Joaquin El Chapo Guzman

Chi è “El Chapo” Guzmán

Il più "potente trafficante di droga al mondo" è stato arrestato di nuovo in Messico dopo essere evaso due volte di prigione: e la sua è una storia da film

Joaquin El Chapo Guzman
L'arresto di "El Chapo" Guzman. (AP Photo/Rebecca Blackwell)

«Lo abbiamo preso», ha scritto ieri su Twitter il presidente messicano Enrique Peña Nieto. Poche ore prima una squadra di forze speciali della Marina, le più interessate nella lotta al narcotraffico in Messico, aveva arrestato Joaquín Guzmán Loera, “il narcotrafficante più potente del mondo” secondo il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. È la terza volta che Guzmán – più conosciuto con il soprannome “El Chapo” e con una ricchezza stimata da Forbes in più di un miliardo di dollari – viene arrestato: dopo i precedenti due arresti era riuscito però ad evadere.

Arrestarlo non è stato semplice. Cinque uomini della sua scorta sono stati uccisi in una sparatoria con i marine. Quando i militari sono finalmente riusciti ad entrare nell’edificio dove si trovava, “El Chapo” era già scappato attraverso le fognature, scrive il New York Times. Tornato in superficie, ha rubato un’automobile e ha tentato di scappare, come aveva fatto già decine di volte in passato. Questa volta non ce l’ha fatta. I marine sono riusciti a fermarlo e ora “El Chapo” si trova in arresto, mentre gli Stati Uniti hanno già richiesto la sua estradizione.

El Chapo è probabilmente il narcotrafficante più famoso dai tempi di Pablo Escobar, il colombiano che negli anni Settanta e Ottanta inventò il moderno traffico di droga. Ed è certamente quello con la vita più rocambolesca. È nato negli anni Cinquanta in un villaggio remoto dello stato del Sinaloa, uno dei più poveri di tutto il Messico. La sua famiglia era così disagiata che non conosciamo esattamente il suo anno di nascita: alcune fonti parlano del 1954, altre del 1957.

All’epoca, quasi tutte le famiglie di piccoli agricoltori, come i Guzmán Loera, integravano i pochi guadagni che ottenevano dal loro campo coltivando oppio e marijuana. El Chapo abbandonò la scuola in terza elementare per aiutare la famiglia e presto divenne molto bravo nella loro “seconda impresa”. Negli anni Ottanta lavorava come una specie di “controllore aereo” per un’organizzazione criminale che trasportava droga negli Stati Uniti utilizzando una flotta di piccoli aeroplani. Fu probabilmente in questi anni che acquisì il suo soprannome, che significa “il piccoletto”. El Chapo è alto circa 1 metro e 67 centimetri.

Nel corso degli anni divenne lui stesso il leader di una giovane e aggressiva organizzazione criminale. L’inizio della sua carriera, come quello di quasi tutti i grandi narcotrafficanti, fu costellato di agguati sanguinosi in cui killer al servizio di El Chapo massacravano i rivali, oppure sicari nemici cercavano di uccidere lui e i suoi luogotenenti. All’aeroporto di Guadalajara, nel 1993, El Chapo riuscì a fuggire a un tentativo di omicidio strisciando via dalla macchina sotto gli spari dei suoi nemici. Sette persone furono uccise: già all’epoca, El Chapo mostrava la sua incredibile abilità nello scampare a situazioni apparentemente disperate.

Pochi mesi dopo, mentre si trovava in Guatemala dove era fuggito, fu arrestato dalla polizia ed estradato in Messico. Non è chiaro quale fosse il suo calibro criminale all’epoca. Secondo alcuni non era che uno dei molti ambiziosi leader del narcotraffico, senza un profilo particolarmente notevole. Il governo in realtà gli fece un favore dipingendo il suo arresto come uno dei più importanti avvenuti in quegli anni. Di certo nel periodo che trascorse nel carcere di Puente Grande, considerato uno dei più sicuri del Messico, la sua organizzazione non fece che crescere.

Secondo le ricostruzioni successive, El Chapo era il vero capo della prigione. Le guardie e persino il direttore erano sul suo libro paga. In cella riceveva le visite di prostitute e organizzava feste a base di gamberi e bistecche per i suoi amici. Tramite corrieri e telefoni cellulari, continuava a dirigere la sua organizzazione che nel frattempo acquisiva sempre più rilevanza. Alcuni sostengono che nel 2001 riuscì a evadere dal carcere nascondendosi in un carrello della biancheria sporca: secondo altri esperti quella del carrello non è altro che una leggenda. El Chapo controllava la prigione in maniera così capillare che potrebbe essere semplicemente uscito dalla porta principale. Il direttore della prigione e 70 guardie sono state processate con l’accusa di complicità nella sua evasione.

Nel corso degli anni Duemila, El Chapo consolidò la sua posizione dominante nello stato del Sinaloa tanto che, nel 2012, il dipartimento del Tesoro statunitense lo proclamò il trafficante di droga più potente del mondo. La sua era un’organizzazione potente e flessibile, strutturata in una serie di cellule indipendenti in cui i vari subordinati godevano di ampia autonomia in modo da limitare i contatti con la leadership e quindi diminuendo le possibilità che El Chapo venisse catturato. Secondo Patrick Keefe, che a El Chapo ha dedicato un lungo articolo sul New Yorker, il cartello di Sinaloa ha una struttura che somiglia più a quella decentralizzata di al Qaida che a quelle classiche e verticistiche delle tradizionali organizzazioni mafiose.

Ma la ragione principale per cui per oltre dieci anni la polizia messicana non riuscì ad arrestarlo è che El Chapo aveva nel Sinaloa una fama “simile a quella di Zorro”, scrive Keefe. Come gran parte delle organizzazioni criminali, i cartelli messicani riescono a sopravvivere anche grazie all’appoggio e alla complicità delle comunità che li circondano. Questo appoggio viene conquistato in parte con la brutalità e poche organizzazioni al mondo hanno mostrato la ferocia dei cartelli messicani nel punire giornalisti, rivali e attivisti che si mettono sulla loro strada. Ma accanto al bastone, i cartelli utilizzano spesso anche la carota. Nel Sinaloa, El Chapo finanziava qualsiasi cosa, dai battesimi ai matrimoni. Riciclava il denaro frutto del traffico di droga in attività legali che davano lavoro a migliaia di persone. Pagava debiti a famiglie in difficoltà e aiutava i più poveri a far fronte a spese impreviste. Non solo: corrompeva poliziotti, militari e funzionari pubblici. Sembra che a un certo punto lo stesso governatore dello stato abbia ordinato alla polizia locale di lasciare in pace il cartello di Sinaloa e di accanirsi invece contro i suoi rivali.

La DEA, l’agenzia incaricata della lotta al narcotraffico negli Stati Uniti, considerava El Chapo uno dei narcotrafficanti più pericolosi e negli anni ha utilizzato molte tecnologie informatiche per cercare di intercettare le sue comunicazioni e localizzare il suo nascondiglio. Ma la DEA – che non può compiere arresti fuori dagli Stati Uniti – era costretta ad affidarsi alle forze di sicurezza messicane, spesso infiltrate dagli stessi cartelli. Nel corso degli anni, El Chapo è riuscito a sfuggire a molti tentativi di arresto, spesso scappando pochi minuti prima che la polizia o i marine facessero irruzione nel suo nascondiglio.

Poi, alcuni anni fa, El Chapo ha cominciato a diventare “pigro” e ad attenuare le misure di sicurezza adottate per evitare l’arresto: efficaci, ma faticose da mantenere. Ad esempio iniziò a frequentare sempre più spesso resort e ristoranti di lusso. Nel caso dei ristoranti, la procedura prevedeva l’arrivo nel locale di un gruppo di uomini armati che sequestravano i telefoni cellulari ai presenti, con la promessa di restituirglieli dopo poche ore. A quel punto arrivava El Chapo, con i suoi amici. Si concedeva una cena di lusso e poi lasciava il locale. Il suo nuovo comportamento potrebbe essere stato causato anche dal suo terzo matrimonio, quello con Emma Coronel Aispuro, una giovane ex reginetta di bellezza. Aispuro non era abituata alla vita clandestina di El Chapo, e secondo alcune ricostruzioni lo stesso trafficante potrebbe aver deciso di abbandonare gran parte delle misure di sicurezza che utilizzava e godersi qualche ultimo anno di libertà con sua moglie prima dell’inevitabile arresto. Che arrivò puntuale: il 22 febbraio 2014, dopo essere stato rintracciato in una località balneare insieme alla moglie e con poca scorta, El Chapo venne arrestato dai marine messicani.

Il secondo arresto non segnò però la fine della sua carriera. È probabile che già qualche mese dopo un gruppo di complici abbia iniziato a scavare un tunnel per farlo evadere dalla prigione in cui era stato rinchiuso. Le operazioni di scavo andarono avanti per quasi un anno e alla fine produssero un tunnel lungo circa un chilometro e mezzo, dotato di ventilazione, luce elettrica e di un binario su cui viaggiava una motocicletta modificata, utilizzata probabilmente per trasportare all’esterno il materiale di scavo. Alle 20 e 52 dell’11 luglio 2015, i sorveglianti del carcere lo videro entrare nella doccia della sua cella. Quando non lo videro uscire, dopo 25 minuti, entrarono a controllare e scoprirono che El Chapo era riuscito a fuggire calandosi attraverso un buco nel pavimento.

La sua nuova fuga però non è durata tanto quanto in passato: le forze speciali messicane hanno impiegato appena sei mesi ad arrestarlo di nuovo. La domanda ora è se le autorità messicane concederanno o meno l’estradizione di El Chapo negli Stati Uniti. È molto più difficile, anche per un criminale abile come lui, fuggire da una prigione di massima sicurezza degli Stati Uniti, ma già in seguito al secondo arresto il governo del Messico rifiutò l’estradizione. È una questione che tocca da vicino il prestigio nazionale del paese. Consegnarlo agli Stati Uniti significherebbe ammettere implicitamente che il governo messicano non è in grado di tenere in custodia i criminali più pericolosi che riesce ad arrestare. Tenerlo in prigione in Messico sarebbe un’importante vittoria per il presidente Nieto, ma sarebbe la più imbarazzante delle sconfitte se, dopo l’arresto, El Chapo dovesse riuscire a fuggire per la terza volta.

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