Condanne a morte in Arabia Saudita

Le 47 condanne a morte in Arabia Saudita

Sono state eseguite stamattina, fra le persone uccise c'era anche un importante capo religioso sciita: per il paese, il 2015 era stato l'anno con più esecuzioni dal 1995

Condanne a morte in Arabia Saudita
(AP Photo, File)

Il ministero dell’Interno dell’Arabia Saudita ha annunciato che sabato 2 gennaio sono state eseguite 47 condanne a morte nei confronti di altrettante persone accusate di terrorismo. La maggior parte delle persone uccise era sospettata di avere legami con al Qaida, ma tra loro c’era anche un famoso leader religioso sciita, Nimr al Nimr, cittadino saudita e arrestato nel 2012. Alcune condanne sono state eseguite tramite decapitazione, altre tramite plotone d’esecuzione. La notizia delle 47 esecuzioni è arrivata poche ore dopo che diverse ONG hanno fatto notare che nel 2015 in Arabia Saudita sono state eseguite 157 condanne a morte. il numero più alto da vent’anni a questa parte.

Gli ultimi casi
L’Arabia Saudita ha arrestato numerosi simpatizzanti di al Qaeda nel corso degli ultimi anni dopo che centinaia di persone sono state uccise nel paese a causa degli attacchi compiuti dal gruppo creato da Osama bin Laden e, più di recente, dall’ISIS (o Stato Islamico). La polizia saudita ha anche arrestato centinaia di attivisti sciiti quando tra il 2011 e il 2012, durante la cosiddetta “primavera araba”, nel paese ci furono manifestazioni e scontri tra la minoranza sciita che vive soprattutto nella zona nord-orientale dell’Arabia Saudita e le forze di sicurezza. L’Arabia Saudita è un paese a maggioranza sunnita dove l’amministrazione della giustizia e gran parte della legislatura sono di diretta ispirazione religiosa. Al Nimr è stato uno dei leader delle proteste degli sciiti, una comunità che accusa il governo saudita di marginalizzazione e discriminazione.

Al Nimr è stato arrestato nel luglio del 2012 dopo essere rimasto ferito in uno scontro a fuoco con la polizia. La sua condanna a morte è arrivata nell’ottobre del 2014 in seguito alle accuse di ribellione armata, disobbedienza alla monarchia e per aver favorito gli interessi di una potenza nemica dell’Arabia Saudita. La “potenza” in questione è l’Iran, uno stato a maggioranza sciita considerato uno dei principali rivali regionali dell’Arabia Saudita. Dopo la condanna di al Nimr, alcuni esponenti del governo iraniano avevano avvertito che un’eventuale condanna a morte del religioso sarebbe “costata cara” all’Arabia Saudita. Diversi gruppi religiosi e politici sciiti in Iran, Iraq, Libano e Yemen hanno già condannato l’uccisione di al Nimr. Nelle zone a maggioranza sciita dell’Arabia Saudita ci sono state proteste e altre manifestazioni sono avvenute tra le comunità sciite del Kashmir, in India. Anche l’account Twitter semi-ufficiale di Alì Khamenei, guida suprema dell’Iran, ha commentato l’esecuzione, postando il messaggi: “il risveglio non può essere represso”.

Qualche dato
Il giorno prima dell’annuncio delle nuove condanne a morte, diverse ONG e gruppi per la difesa dei diritti umani avevano scritto che nel corso del 2015, il governo dell’Arabia Saudita aveva già eseguito 157 condanne a morte, il numero più alto dal 1995, quando furono uccise 192 persone. Il governo dell’Arabia Saudita non pubblica resoconti sul numero totale di condanne a morte che vengono eseguite, ma sui media nazionali vengono regolarmente annunciate le singole esecuzioni. Secondo l’ONG Humam Rights Watch, nel 2014 erano state eseguite 90 condanne a morte.

 

Le esecuzioni in Arabia Saudita avvengono spesso in pubblico tramite decapitazione (anche se in una conferenza stampa, il ministero dell’Interno ha detto che le ultime 47 sono avvenute a porte chiuse). I giudici possono emanare condanne a morte in casi di omicidio, stupro e per reati legati alla droga. La pena di morte è prevista, ma raramente utilizzata, anche per i casi di stregoneria, apostasia e adulterio. Nel caso specifico dei reati di droga, dato che la sharia – cioè la legge derivata dai testi sacri dell’Islam – non prescrive specifiche punizioni, il tipo di condanna è lasciata alla discrezione del giudice, che spesso prende decisioni molto severe. Circa il 40 per cento delle persone uccise nel 2015 state condannate per reati legati alla droga.

L’Arabia Saudita non è il paese dove si compiono più esecuzioni, anche se la loro natura pubblica e cruenta attira spesso l’attenzione della stampa internazionale e delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Nel corso del 2015, più di mille persone sono state uccise tramite condanna a morte in Iran, soprattutto per crimini legati alla droga. In Pakistan, dove un anno fa è stata sospesa una moratoria contro la pena di morte, 315 persone sono state uccise negli ultimi mesi. In Cina il numero di condanne a morte è considerato “segreto di stato”, ma secondo le stime delle principali ONG, dovrebbe essere superiore a quello di tutte le altre nazioni del mondo messe insieme.

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