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  • domenica 13 dicembre 2015

Cosa c’è nell’accordo sul clima di Parigi

In sostanza: un impegno a mantenere l'aumento di temperatura entro i due gradi, soldi ai paesi più poveri e periodiche conferenze di revisione

(AP Photo/Ajit Solanki)

Ieri a Parigi i delegati di 195 paesi che partecipano alla Conferenza mondiale sul clima hanno firmato un accordo in cui si impegnano a ridurre le emissioni inquinanti in tutto il mondo. Il New York Times ha definito l’accordo “storico”, un termine utilizzato anche da moltissimi altri giornali di tutto il mondo. L’importanza dell’accordo è data sostanzialmente dal fatto che è stato sottoscritto da tutti i paesi partecipanti: anche da quelli emergenti, che spesso sfruttano pesantemente fonti di energia non rinnovabile. L’accordo contiene sostanzialmente quattro impegni per gli stati che lo hanno sottoscritto (il testo integrale lo trovate qui).

Mantenere l’aumento di temperatura inferiore ai 2 gradi, e compiere sforzi per mantenerlo entro 1,5 gradi.

Smettere di incrementare le emissioni di gas serra il prima possibile e raggiungere nella seconda parte del secolo il momento in cui la produzione di nuovi gas serra sarà sufficientemente bassa da essere assorbita naturalmente.

 Controllare i progressi compiuti ogni cinque anni, tramite nuove Conferenze.

Versare 100 miliardi di dollari ogni anno ai paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti.

Alcune di queste disposizioni sono legalmente vincolanti, mentre alle altre i vari paesi aderiscono solo in maniera volontaria. Ad esempio, tutti i paesi saranno obbligati dal trattato a fornire l’obbiettivo di riduzione delle emissioni a cui mirano e a partecipare al processo di revisione quinquennale. La maggiore critica che viene avanzata al documento è però il fatto che non sono previste sanzioni in caso in cui gli obbiettivi non vengano raggiunti, e che sostanzialmente diversi paesi avranno margine per ignorare le raccomandazioni contenute nel documento.

BBC ha raccolto le reazioni all’accordo di alcune ONG in seguito all’accordo. Greenpeace ha detto che il documento è stato “depotenziato” rispetto alle loro aspettative, ma ha aggiunto che comunque mette le società petrolifere e i produttori di carbone “dal lato sbagliato della storia”. Secondo il WWF si tratta di un “forte segnale”, mentre, secondo ActionAid il testo non è abbastanza ambizioso. Oxfam sostiene invece che i paesi ricchi non hanno promesso abbastanza finanziamenti ai paesi in via di sviluppo per bilanciare le perdite che subiranno per l’utilizzo di macchinari meno inquinanti ma più costosi.

La conferenza Cop21 è iniziata a Parigi lo scorso 30 novembre e sarebbe dovuta proseguire fino all’11 dicembre, ma negli ultimi giorni un accordo era sembrato così vicino che la fine della conferenza è stata rimandata di un giorno (non è una novità: quasi tutte le conferenze sul clima degli ultimi 20 anni sono durate qualche giorno in più del previsto).

Inizialmente si temeva in particolare l’opposizione dei paesi in via di sviluppo e di quelli che sono importanti esportatori di energia. I delegati cinesi, ritenuti tra i principali oppositori del piano prima della conferenza, hanno definito l’accordo “non ideale”, ma “buono”. Cina, India e molti altri paesi in via di industrializzazione si opponevano da anni a un accordo che imponesse regole troppo severe da rispettare perché in genere le loro industrie sono particolarmente inquinanti e limitare le emissioni potrebbe causare un rallentamento della crescita economica.

Per motivi opposti, anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha detto che l’accordo non è “perfetto”, ma che è comunque “ambizioso”. Gli Stati Uniti, come l’Europa, hanno da tempo introdotto tecnologie che hanno permesso loro di ridurre le emissioni e durante la conferenza si battevano per l’introduzione di norme severe contro le emissioni.

Il Guardian ha raccontato alcuni retroscena sulle trattative che hanno portato agli accordi. Gli ostacoli più grossi alla trattativa, racconta il quotidiano, arrivavano non soltanto dai paesi produttori di combustibili fossili e da quelli in via di sviluppo, ma anche dagli Stati Uniti, contrari a qualunque accordo legalmente vincolante perché un accordo di questo tipo avrebbe dovuto essere approvato dal Congresso, dove la maggioranza repubblicana lo avrebbe quasi certamente bocciato.

Per risolvere questi problemi, tra mercoledì e giovedì, Europa e Stati Uniti hanno presentato una coalizione trasversale di 90 paesi che rappresentava nazioni ricche e nazioni in via di sviluppo. Grazie all’aiuto di questo gruppo, i negoziatori sono riusciti a convincere India, Cina e Arabia Saudita ad accettare l’accordo. Le obiezioni americane sono state aggirate nella notte tra venerdì e sabato, quando i negoziatori francesi hanno preparato una bozza di piano “prendere o lasciare”. Sabato sera, la bozza, che costringeva tutte le varie parti a rinunciare ad alcune delle loro “linee rosse”, è stata finalmente approvata.

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