tedoldi io odio john updike

Storia romana tra aspiranti scrittori

Come inizia un racconto di "Io odio John Updike", il libro di Giordano Tedoldi ristampato da minimum fax, che fu un piccolo caso quando uscì nel 2006

tedoldi io odio john updike

Minimum fax ha ripubblicato Io odio John Updike, il libro d’esordio di Giordano Tedoldi, uscito per la prima volta nel 2006 per l’editore Fazi: allora divenne un piccolo caso letterario e fu molto apprezzato da scrittori e addetti ai lavori per come descriveva, in modo realistico e grottesco, il mondo degli aspiranti scrittori e della piccola editoria romana. Tedoldi ha scritto anche il romanzo I segnalati, edito da Fazi nel 2013, e un racconto per l’antologia di Elliot Padre, pubblicata nel 2009.

Io odio John Updike è una raccolta di nove racconti indipendenti tra loro, nelle parole dello stesso Tedoldi nella prefazione «un libro frammentario, come dovrebbe essere ogni buona raccolta di racconti, a meno di non essere quel che dice o di non dire quel che è». La riedizione contiene un racconto inedito, scritto nell’ottobre del 2015.

Lo scrittore Nicola Lagioia, che dirige nichel, la collana di narrativa italiana di minimum fax, spiega che la scelta di ripubblicare questa raccolta di racconti è nata dall’esigenza di dare spazio a uno dei libri usciti negli ultimi anni che «per una ragione o per l’altra – distrazione dei media, della critica, dei librai, dei promotori, uscita nel momento sbagliato o altro infortunio editoriale, pubblico concentrato su altro, semplice sfortuna – sono stati sottratti troppo presto ai lettori che avrebbero potuto apprezzarli».

Questo è l’inizio del racconto che si intitola Wendy e io che racconta il rapporto tra un aspirante scrittore e una scrittrice più grande di lui, che lui chiama Wendy come la Wendy di Peter Pan; il suo scrittore rivale si chiama invece Capitan Uncino e Campanellino è una sua ex.

***

Non fu un errore conoscere Wendy. Stavo bene, avevo avuto il primo successo letterario della mia vita, e non ero affatto persuaso che sarebbe stato l’ultimo. Mi sentivo la reincarnazione di Bobby Fischer nel 1972. Avrei schiacciato ogni avversario – ogni scrittore – ma prima lo avrei visto contorcersi dall’invidia e dall’impotenza. Lo avrei squagliato come la cera di una candela. Nulla mi piace come l’impotenza altrui e squagliare la personalità. La mia impotenza è attualmente comprovata da un pene in malora. Ma allora il mio pene, in linea teorica, funzionava – cosa che poi non si dimostrò nemmeno del tutto vera, e proprio con Wendy. Ma Wendy allora non mi faceva alcuna paura. L’avevo salutata con una stretta di mano in un teatro, e lei, che era certamente più educata della media selvaggia delle scrittrici, tutte donne incapaci di stabilire una relazione umana in virtù di profondi, abissali complessi d’inferiorità, tentava semplicemente di capire chi fossi per poi neutralizzarmi. Questo è quello che fanno le donne in generale con me: mi conoscono, mi prendono per una minaccia incombente, infine mi disinnescano. Accadde così anche con Wendy. Ma non sono qui per lamentarmene. L’amore è un sentimento ingannevole: quando lo provi, trovi migliaia di motivazioni che ne evidenziano l’asocialità, l’irrilevanza e infine la distruttività. Smettendo di pensare a Campanellino – la puttana che non mi prendeva in considerazione – e cominciando a interessarmi a Wendy, sapevo che l’amore era totalmente fuori questione. Pensavo a una scopata, una sola, pensavo a pompini, una buona mezza dozzina, pensavo a quelle cose che pensano ragazzini strapazzati da donne più esperte e mature: in altre parole, pensavo a divertirmi. Non accreditavo Wendy di un’intelligenza sufficiente per coinvolgermi più di tanto. A dire il vero, i suoi libri non li avevo letti. Mi era piaciuto un suo racconto, ma naturalmente non era niente in confronto… insomma: letteratura femminile. Le donne non sanno scrivere. Le donne non possono scrivere. Le donne devono solo stendersi in un letto e scoparci. Così la pensavo, lo pensavo veramente, dall’alto del mio metro e settanta scarso e stringendo i pugni delle mie mani piccole.

La prima volta ci incontrammo in un pub. Sulle prime aveva esitato, robe come sono noiosa. Stammi alla larga. Preveggente ma avrebbe dovuto insistere, invece chissà perché si concesse, cambiando idea dall’oggi al domani. Venne vestita al suo solito, pelle nera, scarponi, velocità e rabbia, cose del genere. Fumava ancora, e vedevo le nuvole di fumo denso uscirle dalla bocca attraversandole i denti – lo stesso gesto che faceva mio nonno. Vidi che aveva le rughe. Vidi che era più grande di me, vidi che era quasi vecchia. Come tutte le donne velocità-rabbia-sigarette era rapida, intuitiva, si sporcava, portava cerotti alle dita e in generale trasmetteva un’apparenza non dissimile da quella di un meccanico – un meccanico di nature umane, incuriosito di conoscere un ragazzino che meteoricamente aveva schiantato ogni concorrenza (lei compresa) una sera in una lettura teatrale. L’opera di disinnesco cominciava. Wendy, fumando, mi guardava come l’entomologo osserva una scolopendra. Dico scolopendra non a caso. Infatti – questo lo si capisce anche solo parlandomi un po’ quindi è bene lo dica subito – io mi considero fisicamente abominevole. Il mio narcisismo avrebbe voluto che io fossi stato bellissimo, alto, prestante, robusto e dallo sguardo torvo e tuttavia sicuro di sé. Invece sono un tipo dal fisico vagamente effeminato, spalle strette, mani piccole, carino solo se hai voglia di giocare al ribasso. Una delle mie fantasie preferite è esplodere in un big bang di carne e sangue, e poi ricompormi nell’aspetto di… quello che desiderano in quel momento le donne che amo.

Non ricordo niente di quello che ci dicemmo quella prima sera, perché con ogni probabilità era tutto falso, perlomeno quanto usciva dalla mia bocca. Non falso nel senso di menzognero – provo sempre a dire la verità, è la mia terapia – ma nel senso che giravo attorno al vero scopo: divertirmi con una donna più grande di me. Essere preso e strapazzato. Odorare la sua carne, baciarle le labbra. Ero già a questo punto? Desideravo già il contatto fisico? Come spiegare ai miei piccoli lettori che c’è più intimità e desiderio di contatto fisico quando si conosce appena una persona che non dopo? Come delucidare che il sesso tra estranei è meravigliosamente appagante mentre il sesso tra innamorati profondamente empatici è altrettanto meraviglioso ma non altrettanto interessante, non altrettanto intellettualmente challenging? Comunque parlammo di circostanze, di stanze vuote attorno alle nostre vite, sparlammo di amici, gli amici del resto si hanno solo per raccontarne le orride gesta, e in un certo senso dissodammo il terreno attorno a noi. Continuo a parlare in prima persona plurale, come se Wendy avesse fatto esattamente le stesse cose che feci io, quella sera. Probabilmente no. Probabilmente la sua vita era tempestosamente più complessa, per non dire del fatto che si trovava di fronte a uno degli uomini fisicamente meno attraenti tra quelli sotto la sua disponibilità. Forse non l’ho detto: ma Wendy è universalmente ritenuta bella. Perfino lei sa di essere bella. Su questo non c’è gara: non ero e non sono all’altezza. Ma passiamo oltre. La bellezza è un tema cruciale per me, che non la possiedo, ma chi ce l’ha, forse, ha anch’egli i suoi momenti di malumore.

©Giordano Tedoldi, 2016 ©minimumfax, 2016. Tutti i diritti riservati.

Il libro sarà presentato questa sera alle 19 alla libreria Verso di Milano, in Corso di Porta Ticinese 40. Converseranno con Giordano Tedoldi il caporedattore di Studio Cristiano De Majo e il critico letterario e scrittore Alessandro Beretta. Venerdì 26 febbraio, invece, Tedoldi presenterà il libro con la libraia Serena Casini alla libreria Volante di Lecco alle 18.30.

Mostra commenti ( )