“La grande fuga” di Angus Deaton

Come comincia il primo capitolo del libro del nuovo Premio Nobel per l'Economia, che lo presenterà a Bologna il 7 novembre

La conferenza stampa dell'annuncio del Nobel ad Angus Deaton (JONATHAN NACKSTRAND/AFP/Getty Images)

Angus Deaton, economista scozzese e professore all’università di Princeton, ha vinto lunedì il premio Nobel per l’Economia 2015 “per la sua analisi dei consumi, della povertà e dello stato sociale” (no, non è proprio il Nobel, che per l’Economia non esiste, ma il Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel: lo si chiama così per capirsi). Deaton ha pubblicato quest’anno in Italia il suo libro “La grande fuga” (editore Il Mulino, traduzione di Paola Palminiello), e lo racconterà in una lezione a Bologna il prossimo 7 novembre. Questo è l’inizio del primo capitolo.

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La vita oggi è meno dura di quanto sia forse mai stata nel corso della storia. Più persone hanno migliorato il loro tenore di vita e meno versano in condizioni di estrema povertà. L’aspettativa di vita è aumentata e non è più così comune che i genitori vedano morire un figlio su quattro. E tuttavia milioni di persone sperimentano ancora gli orrori dell’indigenza e della morte prematura. Il mondo è attraversato da disuguaglianze straordinariamente profonde.

La disuguaglianza è spesso una conseguenza del progresso. Non tutti si arricchiscono nello stesso momento, né tutti riescono ad avere automaticamente accesso all’acqua potabile, ai vaccini, o ai farmaci per la prevenzione delle malattie cardiache. A loro volta le disuguaglianze incidono sullo sviluppo, sia in modo positivo – per esempio, i bambini indiani oggi sanno quali vantaggi offre l’istruzione e quindi vanno a scuola – sia in modo negativo – per esempio, coloro che hanno successo possono impedire ad altri di seguirli ritirando la scala che hanno appena salito. I nuovi ricchi possono utilizzare il proprio potere per indurre i politici a ridimensionare i programmi di istruzione pubblica e di assistenza sanitaria di cui essi non hanno bisogno.

Questo libro racconta la storia di questi processi: come le cose siano cambiate in meglio, come e perché vi sia stato progresso, come e perché sviluppo e disuguaglianza si siano intrecciati l’uno con l’altra.

Il film «La grande fuga»

Abbiamo già ricordato La grande fuga, il celebre film che racconta di un gruppo di prigionieri di guerra durante il secondo conflitto mondiale. La storia si ispira alle imprese di Roger Bushell (alias Roger Bartlett, interpretato da Richard Attenborough), un pilota sudafricano della RAF il cui aereo venne abbattuto dietro le linee tedesche, e che tentò più volte la fuga dal campo in cui era internato, immancabilmente senza successo. Al terzo tentativo scappò con altri duecentocinquanta prigionieri – la grande fuga, appunto – passando attraverso una serie di tunnel scavati sotto lo Stalag Luft III. Il film descrive la fase dell’ideazione dell’evasione, l’ingegno profuso nella costruzione delle gallerie denominate Tom, Dick e Harry (come dire Tizio, Caio e Sempronio), l’arte di arrangiarsi e le abilità tecniche impiegate nel confezionamento degli abiti civili e nella falsificazione dei documenti di identità: il tutto sotto gli occhi di guardie vigili. Con l’eccezione di tre prigionieri soltanto, tutti i fuggitivi alla fine vennero catturati, e lo stesso Bushell condannato a morte per ordine diretto di Hitler. Nel film tuttavia l’accento non cade sull’insuccesso dell’impresa, quanto sull’insaziabile desiderio umano di libertà, che induce a tentare di conquistarla anche nelle circostanze più difficili.

In questo libro per libertà intenderò la possibilità di condurre una vita buona e degna di essere vissuta. Mancanza di libertà significa quindi vivere nella povertà, nell’indigenza e nella malattia – per lungo tempo destino di buona parte dell’umanità, e ancora oggi sorte di una quota scandalosamente elevata della popolazione mondiale. Racconterò molte storie di fughe da questa prigione, del come e del perché si sono verificate, e di ciò che ne è seguito. È la storia di uno sviluppo materiale e fisiologico, del cammino dell’umanità verso il benessere e la salute, una storia di fughe dalla povertà.

Una parte del sottotitolo del libro – le origini della disuguaglianza – rimanda invece a quei prigionieri che non hanno tentato la fuga. Tutti i reclusi avrebbero potuto restare dov’erano, invece alcuni scapparono, alcuni morirono, altri furono catturati e riportati al campo, altri ancora non lo lasciarono mai. È nella natura delle «grandi fughe»: non tutti possono farcela, ma ciò non diminuisce certo la desiderabilità e il valore dell’evasione. Nondimeno nel riflettere sulle conseguenze di una fuga è necessario tener conto non soltanto degli eroi, ma anche di quelli lasciati indietro, nello Stalag Luft III o in altri campi. E questo perché? Nel film certo non avviene; i prigionieri rimasti nel campo non sono gli eroi della storia, il loro ruolo è secondario. Non esiste un film intitolato Coloro che rimasero indietro.

Ciononostante è indispensabile tenerne conto. Dopotutto i prigionieri di guerra detenuti nei campi nazisti che non tentarono mai di fuggire sono di gran lunga più numerosi di quanti lo fecero. È possibile, in effetti, che essi abbiano persino pagato a causa dell’evasione degli altri, o perché puniti o perché privati dei propri privilegi. Si può supporre inoltre che scappare sia stato reso via via più arduo e rischioso. L’evasione di Roger e compagni incoraggiò i prigionieri rimasti nel campo a tentare a loro volta la fuga? Di certo avrebbero potuto trarre profitto dalle tecniche di evasione messe a punto dai grandi fuggitivi e imparare dagli errori già commessi. Oppure le difficoltà da superare e lo scarso successo della grande fuga ebbero invece l’effetto di scoraggiarli ulteriormente? O forse è accaduto che, rosi dall’invidia verso i fuggitivi e persa ogni speranza riguardo al proprio destino, essi si fecero sopraffare dallo sconforto e dalla depressione, rendendo ancora più difficili le condizioni di vita nel campo?

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