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Com’è oggi Fukushima

di Anna Fifield - Washington Post

I lavori per mettere in sicurezza l'impianto nucleare danneggiato dallo tsunami del 2011 in Giappone vanno a rilento e c'è da risolvere il problema delle scorie

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L'impianto nucleare di Fukushima Daiichi danneggiato dall'esplosione che si verificò poco dopo lo tsunami del 2011 (EPA/TORU HANAI / POOL)

Vista dalla strada che passa sotto l’impianto, la centrale nucleare di Fukushima Daiichi non sembra essere in condizioni molto diverse rispetto a cinque anni fa, quando fu colpita da un terremoto e da uno tsunami catastrofici che provocarono una fusione dei noccioli. L’edificio del reattore numero 3, in cui ci fu un’esplosione durante il disastro, è ancora un groviglio di calcestruzzo e metallo. Una gru distrutta si trova esattamente nella stessa posizione in cui era l’11 marzo 2011. A lato delle unità del reattore, la struttura che una volta conteneva i generatori è esposta con le sue cisterne arrugginite e deformate verso la costa. La scena rappresenta una testimonianza del caos provocato dallo tsunami che si abbatté sulla centrale, causando il peggior disastro nucleare dopo Chernobyl, in Ucraina, nel 1986. Quasi 16 mila persone morirono lungo la costa nord-orientale del Giappone, e altre 160mila persero casa e lavoro.

Secondo Tokyo Electric Power Co. (Tepco), la società che gestisce la centrale di Fukushima –  duramente criticata dopo la catastrofe – la situazione è molto migliorata. «Negli ultimi cinque anni i livelli di radioattività sono diminuiti sensibilmente, e ora possiamo dire che l’impianto è stabile», ha detto Akira Ono, sovrintendente della centrale. Stando a Tepco, ci sono stati progressi nelle operazioni per contenere la contaminazione: martedì 9 febbraio è stato completato un “muro di ghiaccio sotterraneo” intorno all’impianto che, una volta in attività, dovrebbe essere in grado di congelare il suolo e fermare le fuoriuscite. Le soluzioni per disattivare la centrale – che secondo Ono potrebbero durare dai trenta ai quarant’anni – stanno per iniziare. I cittadini della vicina città di Naraha potranno tornare nelle loro case il mese prossimo, e quelli di Tomioka – che si trova ancora più vicino alla centrale – nel 2017. Al momento, Tomioka e la vicina Okuma rimangono città fantasma: i minimarket, i fast food e le sale per il gioco d’azzardo non vedono un cliente da cinque anni; le biciclette sono appoggiate vicino alle porte d’ingresso, mentre i vasi rimangono vuoti sui davanzali.

Un cartello sulla strada verso la centrale mostra un livello di radioattività di 3,37 microsievert l’ora, il valore limite per la sicurezza. In un punto di osservazione che si affaccia sugli edifici dei reattori, il valore è di 200, che può diventare pericoloso nel caso di un’esposizione prolungata. Entrambi i valori sono però centinaia di volte inferiori a quelli registrati due anni fa. Dopo venti minuti al punto di osservazione, un responsabile di Tepco ha fatto risalire in fretta i giornalisti in visita (che indossavano tute protettive) sul pullman. «Non vogliamo che restiate qui troppo tempo», ha detto, mentre gli uomini sul sito continuavano a lavorare.

La grande domanda è cosa fare di tutto il materiale radioattivo. L’acqua del sottosuolo scorre all’interno delle strutture dei reattori, dove viene contaminata. L’acqua è stata trattata, e Tepco sostiene di essere in grado di rimuovere 62 nuclidi, tra cui lo stronzio, che può penetrare nelle ossa e irradiare i tessuti. Tepco però non può filtrare il trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno usato per fabbricare bombe nucleari, ma che non è considerato particolarmente pericoloso per l’uomo. Dopo il disastro, l’acqua fu inizialmente immagazzinata in cisterne ermetiche, che però hanno diverse volte riversato fuoriuscite altamente contaminate nel mare. Tepco sta costruendo cisterne saldate in modo più sicuro che teoricamente saranno in grado di immagazzinare l’acqua fino a un massimo di vent’anni. Al momento le circa mille cisterne sul sito contengono 750mila tonnellate di acqua contaminata e hanno la capacità per immagazzinarne altre 100mila. Tepco spera di arrivare a 950 mila tonnellate in uno o due anni, e di dimezzare la quantità d’acqua da immagazzinare rispetto alle attuali 300 tonnellate giornaliere.

Per questo motivo, Tepco ha costruito una sorta di muro di ghiaccio di oltre 1.300 metri intorno agli edifici che contengono i quattro reattori, per congelare il suolo e impedire all’acqua del sottosuolo di filtrare all’interno e contaminarsi. I responsabili di Tepco speravano che il muro potesse essere attivo il mese prossimo, ma l’autorità giapponese che vigila sul nucleare ha bloccato il progetto sostenendo che il rischio di fuoriuscite era ancora troppo alto. Esistono diverse opzioni per eliminare l’acqua contaminata: rimuovere il trizio prima che l’acqua raggiunga il mare; farla evaporare, come fu fatto a Three Mile Island, la centrale nucleare della Pennsylvania i cui noccioli si sono fusi nel 1979; oppure spingerla nel sottosuolo profondo, usando una tecnologia simile a quella per estrarre il gas di scisto. Una squadra di esperti del governo giapponese sta valutando quale opzione scegliere. «Tutte le possibili soluzioni hanno vantaggi e svantaggi: hanno costi diversi e sarebbero accolte in modo diverso dalla popolazione», ha detto Seiichi Suzuki, il responsabile della costruzione delle cisterne della centrale.

Media visit Fukushima nuclear plant ahead of fifth anniversary

Poi c’è il suolo radioattivo raccolto nell’area intorno a Fukushima Daiichi durante le operazioni di decontaminazione: oltre 19 milioni di metri cubi – sufficienti a riempire ottomila piscine olimpiche – che sono contenuti in grandi sacchi di plastica e immagazzinati in campi della zona. Più di 700 di questi sacchi, che contengono isotopi di cesio radioattivi, sono stati spazzati via durante le inondazioni dell’anno scorso e in alcuni casi sono finiti in fiumi a oltre 160 chilometri di distanza. Il governo ha detto che il 99,8 per cento del terreno può essere riciclato.

Il problema più grave in assoluto è tuttavia il combustibile nucleare della centrale. Il combustibile che si è fuso è rimasto nelle vasche di contenimento all’interno dei reattori, e la zona dell’impianto è così pericolosa per l’uomo che per lavorarci vengono usati dei robot. Ci vorranno decenni per raggiungere il combustibile e rimuoverlo in sicurezza. A una domanda sul processo di decontaminazione, Ono ha risposto che ne è stato completato il dieci per cento. «La difficoltà maggiore sarà rimuovere i detriti del combustibile nucleare», ha detto, «al momento non sappiamo neanche in che stato siano».

Il Giappone non ha discariche per le scorie nucleari, e c’è una forte opposizione a smaltire materiale contaminato sul territorio. Per questo motivo tra le opzioni prese in considerazione dal governo c’è quella di costruire una discarica per le scorie nucleari sotto il fondale marino, circa 12 chilometri al largo della costa di Fukushima. La discarica sarebbe collegata alla terra da un tunnel, in modo da non infrangere le norme internazionali sullo smaltimento delle scorie radioattive nel mare. Entro la fine dell’estate, un gruppo di esperti del governo presenterà una relazione sulla proposta. Molti gruppi di persone, da pescatori ad attivisti contro il nucleare, sono fermamente contrari all’idea di sotterrare materiale radioattivo nel mare in un’area con un alto rischio sismico.  «Prima o poi ci saranno delle fuoriuscite che danneggeranno l’ambiente», ha detto Hideyuki Ba, co-direttore del Citizens’ Nuclear Information Center. «Secondo alcuni non è un problema: le eventuali fuoriuscite saranno diluite nell’oceano; ma non è chiaro se saranno diluite bene. Se i pesci vengono contaminati, prima o poi finiranno sulla tavola di qualcuno». Aileen Mioko Smith, direttrice esecutiva di Green Action, un’associazione contro il nucleare di Kyoto, è d’accordo: «Il fondale marino è come la terra ferma: non è pianeggiante, ci sono montagne e valli», ha detto, «Il Giappone si trova su diverse placche tettoniche ed è un territorio ad alto rischio sismico. È troppo facile pensare di smaltire le scorie nel mare solo perché sulla terra non va bene».

© 2016 – The Washington Post

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