Infinite Jest ha 20 anni

La storia del libro più importante e discusso di David Foster Wallace, lungo più di mille pagine: tra qualche giorno ne parlerà anche un film molto atteso

L’1 febbraio 1996 – vent’anni fa – usciva in libreria Infinite jest di David Foster Wallace, una delle opere più importanti e discusse, ma forse in proporzione anche meno lette, della letteratura moderna. Il romanzo – se di romanzo si può parlare – fu lanciato dall’editore Little, Brown and Company come il libro che avrebbe cambiato la letteratura americana. Fu un successo istantaneo. A fine marzo Infinite Jest – lungo 1079 pagine con un’appendice di 388 note a piè pagina – era stato ristampato sei volte, e vent’anni fa le ristampe non erano striminzite quanto possono esserlo oggi. In pochi mesi Foster Wallace – che a quel tempo aveva 34 anni e insegnava all’Illinois State University – divenne una specie di rock star della letteratura. Il resto lo fecero i capelli lunghi e la bandana, il fisico e le spalle giganti e il suicidio per impiccagione avvenuto il 12 settembre 2008.

Di questo culto, il tempio principale è proprio Infinite Jest. Il film The End of the Tour, uscito a luglio negli Stati Uniti e in uscita l’11 febbraio in Italia, racconta il tour di promozione del libro, di cui il 23 febbraio negli Usa uscirà una nuova edizione con una nuova copertina scelta attraverso un concorso tra i fan. Esiste perfino una versione Lego. Oggi David Foster Wallace, insomma, è un oggetto di culto, una specie di santo della letteratura come prima di lui erano stati Hemingway e Salinger: cosa paradossale, per uno scrittore che costruì la sua opera – e in particolare Infinite Jest – proprio per scardinare la centralità dell’autore e impedire alla letteratura di ridursi a un soliloquio dell’ego.

Un manoscritto incasinatissimo
David Foster Wallace iniziò a scrivere Infinite Jest nell’autunno del 1991 e finì la prima stesura due anni dopo, nell’autunno 1993. Il manoscritto era lungo 1600 pagine. Come racconta il suo amico e sostenitore Steven Moore, Wallace ne fece due fotocopie – all’epoca i computer non erano ancora molto diffusi: ne mandò una a Michael Pleitsch, l’editor della Little, Brown & Company e l’altra a una ragazza che voleva impressionare. La risposta di Pleitsch fu entusiasta: «Ciao David, ieri notte ho finito di rileggere Infinite Jest e voglio dirti ancora quanto eccitato sia all’idea di lavorare con te per pubblicarlo. Farò tutto quello che sarà necessario per trovargli dei lettori. È esattamente la sfida e l’avventura per cui sono entrato nell’editoria», gli scrive il 22 dicembre 1994 in una lettera di 24 pagine. Pleitsch, però, propone anche alcuni tagli: «Spero ancora che ci sia modo di renderlo molto più corto non perché ogni singolo brano non sia meraviglioso, ma perché più lungo sarà più persone troveranno scuse per non leggerlo. Nelle pagine allegate ho elencato capitoli e scene che forse possono essere tolte senza uccidere il paziente». Foster Wallace circonda il paragrafo con un pennarello verde a fianco del quale appunta un punto interrogativo.

DFW

Il passo successivo è consegnare il manoscritto al suo collega e amico Steven Moore, chiedendogli di indicare dei tagli: sarebbero stati presi in considerazione solo quelli indicati da entrambi. «Mi ci vollero entrambe le mani per reggerlo», ha scritto Moore. E continua: «Prima, una descrizione fisica: è un patchwork incasinato di caratteri e dimensioni diverse, con numerose correzioni/aggiunte scritte a mano, e impaginato secondo uno schema a incastro (per esempio, p.22 è seguita dalla 22A-J prima di ritornare a p.23, che è seguita da 23A-D, ecc) […] Soltanto scorrere quel manoscritto alto 10 centimetri avrebbe fatto mugolare dal nervoso anche l’editor più esperto». Alla fine fu accorciato, un po’, ma per Foster Wallace tagliare era così doloroso che imparò a cancellare definitivamente dal computer le parti da togliere in modo da non avere la tentazione di reinserirle nel libro.

Cosa vuol dire il titolo e quale copertina avrebbe voluto DFW
Il titolo Infinite Jest deriva dalla famosa scena dell’Amleto (Atto V, Scena III) in cui il principe di Danimarca tiene in mano il teschio del buffone di corte Yorick: «Alas, poor Yorick! I knew him, Horatio: a fellow of infinite jest, of most excellent fancy: he hath borne me on his back a thousand times» («Ahimè, povero Yorick! Io lo conoscevo, Orazio: era un tipo di spasso infinito e con una eccellente fantasia. Mi portò sulle spalle mille volte»). «Se il libro è su qualcosa», ha detto Wallace, «è sulla domanda: perché sto guardando così tanta merda? Non è sulla merda. È su di me: perché lo sto facendo? Il titolo originale era A Failed Entertainment (Un divertimento fallito), e il libro è strutturato come un divertimento che non funziona».

Nella copertina scelta dall’editore, il titolo scompariva quasi dietro alle nuvole. David Foster Wallace la odiava perché diceva che sembrava un dépliant dell’American Airlines. Scrive David Lipsky in Although Of Course You End Up Becoming Yourself (Come diventar se stessi, Minimum fax), il resoconto del tour che fece con Foster Wallace nel 1996 da cui è tratto The End of the Tour: «Wallace diceva che al posto di quella avrebbe voluto una particolare foto di Fritz Lang che dirigeva il cast di Metropolis». La foto probabilmente è questa.

metropolis1927

La trama di Infinite Jest (se di trama si può parlare)
Infinite Jest inizia da Infinite Jest, un film così dannatamente divertente che chi lo guarda rimane incollato alla poltrona, non può fare altro che fissare lo schermo, fino a morire di fame. Come nel personaggio di Yorick che appare sotto forma di teschio, divertimento e morte stanno vicini. Ma Infinite Jest non segue uno schema lineare, si può leggere dall’inizio alla fine oppure aprendolo a caso, non ha un narratore e non ha un protagonista. Salta dalla prima alla terza persona, ci sono sedute psichiatriche, documenti, note tecniche ed enciclopediche, parla di merci e di dipendenza dalle merci, di igiene e politica, e del rapporto tra igiene e politica, e di tennis – parla molto di tennis – come dell’attività umana in cui uno spazio viene abitato da tutte le possibili combinazioni. Eppure nel libro un luogo vero e proprio non esiste – anche se la maggior parte si svolge alla Enfield Tennis Academy e alla Ennet House Drug and Alcohol Recovery House di Boston (nel 1989 DFW frequentò una clinica per disintossicarsi dall’alcol), e un po’ anche a Tucson, Arizona – e il tempo pure è confuso – ma l’anno dovrebbe essere il 2008, che casualmente è quello in cui Wallace si sarebbe suicidato (altre teorie propendono per il 2009 e il 2011).

Il fatto è che nel futuro di Infinite Jest gli anni non hanno nome perché ognuno di essi è stato venduto a uno sponsor: Anno del Whopper (che è un hamburger), Anno dei Cerotti Medicati Tucks, Anno del Sapone Dove in Formato Prova, Anno del Wonderchicken Perdue, Anno della Lavastoviglie Ultra Silenziosa Maytag, Anno dell’Upgrade per Scheda Madre per Cartuccia Visore a Risoluzione Mimetica Facile da Installare per Sistemi TP Infernatron/InterLace per Casa, Ufficio o Mobile Yushityu 2007, Anno dei Prodotti Caseari dal Cuore dell’America, Anno del Pannolone per Adulti Depend, Anno di Glad. Il mondo è molto diverso che nei primi anni Novanta. Gli Stati Uniti hanno invaso e conquistato Canada e Messico e dato vita a uno Stato chiamato O.N.A.N. (Organization of North American Nations) sulla cui bandiera ci sono un’aquila, una foglia d’acero, un sombrero e una scopa, perché il presidente Johnny Gentle è ossessionato dalla pulizia. La spazzatura viene gettata dentro la Grande Concavità, una buca immensa scavata in Canada. Ogni tanto appare il gruppo degli Assassins en Fauteuils Roulants, cioè gli Assassini in sedia a rotelle, che si batte per l’indipendenza del Québec.

Che cosa dice Infinite Jest del futuro (cioè del presente)
Detta così, sembra una satira libertaria in stile anni Settanta sulla scia di Kurt Vonnegut o Tom Robbins. Invece Infinite Jest è un’opera dove il bisogno di divertirsi è così universale e disperato da rendere gli uomini disperatamente dipendenti dalle cose. Da tutte le cose. «L’unica cosa di cui ero certo è che volevo scrivere qualcosa che non fosse solo una satira raffinata», disse Wallace a Lipsky, «Volevo scrivere qualcosa che parlasse a livello, molto, molto profondo dell’America. E in fondo le caratteristiche che trovo più distintamente americane in questo momento, alle porte del nuovo millennio, sono legate sia all’intrattenimento sia a uno strano, irresistibile… uhm… desiderio di abbandonarsi a qualcosa». Ma la dipendenza dalle cose, il desiderio di abbandonarsi a qualcosa, si ribalta, come oggi, nel terrore che possano fare male, che tutto possa essere nocivo e, quindi, nell’ossessione dell’igiene come difesa dalle minacce invisibili del mondo da cui è attanagliato il presidente Gentle.

Anche per questo, a un livello profondo, Infinite Jest è considerato un libro profetico. A un livello più superficiale – ma mica tanto – ci sono alcune intuizioni abbastanza precise sulla tecnologia e sul nostro modo di convivere con essa che nei primi anni Novanta non erano scontate: per esempio il Teleputer che combina insieme televisione, computer, telefono e videotelefono; oppure l’InterLace system che dà la possibilità di scaricarsi film e programmi facendo crollare le pubblicità delle televisioni; tutti gestiscono attivamente la propria immagine pubblica, per cui creano avatar o “maschere” in modo da stare in contatto con gli altri proteggendosi da loro. È una forma di scambio che impedisce, per costituzione, l’intimità. Tutto il contrario di quanto Wallace chiedeva ai libri.

In un’intervista pubblicata sulla rivista Whiskey Island Magazine nella primavera del 1993, nel momento cioè in cui sta finendo di scrivere Infinite Jest, Wallace dice: «Credo che tutta la scrittura di qualità affronti, in un modo o nell’altro, il problema della solitudine, proponendosi come antidoto a essa. Siamo tutti terribilmente soli. E se non altro nella narrativa esiste una modalità che ti consente di raggiungere con il mondo, con una mente e con dei personaggi un livello di intimità che, nella vita di tutti i giorni, sarebbe fuori della tua portata».

David Foster Wallace non è un romanziere, come per esempio Jonathan Franzen, suo amico e rivale, perché la forma-romanzo non poteva contenere ed esaurire quello che cercava nella letteratura. Wallace era uno scrittore.

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I libri di David Foster Wallace sono stati pubblicati in Italia da minimumfax (traduzione di Martina Testa) e successivamente da Einaudi Stile libero che oggi ha i diritti delle opere maggiori. L’ultimo libro uscito negli Usa è The David Foster Wallace Reader, pubblicato nel 2014: un’antologia di 976 pagine che raccoglie saggi, racconti, scritti sparsi. La pubblicazione in Italia – in versione ridotta, curata da Luca Briasco per Einaudi Stile libero – è prevista per settembre 2016.

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