I media e le stragi
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  • domenica 6 dicembre 2015

Come si racconta una strage?

Il New York Times riflette su come le sparatorie di massa siano diventate talmente frequenti da imporre una specie di "copione", per raccontarle

I media e le stragi
(AP Photo/Chris Carlson)

In un recente articolo, il New York Times ha raccontato come sta cambiando il metodo che giornali e tv americane seguono nel raccontare sparatorie di massa, mettendo in guardia dal rischio che ciascuna sparatoria venga raccontata seguendo “un copione” già preparato per seguire altri eventi simili, e quindi banalizzata. L’articolo è stato pubblicato poco dopo la strage di San Bernardino, in cui una coppia ha ucciso 14 persone ne ha ferite altre 21. Solamente quest’anno ci sono state negli Stati Uniti 355 sparatorie, e la vendita e la gestione delle armi da parte dei civili è diventato di nuovo un argomento molto sentito.

Rashida Jones, caporedattore del network televisivo MSNBC, ha spiegato al New York Times la “meccanicità” dei media in occasioni delle sparatorie«È come se ad ogni sparatoria dovessi fare una lista mentale delle persone con cui dobbiamo parlare, le domande che dobbiamo fare e qual è la prospettiva nella quale dobbiamo raccontare la storia. Ci sono persone che dobbiamo intervistare, fonti che dobbiamo consultare e angoli dai quali raccontare la storia su cui dobbiamo tornare ogni volta».

Il “copione”, hanno spiegato diversi giornalisti, non è uno strumento sviluppato a tavolino, ma si è costruito spontaneamente nel tempo, dato che un evento raro come una sparatoria di massa sta diventando un fenomeno sempre più frequente. Alison Mitchell, direttrice della cronaca nazionale al New York Times, ha raccontato che aveva appena finito di lavorare ad un lungo profilo di Robert L. Dear Jr., sospettato dell’attacco alla clinica di Colorado Springs, quando si è subito ritrovata a dover lavorare sui responsabili della strage di San Bernardino.

La nuova tendenza non ha condizionato solamente il lavoro dei grandi giornali e delle televisioni. KUSA-TV, una televisione di Denver affiliata al network NBC, negli ultimi anni ha raccontato tre rilevantissime sparatorie di massa: Columbine nel 1999, la sparatoria al cinema di Aurora, nel 2012, e l’attacco alla clinica Planned Parenthood, a Colorado Springs, la scorsa settimana. «Oramai siamo diventati esperti nel seguire questi avvenimenti», racconta Patti Dennis, che all’epoca dirigeva le news a KUSA-TV ed oggi è vice presidente della società che controlla la televisione.
Il New York Times sostiene anche che raccontare questo tipo di notizie ha “consumato” le redazioni. Brooke Baldwin era in diretta su CNN quando sono arrivate le prime notizie della sparatoria a San Bernardino. «Ed eccoci di nuovo qui, daccapo», ha detto con amarezza ai suoi telespettatori mentre per la seconda volta in sei giorni la televisione mandava in onda un sottopancia con la scritta “breaking news” con cui veniva annunciata la sparatoria. In un’intervista, Baldwin ha raccontanto la difficoltà di bilanciare la sua professionalità con la frustrazione per essere costretto ancora una volta a raccontare la stessa storia: «Ho la nausea davanti a questi incidenti». La stanchezza dei giornalisti a volte può anche trasformarsi in cinismo, come è accaduto venerdì, quando una decina di giornalisti hanno invaso la casa dei due attentatori di San Bernardino, frugando e riprendendo i loro oggetti personali, attirandosi moltissime critiche sui social network e dagli esperti di giornalismo.

Secondo alcuni, il ritmo del racconto negli anni è stato accelerato dalla diffusione dei social network: Jay Wallace, vice-presidente di Fox News, fa notare che Twitter e Facebook «hanno cambiato tutto. Sappiamo che la gente conosce già la storia quindi non dobbiamo riassumere gli eventi ogni due minuti». Questo porta anche altre conseguenze: il pubblico sa già molto, e quindi apprezza chi riesce a dare profondità e prospettive alle notizie. Cameron Barr, direttore delle notizie nazionali al Washington Post, dice che oggi di un evento bisogna anche raccontare «gli aspetti importanti per il dibattito pubblico, gli elementi che potrebbero avere conseguenze sociali, politiche o addirittura geopolitiche». In ognuna di queste circostanze, insomma, i giornalisti devono coprire anche molti altri particolari magari non collegati direttamente alla storia, ma su cui gli spettatori concentrano la loro attenzione: terrorismo, controllo delle armi, malattie mentali.

Alla fine però, ogni storia è unica e una parte difficile del lavoro dei giornalisti oggi è proprio riuscire a trasmettere quello che accade senza cadere nella routine. «Questi avvenimenti ci sono ormai familiari, ma non sono routine, non certo per le persone che ci si trovano in mezzo», spiega Barr: «Il nostro lavoro è scoprire ciò che è unico e riuscire a raccontarlo».

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