• Moda
  • 28 ottobre 2015

Le due rare interviste di Rei Kawakubo

di Enrico Matzeu – @enricomatzeu

La stilista giapponese, fondatrice di Comme des Garçons e famosa per lo stile chic-trasandato, ha smentito le voci di un suo imminente ritiro

La sfilata a Parigi di Comme des Garçons per la presentazione della collezione primavera/estate 2016. (MIGUEL MEDINA/AFP/Getty Images)

Rei Kawakubo è una stilista giapponese fondatrice dell’azienda Comme des Garçons. È solitamente restia a farsi intervistare e fotografare (l’ultimo suo ritratto ufficiale è del 2005) ma nell’ultimo mese ha rilasciato due interviste, una alla rivista di moda e pop art Interview e una al Guardian, per spiegare il suo lavoro dal punto di vista creativo ed economico e soprattutto per smentire le voci di un suo ritiro. Ne aveva scritto in particolare Vogue America a marzo, sostenendo che la collezione per la sfilata di Comme des Garçons per l’autunno/inverno 2015/2016 sarebbe stata l’ultima disegnata da Kawakubo.

Kawakubo invece non solo ha disegnato anche la collezione successiva, presentata all’inizio di ottobre a Parigi, ma ha anche chiarito al Guardian che, nonostante abbia 72 anni, non pensa ancora di ritirarsi. A Interview, che le chiedeva se avesse un ultimo obiettivo, ha risposto: «Non c’è nessuna fine e nessun obiettivo. Fino a quando provo a fare qualcosa che non è mai esistito prima, una fine è fuori questione».

La collezione che ha disegnato per quest’inverno è fatta di abiti molto voluminosi e imbottiti, rivestiti di pizzo e di tessuti da tappezzeria, che coprono parzialmente il volto delle modelle. L’ha chiamata “Cerimonia della Separazione” e, spiega la stessa Kawakubo, «è incentrata su come la bellezza e la forza della cerimonia possano alleviare il dolore della separazione, sia per chi parte, che per chi rimane».

Alcune foto dalle ultime sfilate di Comme des Garçons:

Lo stile di Kawakubo è molto eccentrico e spesso difficile da interpretare. La stilista ha raccontato che cerca costantemente ispirazione per realizzare qualcosa che non è mai stato fatto prima: è un processo che richiede tempo, perché le idee le arrivano in modo lento e incostante. Rispondendo a chi mette in dubbio la portabilità dei suoi abiti, ha spiegato che non vuole creare opere d’arte ma vestiti da indossare, perché «gli abiti sono finiti solo quando qualcuno li indossa». Per questo nel primo negozio che aprì a Tokyo nel 1973 non volle specchi perché «bisognerebbe comprare i vestiti per come ti fanno sentire, non per come ti fanno apparire».

Rei Kawakubo è giapponese, di Tokyo. Dopo aver studiato alla Keio University, iniziò a lavorare nel reparto pubblicità dell’azienda tessile Ashai Kasei, e nel 1967 divenne una stilista freelance. Qualche anno dopo, nel 1969, fondò l’azienda Comme des Garçons, dicendo di aver scelto il nome, in francese, solo perché le piaceva il suono. Il significato del nome, “come i ragazzi”, ricorda molto i movimenti di liberazione femminile degli anni Sessanta e Settanta, proprio come gli abiti di Kawakubo, che hanno sempre sfidato gli stereotipi di femminilità dell’epoca. I suoi abiti completamente neri, senza forma e spesso fatti a brandelli erano talmente diversi da quelli indossati dalle donne di allora che inizialmente ricevettero molte critiche. Il suo stile fu definito “chic-trasandato”, “Hiroshima-chic” o stile “post atomico”, in riferimento alla bomba atomica sganciata su Hiroshima durante la Seconda guerra mondiale.

Kawakubo ha precisato al Guardian che «essere nata in Giappone è una casualità e non c’è nessuna correlazione con il mio lavoro. Essere cresciuta nel Giappone postbellico mi ha reso la persona che sono, ma non è l’unico motivo per cui faccio ciò che faccio. È una cosa molto personale, ogni cosa mi viene da dentro». La sua prima sfilata a Parigi, nel 1982, ebbe un grande impatto anche perché si contrappose all’estetica molto patinata proposta all’epoca da stilisti come Gianni Versace e Thierry Mugler.

Oltre a fare delle cose stilisticamente nuove, Kawakubo è stata innovativa anche dal punto di vista imprenditoriale: fu la prima, negli anni Novanta, a utilizzare i pop up store, ovvero i negozi temporanei. La sua principale trovata sono però i Dover Street Markets, a metà tra grandi magazzini in cui acquistare vestiti di grandi marchi e gallerie artistiche, dove sperano di trovare spazio i più importanti stilisti al mondo, più o meno affermati. Si trovano a Londra, New York, Pechino e Tokyo, in zone lontane dalle classiche vie delle boutique di lusso. Come racconta Kawakubo, «volevo presentare l’alta moda in un negozio che ricordasse anche i mercati di strada. I Dover Street Markets mettono insieme importanti aziende di moda in svariati ambiti, che vendono i loro prodotti in un’atmosfera aperta che, è la cosa più importante, stimola la creatività». I Dover Street Markets sono un’ottima vetrina per gli stilisti emergenti, e la stessa Kawakubo ha lanciato molti giovani talenti, tra cui Junya Watanabe, che prima di aprire una proprio linea lavorò fino al 1992 nel laboratorio di Comme des Garçons.

Comme des Garçons organizza quattro sfilate all’anno, due femminili e due maschili, a Parigi, dove la casa di moda ha anche uno show room. Kawakubo ha dato visibilità al marchio anche collaborando con altre aziende, come Apple e il concept store milanese 10 Corso Como, e con artisti come Mick Jagger, Pharrell Williams, Cindy Sherman, e l’attivista e artista cinese Ai WeiWei. Con questa strategia, è riuscita a costruire un’azienda solida, che fattura oggi circa 250 milioni di dollari l’anno, e ha rifiutato più volte offerte di essere acquistata da colossi del lusso come LVHM o Kering. Oggi Comme des Garçons ha circa 230 punti vendita in tutto il mondo e raccoglie sotto il suo marchio altri 17 piccoli brand. Per spiegare al Guardian i buoni risultati della sua azienda, Kawakubo ha detto che è necessario avere sempre un flusso monetario e non contare su prestiti o aiuti dalle banche: «Sono stata sempre molto attenta a lavorare solo con i miei mezzi e non mi sono mai scostata da questa idea. Inoltre sono sempre stata irremovibile sul non accumulare debiti».

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