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Cosa pensa di “Spotlight” il vero direttore del Boston Globe

di Martin Baron – Washington Post

A Martin Baron è piaciuto molto il film, che è accurato e sincero e che ha aiutato molti giornalisti ad essere orgogliosi del loro lavoro

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L'allora direttore del Boston Globe Martin Baron con alcuni giornalisti della redazione dopo l'assegnazione del premio Pulitzer al giornale (Charles Krupa/Associated Press)

L’autore di quest’articolo è Martin Baron, direttore esecutivo del Washington Post dal 2013 ed ex direttore del Boston Globe all’epoca dell’inchiesta sui preti pedofili di Boston da cui è tratto “Il caso Spotlight”

Di solito cerco di seguire con attenzione la cerimonia degli Oscar – o almeno di rimanere sveglio – senza riuscirci. Domenica prossima però lo sforzo sarà compensato da un ovvio interesse personale. E poi sarò seduto al Dolby Theatre di Los Angeles, dove si terrà la cerimonia.

Il caso Spotlight ha portato al cinema i primi sei mesi dell’indagine del Boston Globe che nel 2002 ha reso pubblici gli abusi sessuali seriali di alcuni preti dell’arcidiocesi di Boston, occultati per decenni. Liev Schreiber interpreta la mia parte: il nuovo direttore del Boston Globe che ha dato il via all’indagine. Nel film sono un personaggio imperturbabile, senza senso dell’umorismo e un po’ burbero che molti colleghi hanno riconosciuto immediatamente («Sei tu!»), ma non del tutto familiare per i miei amici più stretti. Lo scandalo svelato dai giornalisti investigativi del Boston Globe finì per assumere una portata globale. Quattordici anni dopo, la Chiesa cattolica, come è giusto che sia, sta ancora rispondendo del modo in cui ha tenuto segreti reati così gravi e di tale portata e dell’adeguatezza delle sue riforme. Il film è stato nominato a sei Oscar, tra cui quello per il miglior film. E – al diavolo l’obiettività giornalistica – spero li vinca tutti quanti. Mi sento in debito verso tutte le persone che hanno lavorato al film, che racconta con incredibile autenticità come il giornalismo viene fatto, e spiega tra le righe perché è necessario. Domenica verranno assegnati dei premi, ma per me la vera ricompensa saranno le gratificazioni che verranno da questo film, e che ci vorrà tempo per osservare.

Le gratificazioni arriveranno se il film funzionerà sul mondo del giornalismo, perché i proprietari, gli editori e i direttori dei giornali tornino a dedicarsi al giornalismo investigativo; sul pubblico scettico, perché i cittadini riconoscano la necessità di un’attività giornalistica locale energica e di organizzazioni giornalistiche forti. E su tutti noi, rendendoci più disponibili a dare ascolto a chi non ha potere e troppo spesso neanche voce, come le vittime di abusi sessuali o di altro tipo.

Al di là del successo di critica, Il caso Spotlight ha già raggiunto un risultato importante: attraverso email, tweet e post su Facebook, molti giornalisti si sono detti ispirati, rinfrancati, e legittimati dal film. Non esistono questioni poco importanti in questa professione così ammaccata. Abbiamo subito i traumatizzanti effetti finanziari causati dalla diffusione internet, e siamo stati criticati da praticamente chiunque, soprattutto da politici in campagna elettorale che ci hanno definito come «feccia». Un giornalista mi ha scritto che «la storia che ha ispirato il film è un fantastico promemoria del perché molti di noi hanno iniziato a fare giornalismo e perché hanno continuato a farlo nonostante i momenti difficili e i colpi subiti durante il percorso». Un altro giornalista di un’importante testata americana ha detto di essere andato al cinema con tutta la famiglia e che i suoi figli «all’improvviso pensano che io sia figo». La reazione di alcuni editori è stata particolarmente rincuorante: un editore in California ha affittato un intero cinema per far vedere il cinema a tutti i dipendenti del giornale. Un altro mi ha scritto su Facebook: «Tu e la squadra di Spotlight mi avete ridato l’energia per trovare un modello di business che sostenga questa professione fondamentale». La cosa che mi ha gratificato più di tutte sono state le parole di sostegno da parte del pubblico. «Ho appena visto Il caso Spotlight», mi ha scritto una persona su Twitter, «il film mi ha ricordato quanto bene possa fare il giornalismo ostinato».

Un film non basterà a cancellare le pressioni che esistono sulla mia professione o l’ostilità di cui siamo spesso oggetto. E, in tutta onestà, non è nemmeno il motivo per cui io e cinque miei ex colleghi (Walter Robinson, Michael Rezendes, Sacha Pfeiffer, Matt Carroll e Ben Bradlee Jr) abbiamo accettato di collaborare alla realizzazione del film. Abbiamo solo pensato che fosse una storia interessante, che valeva la pena raccontare: perché non farlo quindi?

Rimasi sorpreso quando fummo contattati, e quando sette anni fa i due giovani produttori Nicole Rocklin e Blye Faust vennero da me alla redazione del Boston Globe per propormi l’idea, eravamo diffidenti. Quando opzionarono i “diritti sulle nostre vite”, che davano ai produttori del film il diritto di raccontare la nostra storia e assicuravano loro la nostra collaborazione, non mi aspettavo che il film sarebbe stato prodotto davvero, nonostante il loro impegno più totale. I due anni di silenzio e apparente inattività che seguirono sembrarono giustificare i miei dubbi. Alla fine nel 2011 la società di produzione cinematografica Anonymous Content entrò nel progetto, portando l’entusiasmo del CEO Steve Golin e del produttore Michael Sugar. Tom Mc Carthy, che fu scelto come regista, affiancò Josh Singer come sceneggiatore. La speranza che il film sarebbe stato realizzato aumentò leggermente.

Tom e Josh formarono una coppia formidabile. Tom aveva diretto Station Agent, Mosse Vincenti e L’ospite inatteso, tutti film meritatamente acclamati. Josh aveva studiato matematica ed economia a Yale, si era laureato in giurisprudenza ad Harvard, dove aveva poi completato un master in gestione aziendale, prima di lavorare come business analyst per l’importante società di consulenza McKinsey. Ovviamente decise di diventare uno sceneggiatore (Singer ha scritto la sceneggiatura di West Wing – Tutti gli uomini del presidente e di Il quinto potere). In breve tempo Tom iniziò a lavorare alla sceneggiatura con Josh, e i due iniziarono a studiare il nostro lavoro come non avevo mai visto fare a nessuno prima di allora. La loro ricerca fu impressionante: fecero un’infinità di interviste con giornalisti, avvocati, sopravvissuti, membri della società di Boston ed esperti sul tema degli abusi sessuali della Chiesa. Hanno passato al setaccio l’archivio del Boston Globe, studiato le email archiviate e migliaia di carte del tribunale. Mi hanno “estorto” tutto quello che sapevo. Josh e Tom finirono col sapere più cose di me su quanto era successo al Boston Globe. Leggendo la sceneggiatura ho scoperto delle cose nuove. Non avevo idea dei dubbi e delle resistenze di alcuni giornalisti dello staff sul proseguire l’inchiesta. Quando divenni direttore del Boston Globe non avevo fonti in redazione. E di alcune cose non fui informato neanche successivamente.

Nonostante tutto il loro lavoro, il progetto sembrava un’impresa difficile. C’erano diverse ragioni per essere pessimisti: gli abusi sessuali su bambini e adolescenti sono un tema difficile per chiunque; c’era il rischio di offendere i cattolici e la loro Chiesa; il film si basava solo sui dialoghi e i personaggi: non c’erano azione né effetti speciali, non proprio la formula preferita da Hollywood, insomma; i giornalisti non piacciono a molti, e i film sul giornalismo spesso hanno difficoltà ad attrarre pubblico. Infine, c’era un’ultima motivazione che mi convinsi avrebbe dato il colpo di grazia: i cattolici avevano un nuovo e popolare papa. Non era certo il momento giusto per un film che puntasse il dito contro la chiesa.

A riprova del fatto che non so nulla dell’industria cinematografica,le cose invece iniziarono a girare per il verso giusto. L’attore Mark Ruffalo, che ha ricevuto una nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista per la sua interpretazione di Michael Rezendes nel film, fu il primo a essere scritturato, e si ritagliò il tempo di girare Il caso Spotlight nonostante i molti film ad alto budget che aveva già in programma. Il suo entusiasmo per il progetto, stando a quanto ho sentito e letto, ha contribuito ad attrarre altri grandi attori, e consentì di trovare i soldi necessari per la produzione. Dopo anni di attesa all’improvviso le cose procedevano spedite.

Tom mi chiese se avessi potuto incontrare Liev il pomeriggio del 12 settembre 2014, e Liev stesso mi scrisse un’email. Liev disse che si aspettava di incontrare una persona non solo riservata ma anche «assolutamente imperscrutabile». Il nostro incontro durò meno di due ore, e mentre parlavamo mi resi conto che quella non era un’intervista ma una specie di sessione di osservazione psichiatrica. Se non fosse per il fatto che i risultati di quell’osservazione non erano destinati a rimanere riservati ma sarebbero stati rivelati a milioni di persone. Successivamente io e Tom ci scambiammo delle email: Tom mi chiese dell’incontro e quali fossero state le mie impressioni. Risposi che la domanda importante era come fosse andato l’incontro per Liev, e che avevo avuto la sensazione che fosse frustrato per non essere riuscito a inquadrarmi del tutto. Tom mi scrisse che Liev credeva che l’incontro fosse andato molto bene, e confermò la sua frustrazione, aggiungendo però che Liev era capace di essere perennemente frustato: era parte del suo fascino. Qualche tempo dopo Liev diede una versione diversa: si stava sforzando per capire il ruolo.

Vidi Il caso Spotlight al cinema per la prima volta in anteprima al Toronto International Film Festival il 14 settembre 2015, insieme a 2mila persone. Il film ebbe un grande impatto. Il Los Angeles Times sottolineò come dopo cinque giorni dall’inizio del festival di Toronto Il caso Spotlight fosse «l’unico film applaudito sia durante la proiezione che alla fine, durante i titoli di coda». Il pubblico continuò ad applaudire anche quando Tom chiamò gli attori sul palco. Poi Tom chiamò i giornalisti, uno per uno. Successe una cosa strana per dei giornalisti: ricevemmo una lunga standing ovation. Fu emozionante: in quel momento ripensai al lavoro di tanti anni prima che avrebbe poi portato alla realizzazione del film, a come ora il suo impatto sarebbe stato amplificato,e che il pubblico avrebbe capito perché il giornalismo era importante. Pensai anche alla singolarità della scena a cui stavo prendendo parte: un tema sconfortante come gli abusi sessuali aveva incontrato la celebrità, i paparazzi e le interviste da “red carpet”.

Quando i lavori del film erano quasi finiti, Tom mi chiese se ci fosse qualcosa che i giornalisti avrebbero potuto percepire come non autentico. Non notai niente. «Perché», gli chiesi, «è importante?». «Molto», rispose Tom. Diversi giornalisti in tutto il mondo hanno visto il film, e hanno avuto tutti la stessa reazione: il film descrive la pratica del giornalismo, e in particolare il giornalismo investigativo, in modo incredibilmente accurato.

(Una scena di “Il Caso Spotlight”)

Per quanto riguarda la mia rappresentazione nel film, dovrei davvero essere un brontolone per lamentarmene. La sceneggiatura mi rende onore, proprio come l’interpretazione sobria e sfumata di Liev Schreiber, un attore di eccezionale talento. Il film mi ha dato l’opportunità di vedere me stesso attraverso gli occhi di altre persone. Recentemente la mia ex collega al Boston Globe Sacha ha chiesto a Liev come era riuscito a cogliere la mia personalità in modo così preciso, visto il poco tempo che aveva trascorso con una persona così «emotivamente distante» e «distaccata». Alcuni dei miei amici stretti hanno detto che il film omette alcune delle mie qualità più lusinghiere. Il fatto che un’amica si sia sentita in dovere di difendermi su Facebook e sottolineare «quanto io sia di compagnia e abbia un grande senso dell’umorismo», aggiungendo che il mio personaggio «a malapena accenna un sorriso nel film, mentre nella realtà apprezza molto le battute», mi ha divertito, e ne sono riconoscente. La verità è che quei primi mesi al Boston Globe non furono un periodo facile per me. La cosa senza dubbio traspariva dal mio atteggiamento, al punto che all’epoca uno dei giornalisti del Boston Globe descrisse l’atmosfera in redazione come una «ricerca dell’eccellenza priva di gioia». Quando arrivai al giornale conoscevo solo due persone. Non conoscevo nessuno a Boston al di là di una coppia che non vedevo da anni. Ero stato etichettato come un “estraneo” e non come un “nuovo arrivato”, e le quattro persone altamente qualificate che facevano capo a me si erano candidate per il ruolo di direttore che mi era stato assegnato. In poco tempo anche l’attività giornalistica prese una piega più seria, a cominciare dall’inchiesta sulla Chiesa. Sei settimane dopo il mio arrivo ci fu l’11 settembre, e poi arrivò la minaccia dell’antrace. Fu un periodo teso per tutti, e per me fu anche solitario. Fortunatamente le cose poi migliorarono. Apprezzo molto gli undici anni e mezzo che ho passato al Boston Globe, i miei colleghi e gli amici che ho incontrato a Boston.

Nonostante molte cose siano raccontate in modo accurato, vale la pena ricordare che Il caso Spotlight è un film e non un documentario. Ricostruisce fedelmente le linee generali di come si svolse l’inchiesta del Boston Globe. Ma non è un resoconto stenografico di ogni conversazione o ogni incontro. La vita non si svolge in modo ordinato al servizio di un film di due ore dove personaggi e temi importanti devono essere presentati in modo coerente.

Per rispondere a una domanda che mi viene fatta spesso, sì: ho ricevuto il libro del catechismo dal cardinale Bernard Law quando lasciai la sua residenza. Il libro che appare nel film è lo stesso che mi diede il cardinale. Ma la scena del film è un po’ infiocchettata. La nostra conversazione girò soprattutto attorno a un argomento che entrambi sembravamo determinati a evitare: l’inchiesta del Boston Globe.

A volte mi chiedono se nel film manca qualcosa che avrei voluto invece vedere. Una riposta c’è, lo ammetto, ed è il risultato della rabbia che gli anni non sono ancora riusciti a spegnere. Parlo di un discorso del 4 novembre 2002 pronunciato da Mary Ann Glendon, una professoressa di giurisprudenza di Harvard che sarebbe poi diventata l’ambasciatrice americana in Vaticano. «Tutto quello che posso dire», dichiarò Glendon a una conferenza cattolica, «è che se il premio ha qualcosa a che vedere con correttezza e accuratezza, assegnare il Pulitzer al Boston Globe sarebbe come dare il Nobel per la pace a Osama bin Laden». Basterebbe dare un’occhiata veloce al discorso per capire molte cose sulla cultura di negazione e sprezzo che ha afflitto la chiesa prima, ma anche per molto tempo dopo la nostra inchiesta. Il lavoro del Boston Globe si è dimostrato corretto e accurato. E tardivo. Nel 2003 fu premiato con il premio Pulitzer per il pubblico servizio. Il consiglio del Pulitzer ha parlato di un «racconto coraggioso e dettagliato degli abusi sessuali commessi dai preti, un lavoro che ha fatto breccia in un muro di segretezza, suscitando reazioni a livello nazionale e internazionale e provocando cambiamenti all’interno della Chiesa cattolica romana».

Tredici anni fa ricevetti una lettera da padre Thomas P. Doyle, che aveva combattuto una battaglia solitaria all’interno della Chiesa per le vittime di abusi. «Gli abusi sessuali su bambini e giovani adulti da parte del clero cattolico e il loro occultamento», scrisse, «è stata la cosa peggiore capitata alla Chiesa cattolica da molti secoli: il tradimento più grande da parte di uomini di chiesa verso chi hanno il compito di proteggere. I bambini cattolici sono stati traditi, così come i loro genitori e amici. I preti sono stati traditi, e anche l’opinione pubblica. Quest’incubo sarebbe proseguito ancora per molto tempo se non fosse stato per lei e i giornalisti del Boston Globe. Come persona che si è impegnata profondamente nella battaglia per le vittime e i sopravvissuti per molti anni, la ringrazio con tutto me stesso. Le assicuro che quello che lei e il Boston Globe avete fatto per le vittime, la chiesa e la società non può essere misurato adeguatamente. Ha un grandissimo valore e i suoi effetti saranno percepiti per decenni». Ho tenuto la lettere di padre Doyle sulla mia scrivania fino a quando, tre anni fa, ho lasciato il Boston Globe per andare al lavorare al Washington Post. In alcuni momenti molto difficili per il Boston Globe e per me la lettera è servita a ricordarmi cosa mi aveva portato a fare il giornalista e cosa mi faceva continuare. All’epoca non c’era stato nessun film, né ci furono premi. Ma avevo già provato quel senso di gratificazione che sarebbe durato per sempre.

© 2016 – Washington Post

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