• Cultura
  • venerdì 27 novembre 2015

Perché in Italia gli audiolibri non hanno mai funzionato

Ma qualcosa sta cambiando: quest'anno la maggiore casa editrice che li pubblica ne ha venduti il 20 per cento in più

Claudio Santamaria legge "Limonov" di Emmanuel Carrère. (Foto di Rosa Tortora)

Nel 2015 la Emons, la maggiore casa editrice italiana di audiolibri, ha aumentato le vendite del 20 per cento in controtendenza con quel che succede per il mercato dei libri nel suo complesso, che nel 2014 è calato del 4,3. La percezione, anche tra gli agenti letterari, è che un mercato per l’audiolibro in Italia cominci a esistere, per quanto piccolo sia (vale l’1,5 per cento del totale). La situazione è molto lontana da quella della Germania, dove vale circa il 4 per cento e ha un fatturato di 150 milioni di euro e degli Stati Uniti, dove gli audiobook rappresentano il 7 per cento del mercato e dal 2009 al 2014 sono cresciuti a una media del 12,7 per cento annuo. In Italia l’abitudine ad ascoltare i libri è ancora poco diffusa e i grandi editori italiani che ci hanno provato – Mondadori in testa, con Il Narratore – finora hanno perso soldi e sono rimasti confinati in un mercato di nicchia. Anche i libri in catalogo rimangono in larga parte soltanto in formato scritto, mentre negli Stati Uniti la casa editrice Harpers Collins registra e commercializza il 75 per centro dei libri che pubblica.

Il problema, si dice, è culturale: gli italiani in maggioranza associano il libro a un dovere e, quindi – fatica per fatica – sono più propensi a ottimizzare il tempo, per esempio quello dei trasferimenti, lavorando oppure parlando al telefono, invece che ascoltando un romanzo. Oppure preferiscono passare le pause guardando un film o ascoltando musica, piuttosto che leggendo. Insomma, gli audiolibri perdono sia nella categoria “dovere”, dove sono sconfitti da computer e telefonini, sia nella categoria “piacere”, dove sono sconfitti da film, musica e ancora telefonini. Nonostante questo, le iniziative per promuovere l’ascolto continuano. L’ultima si chiama Booksound, c’entra Marcos y Marcos, e si concentra sulle scuole. La diffusione degli audiolibri aprirebbe un nuovo settore editoriale e permetterebbe di raggiungere chi normalmente non legge e di infiltrarsi in attività in cui la lettura è impossibile. In breve, allargherebbe il mercato. Ma è difficile generare un’abitudine.

Al di là dei segnali positivi, gli audiolibri in Italia sono ancora comprati dai cosiddetti lettori forti e dai loro bambini e nipoti. Tranne per chi ha problemi specifici di lettura – come dislessia o difetti alla vista – chi non legge non è stato raggiunto. Si stanno consolidando i lettori che esistono già, comunicando loro lentamente che esiste un altro modo di consumare i libri. È più o meno lo stesso meccanismo e lo stesso pubblico di AltaVoce, il programma di Radio 3 che va in onda tutti i giorni alle 17, dal lunedì al venerdì (il catalogo – che ormai va da Hemingway a Calvino, da Dickens a Pavese, mentre in questi giorni c’è Il buio otre la siepe di Harper Lee – si può ascoltare in podcast o su iTunes). È un ascolto costante e fidelizzato. Ogni tanto capita anche che gli editori di libri di carta registrino improvvise impennate nelle vendite di vecchi classici in catalogo proprio perché in quel periodo vengono letti alla radio. È quello che successe un paio di anni fa con Il conte di Montecristo letto da Andrea Giordana. Ma è ancora un tipo di fruizione legata alla radio o comunque a un ascolto sedentario, che non si distacca molto da quello dei vecchi radiodrammi. Un meccanismo che ha a che fare con la lettura, ma soprattutto con la nostalgia, lo stesso che spinge Fabbri a ripubblicare le fiabe sonore A Mille ce n’è, pubblicate per la prima volta alla fine degli anni Sessanta. Non è un fenomeno nuovo: le prime registrazioni di libri risalgono al 1932, quando  l’American Foundation for the Blind incise The Raven di Edgar Allan Poe per ciechi, ma già nel 1878 un illustratore profetizzò che i fonografi sarebbero presto stati usati per ascoltare romanzi.

The_Papa_of_the_Phonograph,_Daily_Graphic

“Il fonografo di casa legge un romanzo”, Daily Graphic, New York, 2 aprile 1878 (The Western Reserve Historical Society, Cleveland, Ohio)

La novità sembra, però, anche nella fruizione. Gli audiolibri iniziano a essere ascoltati – spiegano quelli di Emons audiolibri – anche per viaggiare in auto – è dell’anno scorso un accordo con Land Rover per la Ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier letto da Isabella Ragonese – oppure mentre si corre, quando si va in palestra o si cucina o si lavora. Emons è nata nel 2007 – quando esistevano già Full Colors Sound e il Narratore, gli altri due audio editori italiani – per iniziativa di tre tedeschi: l’editore di Colonia, Hejo Emmons, il manager di Berlino, Axel Huck, e Viktoria von Shirac, che veniva da Random House. Poi arrivarono gli italiani. La speranza era che il pubblico italiano sarebbe stato ricettivo come quello tedesco. I primi audiolibri furono Caos calmo scritto e letto da Sandro Veronesi, Testimone inconsapevole scritto e letto da Gianrico Carofiglio, Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren letto da Marina Massironi e L’Italia spensierata scritto e letto da Francesco Piccolo. Oggi Emons ha in catalogo 180 titoli, ha pubblicato coedizioni con Feltrinelli e Marsilio e pubblica 25-30 novità all’anno. I prezzi di un audiolibro vanno tra i 15 e i 20 euro per le novità in CD, i tascabili costano intorno ai 10 per i tascabili, scaricare gli mp3 costa la metà.

Un audio bestseller in Italia vende dalle 10 alle 15 mila copie. Gli ultimi successi sono stati Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen letto da Paola Cortellesi, Ragazzi di vita di Pasolini letto da Fabrizio Gifuni e l’Artusi letto da Paolo Poli, che ormai è una star: è appena uscito con I promessi sposi, che ha già venduto tremila copie, e sta per registrare niente meno che Il kamasutra. Altri titoli in uscita nel 2016 sono La ragazza del treno di aula Paula Hawkins, non si sa ancora letto da chi, e la conversazione tra il vaticanista Andrea Tornielli e papa Bergoglio “doppiato” da Flavio Insinna. (In quanto a stranezze in catalogo c’è Francesco De Gregori che legge America di Franz Kafka). I “lettori” – che sono quelli che leggono ad alta voce e non vanno confusi con quelli che leggono libri – possono essere attori oppure autori, che leggono se stessi. Gianrico Carofiglio teorizza, per esempio, che non esiste miglior lettore dell’autore e pretende di registrarsi da sé, ma non è l’unico. Di recente, lo ha fatto anche Carlo Rovelli, autore del bestseller di Adelphi Sette breve lezioni di fisica. In ogni caso, una delle chiavi del successo è la notorietà di chi legge: ascoltarne la voce è un modo per entrare in contatto con una persona famosa.

Paolo Poli fotografato da Joyce Hueting

Paolo Poli fotografato da Joyce Hueting

Da un punto di vista economico, fare gli audiolibri è un’attività a sé che ha poco a che fare con l’editoria classica. I costi di produzione di un audiolibro hanno poco a che vedere con quelli di un libro scritto. Per la registrazione audio, l’autore del libro prende il 5 cento per ogni audiobook venduto (il 6 per cento se vende più di 50 mila copie) e il 25 per cento per ogni download. Le cifre sono simili a quelle che si ottengono dalla carta, anzi forse un po’ superiori. Un autore che vende 10 mila copie, di cui 7 mila in CD a 20 euro e 3 mila in mp3, incassa 14.500 euro. Se anche legge e registra il suo stesso libro, le cifre aumentano, dato che un attore prende dai 100 ai 300 euro all’ora; per I promessi sposi ci sono volute per esempio 30 ore di registrazione. L’editore deve sostenere anche i costi di post produzione che assomigliano a quelli della musica. In media si calcola che per un’ora di registrato – cioè per un’ora pronta per la commercializzazione – ci voglia un’intera giornata di editing.

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