Macedonia Migrants

L’accordo dei paesi balcanici sui migranti

Prevede nuove restrizioni sugli ingressi anche senza il consenso dell'Unione Europea, i cui ministri degli Esteri si sono incontrati oggi a Bruxelles

Macedonia Migrants
(AP Photo/Boris Grdanoski)

Fra mercoledì 24 e giovedì 25 si sono tenute due importanti riunioni sulla gestione del nuovo flusso di migranti in Europa provenienti dal Medio Oriente. Mercoledì 24 febbraio i ministri degli Esteri e degli Interni di Austria, Slovenia e altri 8 paesi balcanici si sono riuniti a Vienna per discutere una strategia comune per la gestione dei migranti che percorrono la cosiddetta “rotta balcanica” dal Medio Oriente verso l’Europa occidentale. Al termine della conferenza i dieci paesi – gli altri erano Croazia, Bulgaria, Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia, Montenegro e Serbia – hanno diffuso un documento congiunto che contiene 21 punti. La Grecia, che non è stata invitata all’incontro, giovedì 25 febbraio ha richiamato il proprio ambasciatore in Austria. In generale i dieci paesi si sono accordati per inasprire i propri controlli alle frontiere con l’obbiettivo di ridurre gli arrivi in vista di un nuovo aumento del flusso, previsto dagli esperti per la primavera ed estate del 2016.

Giovedì mattina si è invece tenuto un incontro dei ministri degli Interni dell’Unione Europea a Bruxelles: al termine dell’incontro il commissario europeo per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos ha condannato le misure unilaterali prese in queste settimane dai paesi dell’Unione – come la riunione e il documento diffuso dai paesi balcanici – e ha spiegato che «nei prossimi 10 giorni abbiamo bisogno di risultati netti sul campo [per ridurre il flusso di persone], altrimenti c’è il rischio che l’intero sistema collassi».

Come siamo messi
Da giorni la situazione della rotta balcanica si è nuovamente complicata, dopo un inverno relativamente tranquillo. A metà febbraio l’Austria ha introdotto un limite giornaliero di ingressi, pari a 80 richiedenti asilo e 3200 persone che desiderano proseguire verso la Germania. La decisione dell’Austria, che all’inizio di febbraio aveva annunciato nuovi controlli alle frontiere, ha fatto scattare un immediato effetto domino – citato esplicitamente dal governo austriaco – per cui anche altri paesi balcanici hanno aumentato i controlli o stabilito criteri precisi per gli ingressi.

La settimana scorsa la Serbia ha deciso di non ammettere più nel proprio territorio cittadini afghani, che sono considerati da molti paesi “migranti economici” perché in Afghanistan – a differenza di Siria e Iraq – non è in corso una guerra civile (anche se diverse parti del paese sono di fatto controllate dai talebani). La decisione della Serbia è stata imitata dalla Macedonia, cosa che di fatto ha bloccato centinaia di migranti afghani nei campi profughi al confine fra Grecia e Macedonia. Martedì 23 la polizia greca ha interrotto con la forza una manifestazione di protesta di migranti afghani nei pressi del campo di Idomeni, vicino al confine con la Macedonia, e la situazione non si è ancora risolta (Reuters scrive inoltre che la Macedonia sta facendo passare solamente 100 persone per volta, al proprio confine greco).

Il ministro greco per le Migrazioni Yiannis Mouzalas ha detto che ad oggi complessivamente circa 12mila migranti sono bloccati in Grecia, mentre centinaia di nuove persone arrivano ogni giorno. Intanto l’Ungheria – sin da questa estate uno dei paesi più ostili all’ingresso e all’accoglienza dei migrantiha annunciato di voler tenere un referendum sul sistema di quote di richiedenti asilo approvato lo scorso autunno dall’Unione Europea (anche se ad oggi non ha ancora reso disponibile nessun posto né ha accolto alcun richiedente asilo nell’ambito del programma).

Il documento
In vari punti il documento diffuso dai governi dei paesi balcanici invita alla collaborazione e al rispetto di regole europee, come ad esempio l’obbligo di identificare tutti i migranti che entrano nel proprio territorio (cosa che diversi paesi accusano da mesi Italia e Grecia di non fare, per affrettare le procedure di passaggio). I due punti più interessanti sono il 5 e il 9. Al punto cinque i dieci paesi spiegano che «il flusso migratorio verso la rotta balcanica deve essere notevolmente ridotto», impegnandosi di fatto a prendere delle misure unilaterali per ridurre o scoraggiare il numero di ingressi, senza cioè concordarle in sede europea. Al punto nove invece viene specificato che «alle persone che viaggiano senza documenti o con documenti falsi oppure ai migranti che mentono riguardo la propria nazionalità verrà impedito l’accesso alle frontiere. Lo stesso si applica alle persone che si rifiutano di adeguarsi alle procedure di registrazione oppure a chi ha tentato di passare illegalmente il confine». Nei mesi più caotici di frequentazione della rotta balcanica, le autorità di questi paesi erano state generalmente più tollerante nei confronti di queste “irregolarità”.

E adesso?
Diversi osservatori temono che nuove misure approvate dai singoli stati o da un gruppo di essi senza l’approvazione dell’Unione Europea possa portare sostanzialmente a una maggiore confusione nella gestione del flusso, già di per sé molto complicata. Alexis Tsipras, il primo ministro della Grecia – che non è stato invitato alla riunione dei paesi balcanici – ha fatto sapere che il suo governo «non approverà un piano in cui gli oneri e le responsabilità non siano assegnate in maniera proporzionale», facendo capire che si aspetta una maggiore collaborazione a livello europeo. Non è ancora chiaro però cosa verrà fuori dalla riunione di oggi a Bruxelles, né se nuove misure verranno prese a livello europeo nel prossimo vertice con la Turchia sull’immigrazione che si terrà il 7 marzo (era programmato per la settimana scorsa, ma è stato rinviato a causa dell’attentato ad Ankara). Dall’inizio del 2016 sono arrivate via mare in Europa circa 110mila persone, quasi il decuplo di quelle che erano arrivate nello stesso periodo nel 2015.

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