in Burkina Faso avevano costretto Blaise Compaore a lasciare il potere dopo 27 anni. Tuttavia la Ibrahim Foundation, che offre un sostanzioso premio annuale agli ex leader africani che si sono distinti per aver migliorato la vita della popolazione durante il loro mandato, dal 2007 ha selezionato solo cinque vincitori.

Segnale d’allarme
«Alcuni dei paesi chiave sembrano vacillare», ha detto l’anno scorso Ibrahim, in occasione della pubblicazione dello studio sulla governance. «È un segnale d’allarme per tutti noi».

I partiti di opposizione ugandesi hanno guidato le proteste contro il governo, accusando Museveni di persecuzione e abuso di risorse statali. Nonostante le smentite di Museveni, secondo un rapporto del 10 gennaio di Human Rights Watch il voto potrebbe non essere credibile a causa delle persecuzioni ai gruppi per i diritti civili e i media. Il mese scorso, durante la campagna elettorale, Museveni ha rivendicato l’importanza del suo ruolo per il maggiore accesso all’assistenza sanitaria, all’acqua e all’elettricità, e ha detto che la sua permanenza prolungata al potere dimostrerebbe che è l’uomo migliore per l’incarico. La sua portavoce, Lindah Nabusayi, non risponde al telefono né alle richieste di commenti. Anche nel vicino Ruanda ci sono state alcune dimostrazioni di dissenso, dopo che l’anno scorso oltre il 98 per cento della popolazione aveva votato a favore di una modifica costituzionale per estendere il limite di mandati in un referendum, permettendo così al presidente Paul Kagame, 58 anni, di correre per un terzo mandato l’anno prossimo.

Limiti di mandato
«Ci sono paesi in cui i limiti ai mandati vengono rispettati, e l’unico risultato è il totale caos in cui si trovano», ha detto Kagame in un’intervista pubblicata lo scorso luglio dal quotidiano di Nairobi The East African. Il Ruanda rimane un paese molto amato dagli investitori internazionali. Da quando Kagame è salito al potere nel 2000 – dopo aver guidato l’esercito di ribelli che ha posto fine al genocidio del 1994 – l’economia del paese è cresciuta in media del 7,6 per cento l’anno. Secondo la Banca Mondiale, il Ruanda è uno dei paesi in cui è più facile fare investimenti.

Il legame tra leader al potere da decenni e capacità di crescita economica e attrazione di investimenti può dipendere dalla singola persona, sostiene Aubrey Hruby, fondatrice di Africa Expert Network, una società che fornisce consulenza per chi vuole fare impresa nel continente. «Alcune aziende considerano in modo positivo la continuità al potere, perché significa che ci sarà continuità anche a livello normativo e prevedibilità», ha detto Hruby da Washington. «Il Ruanda ne è un esempio».

Corruzione
Molti dei leader africani più attaccati al potere non hanno raggiunto grandi risultati in materia di lotta alla corruzione, promozione dello sviluppo e diritti civili. L’Uganda è 139esimo su 168 paesi nell’Indice di percezione della corruzione del 2015 di Transparency International. L’Angola è 163esimo, mentre Zimbabwe e Burundi sono entrambe alla 150esima posizione. L’eccezione è l’Uganda, che si trova al 44esimo posto.

Per Yolande Bouka, ricercatrice di Nairobi per l’Institute for Securities Studies, i grandi potenti dell’Africa rimangono incollati al potere alle spese dei propri paesi. «Le frizioni e l’instabilità sono causati dalla riluttanza di questi uomini alla successione», ha scritto Bouka in un’email. I leader che concentrano su di sé il potere hanno spesso «un passato di violazioni dei diritti umani, e in un periodo elettorale la repressione si inasprisce per mantenere il potere nella mani di pochi».

© 2016 – Bloomberg

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