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  • martedì 15 dicembre 2015

I colloqui di pace sullo Yemen

Sono cominciati oggi, così come un cessate-il-fuoco che dovrebbe durare sette giorni: chi si sta combattendo e perché? Finora sono morte oltre 5.700 persone

Combattenti sciiti, 14 dicembre 2015. (AP Photo/Hani Mohammed)

Martedì 15 dicembre alle 12 (ora locale) è iniziato un cessate il fuoco in Yemen che doveva durare per sette giorni ma che è stato violato nel pomeriggio: nella provincia di Marib ci sono stati dei morti sia tra i civili sia tra le forze armate che appoggiano il governo. Sempre martedì, sotto la supervisione dell’ONU, sono cominciati in Svizzera i colloqui di pace tra i rappresentanti dei due schieramenti che da circa nove mesi stanno combattendo una guerra molto intensa nel paese: i ribelli houthi appoggiati dalle forze fedeli all’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh e dall’Iran, e il governo dell’attuale presidente yemenita Abed Rabbo Mansour Hadi sostenuto da una coalizione di paesi guidata dall’Arabia Saudita. Altri negoziati di pace si erano tenuti lo scorso giugno, ma non avevano portato ad alcun risultato.

Un portavoce delle Nazioni Unite, Ahmad Fawzi, ha dichiarato gli obiettivi delle consultazioni: trovare una soluzione duratura alla crisi, stabilire un cessate il fuoco permanente, assicurare un miglioramento della situazione umanitaria e tornare a una transizione politica pacifica e ordinata. Le parti dovrebbero discutere del piano di attuazione della risoluzione 2216 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che prevede il ritiro dei ribelli e dei loro alleati, ma anche delle milizie governative dalle zone conquistate a partire dal 2014. Prevede anche la consegna allo Stato delle armi pesanti. Non c’è per ora un calendario né una data limite per arrivare a un accordo. Ahmad Fawzi ha spiegato che entrambe le delegazioni sono composte da 12 negoziatori e 6 consulenti. Secondo l’ONU, dallo scorso marzo a causa della guerra sono morte oltre 5.700 persone, di cui almeno la metà erano civili. La situazione umanitaria già disastrosa nel paese è peggiorata gravemente, con oltre 21 milioni di persone – i quattro quinti della popolazione totale – che hanno bisogno di aiuto.

Durante l’estate del 2014 gli houthi – ribelli del nord-ovest dello Yemen che chiedono una maggiore rappresentanza nelle istituzioni del paese – sono riusciti a espandersi rapidamente verso sud fino ad arrivare alla capitale Sana’a e hanno cacciato il presidente Abed Rabbo Mansour Hadi, prendendo il controllo di una parte del paese. Gli houthi sono appoggiati dalle forze fedeli all’ex presidente yemenita Saleh, che ha governato per 30 anni e che ha lasciato il potere solo dopo la cosiddetta “primavera araba”, e sono sostenuti dall’Iran, anche se non è chiaro in cosa consista esattamente questo appoggio. Il coinvolgimento dell’Iran ha provocato la reazione di alcuni paesi del Golfo Persico, in particolare dell’Arabia Saudita, grande nemico del governo iraniano. I sauditi hanno messo insieme una coalizione di forze – tra cui Egitto, Emirati Arabi Uniti e Qatar – che ha bombardato diverse città yemenite sotto il controllo dei ribelli houthi, tra cui Sana’a, e che ha riconquistato cinque province meridionali del paese.

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