Tutte le critiche all’articolo di Sean Penn

Giornalisti e addetti ai lavori statunitensi parlano da giorni delle questioni etiche sollevate dall'intervista col narcotrafficante El Chapo

Da quando è stato pubblicato sul sito della rivista statunitense Rolling Stone sabato 9 gennaio, l’articolo dell’attore e attivista Sean Penn sul suo incontro con Joaquín Archivaldo Guzmán Loera detto “El Chapo”, il narcotrafficante capo del famoso cartello di Sinaloa, è stato molto ripreso e discusso dai giornali di tutto il mondo e dai loro lettori.
La prima ragione è naturalmente l’eccezionalità della circostanza: ci sono alcuni precedenti simili – Osama bin Laden fu intervistato più volte dai media occidentali durante gli anni Novanta, quando aveva già dichiarato la guerra santa contro gli Stati Uniti – ma in generale accade raramente che una testata giornalistica raggiunga e intervisti una delle persone più ricercate al mondo. La seconda ragione è il contesto: l’articolo è stato pubblicato – anticipandone i tempi inizialmente previsti – poche ore dopo l’arresto di Guzmán, che era spettacolarmente evaso dal carcere sei mesi prima. La terza ragione, che ha monopolizzato o quasi le discussioni tra giornalisti e addetti ai lavori, riguarda quanto il comportamento di Rolling Stone e di Sean Penn si possa giudicare conforme ai principi dell’etica giornalistica più comuni e condivisi nel mondo anglosassone.

Tenendo da parte le osservazioni sulla qualità del lavoro di Penn – il suo stile di scrittura è stato molto preso in giro online, e il testo non contiene notizie – da sabato diversi giornalisti internazionali hanno sollevato diversi problemi relativi al suo contenuto. Alcuni hanno accusato Sean Penn di aver messo insieme un ritratto romanzato e benevolente del capo di una tra le organizzazioni criminali più violente al mondo, responsabile di decine di migliaia di omicidi e che minaccia e uccide costantemente soprattutto i giornalisti. L’articolo di Penn descrive El Chapo come un uomo caloroso, sorridente e gioviale, circondato da una scorta di persone che sembrano “studenti universitari di Città del Messico” più che soldati ben addestrati (“capelli corti, ben vestiti e di buone maniere; e tra loro non c’è nemmeno un fumatore”).

«Ci ho provato, ragazzi. Ci ho provato davvero. E mi sono fatto tornare in mente più di una volta l’incredibile numero di vite perdute, la devastazione provocata in tutti gli angoli del mondo dai narcotrafficanti. […] Quest’uomo semplice proveniente da un luogo semplice, circondato dal semplice affetto dei suoi figli, non mi ha dato l’impressione di essere questo gran lupo cattivo. La sua presenza stimola domande sulla complessità culturale e sul ruolo del contesto, domande sui capitalisti e su chi cerca di sopravvivere, domande su contadini e tecnocrati».

In un altro passaggio dell’articolo, dopo aver espresso stupore per le difficoltà incontrate da El Chapo nel girare un semplice video e inviarlo negli Stati Uniti Penn aggiunge:

«Qualsiasi cosa terribile gli si possa imputare, a lui e alla sua indiscutibile genialità da uomo della strada, El Chapo è anche una persona umile, un messicano di campagna, la cui percezione di sé nel mondo mostra una straordinaria disparità culturale. Mi era diventato evidente che questo “contadino diventato narcotrafficante miliardario” fosse in qualche modo sopraffatto dall’idea che la sua storia potesse interessare davvero a qualcuno oltre le montagne. E che quelle difficoltà nella comunicazione rivelavano la sua insicurezza, come se fosse un goffo adolescente intimidito dalla possibilità di farsi filmare. Oppure era tutta una sceneggiata?»

È strano che Penn descriva El Chapo come qualcuno sorpreso e sopraffatto dall’interesse internazionale per la sua storia, dato che la decisione di raccontarla al mondo – prima in un film e poi in un articolo – è la ragione per cui il loro stesso incontro è avvenuto. Questo genere di ingenuità ha fatto scrivere a Jake Flanagin su Quartz che Sean Penn è l’equivalente di “uno studente universitario con la maglietta di Che Guevara”: descrive El Chapo non come il capo di una ricchissima e violentissima organizzazione criminale, bensì come una vittima del capitalismo che si guadagna da vivere nell’unico modo che conosce. Flanagin aggiunge che Penn fornisce una descrizione del Chapo perfettamente combaciante con quella propagandistica dei cartelli e del folklore locale, secondo cui i narcotrafficanti sono guerriglieri coraggiosi ed eroici che rubano ai ricchi per dare ai poveri (a un certo punto Penn lo paragona a Robin Hood, oltre che al Tony Montana di Scarface).


La foto di Penn e Guzman sulle prime pagine dei giornali messicani. (ALFREDO  ESTRELLA/AFP/Getty Images)

Altri giornalisti hanno considerato insensibili i passaggi in cui Penn racconta della sua cena con El Chapo e dei momenti conviviali che hanno trascorso insieme bevendo tequila, dato che di norma i giornalisti messicani che finiscono troppo vicini a narcotrafficanti del calibro di El Chapo finiscono torturati e uccisi. Dal 1992 a oggi 35 giornalisti messicani sono stati uccisi a causa del loro lavoro, molti altri sono scomparsi e non sono mai più stati ritrovati. Il giornalista statunitense Alfredo Corchado, che ha lavorato molti anni in Messico col Dallas Morning News, ha scritto che l’intervista di Penn è «un enorme insulto ai giornalisti che sono morti in nome della verità» e che in realtà «è intrattenimento, è Hollywood, non giornalismo». Penn – che conclude l’articolo dicendo che El Chapo è stato oggetto di una «stupida demonizzazione» – è stato preso di mira anche per alcune delle domande che ha rivolto a El Chapo, come «Se potessi cambiare il mondo, lo faresti?», «Che rapporto hai con tua mamma?», «Di notte sogni?». Melissa Cronin di Gawker ha scritto che «chiaramente Penn ha una qualche riverenza per El Chapo ispirata da Hollywood».

Poi c’è la questione che Rolling Stone mette sul tavolo con le poche righe in corsivo che precedono il testo di Sean Penn: il giornale ha dato a El Chapo la possibilità di rivedere l’articolo e chiedere delle modifiche prima della sua pubblicazione. Sebbene Rolling Stone dica che El Chapo non ha chiesto nessuna modifica – e questa pratica è ritenuta scandalosa soprattutto nei paesi anglosassoni, mentre è comunemente accettata in posti come l’Italia – molti hanno detto che l’offerta in sé toglie ogni credibilità all’articolo, perché comunque come minimo condiziona l’autore.

Margaret Sullivan, la public editor del New York Times, ha scritto che il suo giornale non accetta mai condizioni del genere dalle persone che intervista e che lo stesso fanno le maggiori testate statunitensi. Andrew Seaman, presidente del comitato etico della Society of Professional Journalists, ha scritto che «dare a una fonte la possibilità di modificare il contenuto di un articolo è imperdonabile». Brian Stelter di CNN ha detto che è persino preoccupante che El Chapo non abbia chiesto modifiche all’articolo: «Vuol dire che gli è piaciuto!». «Il futuro del giornalismo è una celebrità che lavora gratis e l’intervistato che ha diritto di veto sull’articolo che ha scritto», ha detto Nick Bilton del New York Times.
Ci sono stati anche giornalisti più indulgenti con Sean Penn e Rolling Stone, o comunque meno manichei: Jack Shafer ha scritto su Politico che «a nessuno tranne che ai giornalisti interessano le regole etiche che sono state violate» e che uno scoop così grande avrebbe fatto gola a tutti, e quindi le dichiarazioni di principio a posteriori non sono così affidabili.

La foto di Penn e Guzman sulle prime pagine dei giornali messicani. (PEDRO PARDO/AFP/Getty Images)

Al di là della discussione sull’opportunità o meno di dare a El Chapo il diritto di veto sul contenuto dell’articolo, Kelly McBride ha scritto su Poynter che sarebbe bastato poco a Rolling Stone per pubblicare un testo di miglior qualità, e che la responsabilità di questa mancanza non si può attribuire a Sean Penn bensì ai suoi interlocutori all’interno della testata. Quando si occupano di una storia, i giornalisti si confrontano con i loro superiori: prima, durante e dopo la scrittura di un articolo. Il ruolo dei giornalisti di maggiore esperienza in una testata è proprio guidare i colleghi nella scrittura di un articolo e nel lavoro di indagine che lo precede, suggerendogli in quali direzioni muoversi, cosa scartare e cosa approfondire meglio, quali aspetti della scrittura accentuare e quali rimuovere.

«È normale che le ambizioni di un autore superino il suo talento. A questo servono gli editor. Gli editor più bravi migliorano il livello di tutte le cose su cui mettono le mani e portano gli autori oltre i loro limiti. Danno disciplina ad articoli disordinati. Costringono gli autori a rinunciare ai luoghi comuni e migliorare la loro prosa»

McBride scrive che i dirigenti di Rolling Stone avrebbero dovuto ricordare a Sean Penn di avere un dovere di lealtà verso i lettori prima che verso il soggetto dell’intervista, avrebbero dovuto rivedere le sue domande prima che fossero inviate a El Chapo e soprattutto invitarlo a completare il suo testo con tutti i pezzi che mancano.
L’articolo di Sean Penn avrebbe beneficiato della consulenza e delle opinioni di sociologi ed economisti («se vuoi sostenere che il capitalismo americano e le sue strutture sociali sono almeno parzialmente colpevoli per aver creato le condizioni in cui prospera El Chapo, cita un esperto che si sia occupato di questa storia»), scrive McBride, e avrebbe dovuto contenere qualche dato a sostegno delle numerose asserzioni sul mercato della droga che l’autore propone senza citare alcuna prova. Penn inoltre avrebbe dovuto parlare con più persone possibili nella zona controllata dal cartello di El Chapo, per verificare la veridicità della sua fama da Robin Hood, e magari anche con qualche giornalista esperto di quelli che i trafficanti terrorizzano quotidianamente. Il consiglio più importante che non è stato dato a Sean Penn, scrive McBride, è in fin dei conti: mettici dentro meno Sean Penn, e un po’ di più di tutto il resto.