Facebook può davvero essere imparziale?

Anche se dice di tutelare solo la libertà di espressione e alcuni valori condivisi, di fatto impone una certa visione del mondo: giudicando inappropriata la corrida, per esempio

(LOIC VENANCE/AFP/Getty Images)
(LOIC VENANCE/AFP/Getty Images)

A gennaio, con una modifica applicata solo in Spagna, Facebook è riuscito a ficcarsi in un dibattito nazionale grazie all’inserimento di sole sei parole: una delle quali era “corrida”, tema a cui gli spagnoli sono effettivamente sensibili.

Le parole incriminate sono state inserite nella finestra che si apre quando chiedi di rimuovere un post, e quindi fondamentalmente cercare di censurare un amico. Le sei parole aggiunte da Facebook erano contenute nell’opzione “È inappropriato, mi dà fastidio, o non mi piace”.  Fra gli esempi di “inappropriato, fastidioso”, Facebook citava anche un passatempo millenario in Spagna: la corrida.

facebook2 Uno screenshot del messaggio comparso nell’edizione spagnola di Facebook

facebook Un messaggio simile nell’edizione italiana

La corrida è uno sport controverso: anche in Spagna sono poche le persone che lo seguono ancora. Tuttavia da Madrid a Malaga diversi editorialisti sono insorti all’idea che un patrimonio nazionale potesse essere bollato come offensivo. «Facebook mette sullo stesso piano la corrida e la prostituzione», ha scritto il 14 gennaio ABC, il terzo quotidiano del paese. Qualche giorno dopo, quando Facebook ha dovuto inevitabilmente fare marcia indietro cancellando il riferimento alla corrida – spiegando al Washington Post di averlo inserito per errore – El Mundo, il secondo giornale spagnolo, ha accolto positivamente la rettifica.

Purtroppo per i dirigenti di Facebook – a cui il pasticcio della corrida ha creato parecchi grattacapi – questo episodio è solo l’ultimo di una serie infinita di polemiche tanto involontarie quanto inevitabili. Con la sua diffusione mondiale e l’acquisizione di una fetta di pubblico sempre più ampia, Facebook si trova ora in una posizione complicata e socialmente delicata: dover definire un unico standard di accettabilità dei contenuti e applicarlo uniformemente, da Maui al Marocco. Per Facebook e altre piattaforme analoghe, il caso della corrida è sintomo di una difficoltà esistenziale più grande: sarà mai possibile imporre un unico sistema di riferimento morale a questo mosaico di comunità eterogeneo e in evoluzione?

Facebook nega di volerlo fare, sostenendo che i suoi standard sono inerti, universali e non tengono conto di tempo o luoghi. Il sito non promuoverebbe nessuna visione del mondo, oltre all’innocua idea secondo cui le persone dovrebbero “connettersi” fra di loro. «Ogni giorno, le persone vanno su Facebook per connettersi con i loro amici e le questioni che stanno loro a cuore», ha detto in un comunicato una portavoce dell’azienda. «Data l’eterogeneità della comunità di Facebook, questo significa che a volte le persone condividono informazioni controverse o offensive. Per questo motivo abbiamo definito degli standard della comunità, per spiegare alle persone cosa possono e non possono fare sul nostro servizio. Lavoriamo sodo per raggiungere il giusto equilibrio tra libertà di espressione e la garanzia di un’esperienza sicura e rispettosa».

Facebook ha modificato i suoi standard diverse volte, in risposta alle pressioni di diverse associazioni. Le modifiche sul sito sono però state deliberatamente oscurate, e i processi con cui Facebook decide le proprie linee guida continuano a rivelarsi poco dinamici. A seguito di recenti critiche secondo cui Facebook avrebbe gestito male le richieste di rimozione di alcuni contenuti in Medio Oriente, il policy director della regione ha assicurato gli utenti del fatto che «tutte le segnalazioni sono valutate da una squadra di persone poliglotte, imparziali e altamente qualificate», tra cui madrelingua ebraici e arabi, probabilmente in grado di comprendere il contesto locale. Alcuni dei dipendenti di basso livello che si occupano di applicare le regole di Facebook fanno parte della regione o del fuso orario da cui provengono i commenti che devono moderare. Il social network ha moderatori di 24 lingue diverse, che lavorano 24 ore su 24.

Tuttavia, alcuni osservatori rimangono particolarmente scettici sul fatto che Facebook sia in qualche modo neutrale o inclusivo a livello globale, o che sia guidato unicamente da principi di “rispetto” e “sicurezza”. Secondo Tarleton Gillespie, ricercatore di Microsoft Research nel New England, non c’è dubbio che Facebook promuova un quadro morale specifico, che rispecchia più gli Stati Uniti del resto del mondo, e la Silicon Valley più degli Stati Uniti.

Analizzando gli standard di comunità di Facebook – e ripensando ai tempi ormai dimenticati in cui gli utenti potevano votarne una versione – è chiaro come il sito abbia sempre favorito una completa libertà di espressione, unita però alla scarsa trasparenza aziendale, e una certa forma di puritanesimo: i valori di Facebook sono quelli del primo web, moderato dal tradizionalismo capitalista.

Facebook non sempre mette in pratica i propri valori. Dietro gli standard ufficiali, operano migliaia di dipendenti sconosciuti e invisibili costretti a interpretarli, e gli utenti che decidono autonomamente di segnalare i contenuti dei loro amici. Tra il palese orientamento pro Stati Uniti e i vari livelli di offuscamento di Facebook, non c’è dubbio che i valori che Facebook finisce per imporre alla sua “comunità” di 1,55 miliardi di persone non siano condivisi da molti – se non dalla maggior parte – degli utenti. Noi sembriamo però accorgercene solo se qualcosa non va: quando, per esempio, non riusciamo a usare il nostro nome tribale, o quando Facebook usa la corrida come esempio negativo.

Non è solo un problema di Facebook: Gillespie lo definisce il “paradosso fondamentale” e irrisolvibile di tutte le aziende di internet: enti privati mossi da interessi aziendali, che sono chiamati a vigilare sul dibattito pubblico. Sfortunatamente, con un pubblico sempre più vario, la visione del mondo della “comunità” e dei suoi sponsor aziendali sembra combaciare sempre meno. Nel 2013, otto delle dieci maggiori società di Internet avevano sede negli Stati Uniti, mentre l’81 per cento dei loro utenti viveva in altri paesi (se non altro, esiste un motivo statisticamente valido per cui Google, Amazon, Facebook e Apple – conosciute con l’acronimo GAFA – sono state definite come il “nuovo volto dell’imperialismo culturale americano”).

Facebook ovviamente non potrà mai accontentare tutti, e nessuno pensa che dovrebbe farlo. Ma in un mondo migliore, il principale social network dovrebbe almeno ammettere di non essere un osservatore imparziale e dai valori neutrali. Dopo tutto, qualsiasi cosa faccia – dal promuovere un’unica “comunità” globale, ad aggiungere una manciata di parole in una finestra di dialogo – Facebook rimodella lo spazio pubblico dei suoi utenti. «Il mito dei social network come spazio neutrale si sta sgretolando, ma è ancora molto forte», ha detto Gillespie, «Sarebbe importante che Facebook ammettesse di plasmare la vita sociale su internet e il dibattito pubblico. Ma per loro, sarebbe anche pericoloso».

 © Washington Post 2016