L’Europa che manca

di Luca Sofri

Alessandro Baricco racconta il "tormentone" di quest'anno, i suoi programmi con la scuola Holden, e le ragioni per cui il nuovo amministratore delegato è uno sportivo

(ANSA/MATTEO BAZZI)

La Scuola Holden di Torino ha deciso che il suo nuovo amministratore delegato sarà Mauro Berruto, finora noto come allenatore di pallavolo ed ex commissario tecnico della nazionale italiana. «Una scelta molto Holdeniana», dice Sandro Baricco, che gli lascia l’incarico tornando a occuparsi dell’insegnamento e della progettazione della didattica della scuola che ha fondato 23 anni fa: «e anche della mia vita, e di scrivere».
Come mai allora facevi l’amministratore delegato, in questi ultimi anni?
«Perché i nuovi soci entrati per il progetto della nuova Holden volevano che la mia presenza garantisse sia simbolicamente che concretamente che la Scuola sarebbe rimasta quella che aveva funzionato fino ad allora»
Da quand’è che c’è la nuova Holden, con il trasloco alla Caserma Cavalli e le ambizioni maggiori?
«Da due anni, quello che comincia è il terzo anni di corsi»
Com’è andata, rispetto a quello che vi aspettavate?
«All’inizio di progetti nuovi e particolari come questo – lo saprai – si mettono insieme dei numeri e dei conti con molta approssimazione: poi strada facendo si adattano. L’obiettivo più chiaro e concreto era che volevamo passare da essere una scuola con cinquanta studenti a una scuola con trecento studenti: quest’anno sono 275, direi che è andata bene»
E adesso cosa volete fare?
«Intanto continuare a fare bene quello che abbiamo fatto bene finora»
Su cosa lo misuri?
«Su quel numero, in breve. Gli studenti si iscrivono, gli studenti non abbandonano i corsi, gli studenti sono soddisfatti. Vuol dire che lavoriamo bene. Adesso l’obiettivo è che questo lavoro, e quello degli studenti, siano riconosciuti di più: e che diventi un corso formalmente universitario»
Perché è importante?
«Soprattutto per gli studenti stranieri, che sono un potenziale grandissimo – già oggi ce ne sono una quindicina – limitato dal fatto che il diploma non è sufficientemente riconosciuto. Ma in generale è uno status che avvicina molti più studenti, e la questione riguarda in Italia molte altre scuole di eccellenze diverse, dal restauro alla musica»
E da cosa dipende?
«Da un iter in corso, in cui sono coinvolti i ministeri della Cultura e dell’Istruzione»
E cosa c’entra Berruto?
«In questo poco, anche se sarà una questione che dovrà seguire. Berruto è uno sportivo, e una persona abituata a gestire altre persone, a gestire successi e sconfitte, a motivare, a capire gli altri, a essere duttile rispetto ai cambiamenti, e a calcolare ogni cosa. Noi abbiamo avuto sempre un debole per questi tratti negli sportivi»
Infatti mi sarei aspettato il pallanuotista che citi sempre…
«Quello è Rudic: una volta che venne a scuola e spiegò che la partita è tutta studiata e progettata, uno studente gli disse “eh, però poi c’è l’arbitro, e va’ a sapere”, e lui rispose “noi studiamo anche gli arbitri, ciascuno di loro”»
È tutto così pianificato, alla Holden?
«Lo è molto, ma cambiando continuamente i piani: sapendo che metà delle cose le sbagli. Come con tutto, i film, i romanzi…»
I film e i romanzi riesci a farne quello che volevi, potenzialmente, no?
«Hmm, i romanzi forse, a volte. I film no. Tutte le cose che non governi completamente da solo si risolvono in cose diverse da quello che volevi. Devi imparare ad adattartici, io mi sono dovuto sforzare, a suo tempo»
Vi volete occupare dell’Europa, quest’anno.
«Ogni anno scegliamo una specie di domanda tormentone che usiamo per parlare di temi attuali, e per invitare a parlarne le persone che ne sanno, ma che ne sanno seriamente, per evitare che si dicano quelle cose che poi tu metti nel tuo libro. L’anno scorso avevamo chiesto se Amazon fosse il diavolo o Babbo Natale (concludendo con certe sfumature che era Babbo Natale). Quest’anno c’era un tema che mi piaceva, ed era il porno: la domanda sarebbe stata una cosa del genere di “com’è che una cosa che interessa così tante persone, che muove tanti soldi e passioni, sia una cosa di cui non si parla?”. Ma non riuscivamo a definirla con efficacia: e nel frattempo è capitato che in diverse occasioni qualcuno mi parlasse dell’Europa e mi mostrasse le cose incredibili che le erano successe…»
Successe quando? Perché a me sembra che l’Europa sia un po’ in crisi di immagine e di narrazione, ultimamente…
«Appunto. La settimana scorsa ero a Strasburgo, e ho fatto il viaggio in macchina per andare a Francoforte a prendere un aereo. E così, mentre guardavo il telefonino, come se niente fosse, ho attraversato il confine tra Francia e Germania, con appena un’occhiata a qualche struttura che mi ricordava precedenti dogane. Lì dove si sono combattute guerre sanguinarie, per via di quel confine, dove sono cambiate le Storie, e la macchina ha proseguito, dritto. Eravamo nello stesso posto. Non è pazzesco?»
Detta così, sì: però non ci suona più tanto pazzesco, di solito…
«E infatti: è come se a un certo punto fosse mancata una storia. Lo storytelling intorno all’Europa si fosse perso, come se mancasse qualcosa…»
Secondo me con questa insistenza sullo storytelling avete creato dei mostri…
«Sì, ho letto la cosa che avevi scritto sul giornalismo. E hai ragione, sono preoccupazioni di cui avevamo discusso già sei o sette anni fa. Tanto che quando abbiamo introdotto il giornalismo nei corsi della Holden, lo abbiamo vezzosamente chiamato “Real World”, proprio per distinguerlo e dare priorità ai fatti e alla realtà. Ma in questi anni le storie dell’Europa che abbiamo creato sono due, di grande efficacia, però insoddisfacenti: una è il crepuscolo, la fine dell’Europa, una storia che attecchisce molto come tutte le storie di una fine. L’altra è la Germania che conquista l’Europa, altra storia letterariamente ricchissima. Ma non abbiamo niente che racconti lo straordinario di questo continente che è davvero lo stesso dovunque tu vada, con la stessa cultura, tanto che ha tolto i confini. In nessun altro posto del mondo si è fatta una cosa così»
Beh, sono un paio di millenni buoni che in Europa si fanno cose che in nessun altro posto del mondo…
«Certo, e anche tremende, e però oggi questa eccezionalità non ha più una storia».
E come pensi di trovarla?
«Non so, ma ci sono molte persone che possono provare a costruirne una. A scuola vorrei che venissero a parlarne. Varoufakis, per esempio, ce l’avrà una sua storia sull’Europa».
E tu insegnerai ancora, alla Holden?
«Certo. Mi piace tantissimo».
Delle cose che fai, scrivere, la Holden, avere un ruolo pubblico, è quella che ti piace di più?
«Se mi chiedi cosa mi piace di più, scrivere continua a essere la cosa che mi fa stare meglio, che mi piace più di ogni altra. Ma se parliamo di quella di cui sia più soddisfatto, dei cui risultati sia più contento, quella è la Scuola».

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